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"A Milano nasce l'Italia: le cinque giornate che hanno cambiato la nostra storia"

Dalla mano calda di Alfio Caruso, giornalista e scrittore, un affresco del periodo che spalancò le porte al Risorgimento italiano. Insaporito da aneddoti di prima mano, intrighi, voltafaccia e amori extraconiugali


09/04/2018

di Massimo Mistero


Per gli austriaci era semplicemente “papà Radetzky”, il generale che era riuscito a risollevare le sorti di un impero in declino. Colui che a 47 anni aveva sconfitto Napoleone, che a 70 era stato nominato Feldmaresciallo, che a 81 aveva trionfato a Custoza e che aveva tenuto la scena militare per ben 73 anni. Ma, dall’altra parte della barricata, cosa ne pensavano i milanesi che si dovevano confrontare con lui? Risposta secca, anche se non unanime: un ufficiale senza scrupoli, nemico giurato dell’unità d’Italia; un despota burbero e poco affidabile, secondo alcuni anche schietto e gioviale, peraltro incline al gioco d’azzardo. 
È passato un secolo e mezzo dalla sua morte e ancora oggi questo generale dalle diverse facce continua a dividere gli storici. Lui che, secondo alcuni, era molto legato a Milano (la considerava la sua città d’adozione: qui infatti si era ricostruito una vita sia politica che familiare e, sempre qui, sarebbe morto alla bella età di 91 anni il 5 gennaio 1858, subito dopo la definitiva uscita di scena dei suoi connazionali dalla Lombardia); lui che in ogni caso, alla faccia dell’insurrezione scoppiata sotto la Madonnina, voleva restare a qualunque costo padrone della città (“Se non si desiste dalla lotta - ebbe a dire -  la farò bombardare”); lui che sui campi di battaglia aveva dimostrato lungimiranza, ma anche esagerata fermezza; lui che ogni capodanno ci viene ricordato in chiusura del concerto della filarmonica di Vienna, con la famosa marcia celebrativa che gli aveva dedicato Johann Strauss. 
In altre parole ci stiamo confrontando con una specie di ingombrante fantasma del nostro passato pronto a materializzarsi ogni volta che si parla delle “Cinque giornate di Milano” del marzo 1848, quelle che avrebbero cambiato per sempre la nostra Storia. Una tematica, quest’ultima, che da sempre tiene banco nelle ricostruzioni d’autore. 
Ricostruzioni delle quali si è fatto carico anche la mano calda di Alfio Caruso, che per i tipi della Longanesi ha da poco dato alle stampe A Milano nasce l’Italia (pagg. 254, euro 19,90), un saggio intrigante e ben documentato che si legge come un romanzo, “nato dalla semplice constatazione che mancava un’esauriente ricostruzione dell’episodio fondante del nostro Risorgimento”. Di fatto un lavoro condito di emozioni e di aneddoti di prima mano, di intrighi e di voltafaccia, oltre che di amori extraconiugali. Un lavoro frutto di una attenta ricerca che si rifà alla voglia dei milanesi di sbarazzarsi degli austriaci invasori senza porsi troppe domande sulle conseguenze, a fronte di una decisione presa da pochi nel nome dei più: senza sapere se avrebbero trovato appoggi esterni nelle loro velleità rivoluzionarie. In ogni caso dando inizio concreto al Risorgimento italiano. 
L’affresco storico di Caruso si dipana a partire dal gennaio 1848, quando per protestare contro l’amministrazione austriaca i milanesi presero un’iniziativa a dir poco sorprendente: decisero di non fumare più. L’obiettivo era chiaro: colpire le entrate erariali provenienti dalla tassa sul tabacco. Nel mese di febbraio, il dissenso raggiunse persino il palco della Scala: la popolarissima ballerina austriaca Fanny Elssler venne infatti subissata di fischi appena entrata in scena e, in pratica, fu costretta ad abbandonare il teatro. 
Furono queste le prime avvisaglie dei movimenti che si trasformarono, di lì a poche settimane, nelle Cinque giornate di Milano. Fra il 18 e il 22 marzo per la prima volta il popolo, la borghesia e la nobiltà combatterono insieme, e furono il massimo esempio di rivoluzione nel segno dell’egualitarismo: non ci furono capi preordinati, in quanto ogni strada, ogni quartiere decideva al proprio interno quale fosse la risoluzione migliore da prendere per scrollarsi di dosso quella che veniva considerata da tutti un’occupazione nemica. E in quei giorni di barricate i professori guidavano l’assalto dei loro studenti; le alabarde della Scala venivano trasformate in armi; i milanesi combattevano uno a fianco dell’altro senza distinzione di classe e di stato sociale. Con un unico intento: quello di cacciare l’odiatissimo feldmaresciallo Radetzky e costringere alla ritirata gli austriaci. Un obiettivo che avrebbe via via contagiato, in termini di speranze, tutta la penisola. 
Josef Radetzky, si diceva. Il feldmaresciallo che aveva provato a reprimere con la forza questi moti di piazza, ma che era stato costretto dagli insorti ad abbandonare Milano (“Una città che non poteva più essere difesa”) per rifugiarsi nel cosiddetto Quadrilatero, la sua base operativa, dove avrebbe potuto ricevere rinforzi in termini di uomini e di materiale da guerra. E per proteggersi la ritirata aveva previsto un cannoneggiamento, l’incendio di diverse case e una pira all’interno del Castello (Sforzesco) formata dai cadaveri dei soldati con l’aggiunta di materassi, suppellettili, documenti e materiali intrasportabili. 
Di certo un protagonista scomodo, ingombrante, della nostra storia Radetzky. Più odiato che tenuto. Ma cosa ne pensa di lui Alfio Caruso? “Radetzky è giustamente un mito per la sua parte, ma lo sbandierato amore per Milano e i milanesi, a parte Giuditta Meregalli (la fedele amante che gli diede quattro figli e gli rimase vicina sino alla morte - ndr), era legato all’obbedienza totale degli stessi. Alla prima impennata veniva fuori l’animo del padrone. Durante le cinque giornate non mise la città a ferro e a fuoco soltanto perché gli mancavano le granate incendiarie”. 
E per quanto riguarda l’autore di A Milano nasce l’Italia? Quella di Caruso è una penna di peso, capace di intrigare e dare voce ai più diversi argomenti. Lui che, sbrigativamente, ama raccontarsi con queste poche parole: una laurea, una moglie, tre figli, per trent’anni giornalista nelle principali testate della carta stampata e della tv, una lunga sfilza di romanzi (saggi, thriller politici e di mafia). Note che possiamo rimpolpare con qualche aggiunta: nato a Catania il 17 marzo 1950, mentre studiava Lettere moderne si era messo a collaborare con il quotidiano La Sicilia, per poi essere assunto nel 1972 da Piero Ottone al Corriere della Sera. Testata lasciata due anni dopo, su invito di Indro Montanelli, per dare voce a il Giornale, diventandone in questo modo il più giovane dei cinquantaquattro fondatori. Sarebbero stati questi i primi passi di una folgorante carriera, che lo avrebbe visto occupare poltrone da numero uno in diversi altri quotidiani. 
Di fatto un uomo in sella, e non soltanto per l’affezione che ha per la sua amata bicicletta (lo si può trovare bene e spesso in giro per Milano indipendentemente dal tempo che fa), oltre che personaggio fuori dalle righe, spesso scomodo e duro quanto basta. Avvezzo a prendere posizioni decisamente controcorrente. Come quando, nel 2011, decise di dimettersi dall’Ordine dei Giornalisti contestando le anomalie di un’organizzazione che considerava sbagliate. 
Lui che - milanese d’adozione - non rinnega certo le sue origini, tanto da affermare: “I siciliani sono stati invasi da tutti ma vinti da nessuno, e continuano a inseguire il ritorno di un mirabolante periodo d’oro mai esistito”. Lui che a più riprese non le ha mandate a dire ai poteri forti, tanto da aver annotato in un libro: “Molti giudici stanno al cimitero e molti mafiosi si trovano in carcere. E gli altri? I mandanti dove sono? Nessun politico, deputato, senatore, ministro è finito in galera per i due omicidi più eccellenti della storia della Repubblica (quelli di Falcone e Borsellino). Eppure i loro nomi emergono senza sosta...”. 
Di certo una figura di primo piano, che evita di nascondersi dietro il paravento del buonismo (“Lo ammetto, ho un brutto carattere, ma come tutti quelli che il carattere ce l’hanno”); che tiene a ricordare le sue cinque passioni (il poker, la pastasciutta, i libri, i film e i sentimenti); che professa il suo amore per lo sport nonostante gli scarsi risultati ottenuti (“Mi proponevo alla stregua di una riserva sia nel mondo del calcio che in quello della pallavolo e della pallanuoto”). Senza trascurare il suo legame di vecchia data con la musica: “Possiedo una interessante collezione di 33 giri relativa ai grandi cantanti del passato, anche se li posso ascoltare soltanto quando sono solo per evitare contestazioni da parte delle nuove generazioni…”. E questo è quanto.

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