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"A volte tornare è l'unico modo di chiudere i conti con il passato"

Dal Grande Freddo è arrivata una nuova stella: quella di Lina Bengtsdotter. Meritevoli d’attenzione anche Massimo Fagnoni e Monaldi&Sorti


04/02/2019

di Mauro Castelli


Arriva dal Grande Freddo, frutto maturo di una ormai consolidata narrativa segnata dalla violenza strisciante, un’altra stella di prima grandezza: la svedese Lina Bengtsdotter, insegnante di psicologia alle superiori, cresciuta a Gullspång e da tempo di stanza a Stoccolma (dove abita con il marito e i tre figli Ebba, Edit e Ingrid). Un’autrice esordiente dal taglio sorprendentemente maturo, che ha fra l’altro beneficiato di un lungo soggiorno sia nel Regno Unito che in Italia (esattamente a Milano) per via di un compagno di vita calciatore professionista. La qual cosa l’ha portata a metabolizzare usi e costumi diversi dai suoi. 
Che altro? Una ancor giovane donna che nutre un particolare attaccamento alla famiglia. Peraltro confermato dalla dedica ai suoi ragazzi e da un sentito ringraziamento alla madre che, “attraverso le favole, le ha insegnato a credere in quello che non esiste”, oltre che al padre e ai suoi quattro fratelli, sempre pronti e disponibili a venire incontro alle sue necessità. 
Lina Bengtsdotter, si diceva, che - dopo aver pubblicato diversi racconti sui giornali scandinavi - con il suo thriller Annabelle (DeA, pagg. 362, euro 17,00, traduzione di Barbara Fagnoni) ha fatto subito centro, vendendo soltanto in patria (stiamo parlando di un Paese di appena dieci milioni di abitanti) centomila copie. 
In effetti questo romanzo, ben scritto e ben strutturato, è stato finalista del Premio svedese riservato al miglior thriller dell’anno, ha ricevuto la benedizione della giuria del Crimetime Specsaver Award come migliore opera scritta da un esordiente e, soprattutto, è stato apprezzato all’estero, con diritti acquisiti, e in corso di traduzione, in una ventina di nazioni. Un lavoro che, oltre a farsi leggere che è un piacere, avvince e convince. Forte di un incipit che, in una manciata di righe, catapulta il lettore in quello che si tradurrà in un incubo, contrassegnato dalla disperazione, dal mistero, dalla paura e anche da uno stato di… bugiardo sollievo che non promette niente di buono. 
Il tutto all’insegna di una protagonista ben tratteggiata quanto difficile da dimenticare: ovvero l’imprevedibile Charline Lager, una donna affascinante, “piena di mistero e di ombre fuggevoli come una splendida notte d’estate nelle foreste della Svezia”. Ma anche “una poliziotta impulsiva e impaziente - annota l’autrice - come lo sono io. A parte questo non ci accomuna altro. Fermo restando che, inizialmente, di investigatori non ne capivo nulla. Sin quando un amico mi ha spinto in questa direzione e mi sono messa a leggere i libri di Mari Jungstedt e Camilla Läckberg. Il resto è venuto da solo”. Tanto più che questa storia “l’ho ambientata nel villaggio di seimila anime dove ho trascorso l’infanzia e dove abitava una fascinosa coppia di artisti, con sette od otto bambini e bambine al seguito, una delle quali si chiamava appunto Annabelle”. 
Detto questo spazio alla trama, che si rifà a una marachella di una diciassettenne, che ruba alla madre un vestito celeste per andare a una festa. Festa dalla quale non tornerà più. Si chiama appunto Annabelle, la ragazzina, che sparisce nel nulla in una notte chiara di inizio giugno. Senza un motivo e, almeno in apparenza, senza lasciare traccia. Sta di fatto che nessuno, proprio nessuno, nella piccola comunità di Gullspång, sprofondata tra le fitte foreste di Svezia, sembra in grado di fornire elementi utili su quanto accaduto quella notte”. 
Così, mentre il padre la cerca invano nei campi e nei boschi, la madre, consumata dall’angoscia e dal senso di colpa, decide di affidarsi agli agenti della Polizia Criminale che da Stoccolma sono arrivati in tutta fretta per prendere in mano le indagini. 
Indagini di cui si fa carico la citata Charline Lager - per tutti Charlie - intenzionata a scoprire chi era realmente Annabelle e cosa le è successo. Ma si tratterà di un compito non facile da affrontare per la sua delicatezza e complessità. “Perché un passato come il suo non si cancella. E perché Gullspång - le casette uguali, le acque fredde del lago, l’emporio abbandonato e i segreti che nasconde - non è un posto qualunque, ma il suo posto, quello che si porta scolpito dentro e dal quale fuggire è semplicemente impossibile”. Anche se, a volte, tornare è l’unico modo per chiudere i conti con il passato…

A seguire un’altra prova d’autore firmata dal bolognese Massimo Fagnoni, classe 1959, laureato in Filosofia, per quasi vent’anni attivo nei servizi sociali e psichiatrici della sua città, mentre da oltre quindici risulta in forza alla Polizia municipale della sua città. E proprio dalla collaborazione con le forze dell’ordine ha saputo trarre gli spunti giusti per raccontare accattivanti storie noir che si nutrono di un contesto segnato dal degrado, dalla delinquenza, dallo spaccio di droga, oltre che dalle conseguenze della crisi che ha inciso, e non poco, sul contesto politico e sociale. 
E di Fagnoni stiamo proponendo Ombre cinesi su Bologna (Fratelli Frilli, pagg. 206, euro 12,90), una nuova storia imbastita su Galeazzo Trebbi, il disincantato investigatore, “non per amore e non per denaro”, entrato in scena negli anni del terrorismo per poi trovare una sua collocazione in vicende locali di robusto impatto. Scavando fra miseria ed emarginazione, ricchezza e privilegi, disinteresse e indifferenza. E che, in questo suo ultimo lavoro, cerca di fare breccia, sia pure con la dovuta circospezione, fra le pieghe della Chinatown attiva sotto le Due torri. 
Insomma, un personaggio umano e al tempo stesso fuori dalle righe che lascia il segno. Così come lasciano il segno altri suoi protagonisti: è il caso di Santo Misericordia (un nome e un cognome che sono tutto un programma…), il quale sopravvive facendo l’avvocato d’ufficio per poveracci che non possono pagarsi la parcella. A sua volta un disperato, il nostro Santino (così lo chiamano gli amici), che passa da una direttissima all’altra all’insegna della miseria e dell’uso di cocaina. Fermo restando il ruolo della sua Bologna. “Una città - a detta di Fagnoni - dal doppio volto: progressista, ma anche dagli affitti in nero; sede di tanta cooperazione, ma anche di stipendi da fame. D’altra parte in Italia non esiste la perfezione, nemmeno a sinistra”. 
Ma torniamo al dunque. Proprio all’uscita di una di queste direttissime, Santino riceve una telefonata da un vecchio amico, Carlo Grimaldi, rampollo di un importante imprenditore farmaceutico, che gli propone un lavoro. Come dire di no a un guadagno sicuro e a un po’ di coca garantita? Purtroppo nel luogo convenuto per l’appuntamento troverà soltanto il suo cadavere accanto a una borsa piena di contanti. 
Disperato, decide di chiamare una sua vecchia conoscenza, l’unico di cui si fidi. Appunto Galeazzo Trebbi.  Il quale ben sa che di Misericordia non c’è invece da fidarsi più di tanto. Ma a convincerlo sono i 500 euro di anticipo, che per uno che si deve accontentare di viaggiare su una vecchia Vespa non sono pochi. Così, tanto per cominciare, chiamerà in gioco il commissario Guerra e i suoi uomini per il sopralluogo sulla scena dell’omicidio. 
Sta di fatto che, mentre si mette a indagare sul fattaccio, Trebbi viene contattato anche da un ricco e vecchio cinese, uno di quelli che traffica a Corticella, il quale lo assolda (come rifiutare?) per fargli ritrovare un milione di euro in contanti che qualcuno gli ha rubato. Una nuova realtà, quella cinese, che lo porta l’autore a una considerazione: “Ormai dobbiamo fare i conti con gli stranieri, in quanto sono fra noi, lavorano e producono, crescono i loro figli. Fanno parte delle diversità sociali che ogni giorno sperimentiamo. E poi Trebbi, a suo modo, non è forse un diverso, un disadattato? Forse proprio per questo riesce meglio di altri a non avere pregiudizi, a mettersi in gioco. Lui che ha perso tutto, ma non la curiosità, la voglia di capire quello che gli sta succedendo intorno”. 
Trebbi che si trova così invischiato in due casi complicati, certamente pericolosi, che si rapportano da un lato con un omicidio eccellente e, dall’altro, con la criminalità cinese. Con la quale è meglio non scherzare. Sta di fatto che, muovendosi sul sottile crinale che separa la legalità dall’illegalità, dovrà cercare di capire dove si nasconda la verità in un gioco fuorviante nel quale tutti cercheranno di usarlo per perseguire personali obiettivi. Tanto più che, oltre alla criminalità organizzata dagli occhi a mandorla, si stanno facendo strada anche sospetti focolai di terrorismo islamico… 
Insomma, in questa quinta indagine imbastita sull’ex poliziotto Galeazzo Trebbi (ancora una volta una storia di piacevole lettura, ben costruita e mai lasciata al caso), l’autore attinge “a piene mani dall’universo nero della narrativa scritta e sceneggiata”. Tenendo a precisare: “Alcuni mi chiedono se bisogna iniziare a leggere di Trebbi dal primo romanzo, Il silenzio della bassa. E io rispondo - con indubbia ironia, aggiungiamo noi - che sarebbe meglio, ma non è obbligatorio. L’importante è leggerli”. 
Per la cronaca Massimo Fagnoni (portatore di un debole dichiarato per un autore come Don Winslow, a partire da L’inverno di Frankie Machine,  ma anche per il fantasy, con una predilezione rivolta a Tolkien e al suo Il signore degli anelli) aveva debuttato nella narrativa di settore nel 2010 con Bologna all’inferno (Giraldi), seguito a ruota da La ragazza del fiume (0111 edizioni) e quindi, l’anno successivo, da Belva di città (Eclissi), primo romanzo della serie imbastita sul maresciallo Greco. 
E poi via via sino ad accasarsi alla Fratelli Frilli, con la quale ha pubblicato Il silenzio della Bassa, Il giallo di Caserme Rosse, Bologna non c’è più (primo premio al concorso letterario “I Sapori del giallo”, poliziotti che scrivono) e il Bibliotecario di via Gorki. In ogni caso inframmezzando le uscite targate Frilli con altre per i tipi della Minerva (per la quale nel 2017 ha pubblicato Il ghiaccio e la memoria) e della Giraldi (che lo scorso anno lo ha visto arrivare sugli scaffali con La consistenza del sangue).

Ultima, ma non certo ultima in termini qualitativi, la premiata coppia composta da Rita Monaldi e Francesco Sorti, in arte Monaldi&Sorti, tornata sugli scaffali con L’uovo di Salaì (Baldini+Castoldi, pagg. 234, euro 18,00), secondo lavoro di una trilogia (il primo, I dubbi di Salaì, è stato pubblicato nel 2017) che si concluderà quest’anno con l’arrivo in libreria de La Riforma di Salaì
Di cosa stiamo parlando? Di un canovaccio incentrato su fatti storici accertati, pronto a proporsi alla stregua di una “satira esilarante e spietata della teoria del complotto e di tutte le false ideologie che condizionano la Storia e il nostro presente. Forse perché i falsi misteri servono a distrarre da quelli veri…”. Una trama che tira in ballo, a detta degli autori, il “vaneggiamento pseudo-storico al quale i media hanno da alcuni anni spalancato le porte”. 
Riferendosi, nel nostro caso, alla scoperta dell’America, ispiratrice di fumosi quanto inquietanti scenari: che ad esempio Cristoforo Colombo era in realtà un templare; oppure un ebreo che voleva condurre il suo popolo verso la salvezza oltre oceano; o addirittura un agente segreto del Vaticano e via di questo passo, sino ad arrivare ad altre teorie addirittura più ardite. 
E allora ecco Monaldi&Sorti addentrarsi nella Storia vera, quella suffragata da testimonianze che non si confondono nelle nebbie della menzogna. Magari arricchendola “dell’uso spregiudicato” dei nomi di certi personaggi attinti dalla letteratura italiana… 
Venendo al dunque, nella Roma del 1508 incontriamo il giovane Salaì, apprendista pittore nonché figlio adottivo di Leonardo da Vinci, appena arrivato nella Capitale da Firenze su incarico del patrigno. Con quale compito? Quello di trovare a tutti i costi un libro appena stampato nella lontana Alsazia, che riporta la prima carta geografica dell’America. Ma nessuno lo deve sapere. Leonardo infatti, invidiosissimo di Colombo, Vespucci e di tutti gli altri grandi esploratori, vuole plagiare questa carta geografica e darla alle stampe a suo nome. 
“La missione si rivela tuttavia piena di pericoli. Salaì riceve infatti prima oscure minacce di morte, poi viene rapito da un commando di agitatori politici che possiedono una copia del prezioso libro, convinti che lui faccia parte di una colossale congiura. Il figlioccio di Leonardo dovrà quindi usare tutto il suo straordinario acume per districarsi tra librai traditori, usurai senza scrupoli, prostitute d’alto bordo e spericolati sovversivi”. In più il bel Salaì, gran sciupafemmine nonché simpatico cialtrone, dovrà fare i conti con vecchi amori che si sono portati al seguito inattese pendenze. In altre parole alcuni figli illegittimi. 
Come in ogni buon intrigo, alla fine il nostro ambizioso giovanotto, bugiardo e anche un po’ ladro, “verrà incastrato e finirà in catene davanti a un giudice. E solo all’ultima pagina sapremo se riuscirà a scampare alla forca”. Risultato? Un tuffo narrativo nella storia in quanto gli autori riportano fedelmente i verbali dell’interrogatorio subìto da Salaì, peraltro descritti da Leonardo in modo diverso da come sinora lo si era immaginato. 
Insomma, un romanzo divertente e a tratti anche irriverente, che mantiene l’originalità del testo scritto da un uomo di scarsa cultura, seppure tradotto in lingua moderna. Di fatto un’altra buona prova firmata da Monaldi&Sorti, marito e moglie nella vita. Una coppia di successo tradotta in 26 lingue e in una sessantina di Paesi, che ha saputo occupare uno spazio narrativo, quello del romanzo storico di formazione, un filone troppo spesso trascurato in Italia. 
Ricordiamo inoltre che i nostri autori vivono da tempo a Vienna con i figli, in seguito alle note vicende politico-editoriali legate alla prima edizione di Imprimatur, una serie composta da cinque romanzi (oltre a Imprimatur, anche Secretum, Veritas, Mysterium e Dissimulatio) con protagonista Atto Melani - cantante castrato, diplomatico e spia al soldo di Luigi XIV, nonché amico di papi, principi e re - vissuto fra il 1626 e il 1714. Del quale Melani i due autori hanno anche curato l’edizione de I segreti dei conclavi, un memoriale riservato da loro scoperto in una biblioteca parigina. 
Ma qual è uno dei maggiori pregi di Monaldi&Sorti? Quello di addentrarsi - riprendiamo da nostri precedenti appunti - fra le pieghe di un periodo storico decisamente “caldo”, portando a far riflettere sulle attuali ripercussioni di certe scelte politiche avvenute tre secoli fa. Non a caso la storia secolare dell’Islam resta in cattedra ancora oggi, sia pure in un ambito di mutata drammaticità. Con l’Isis “a inneggiare minacciosamente alla conquista delle metropoli occidentali, Roma compresa. E in questo ambito le suggestioni della propaganda sembrano sostanzialmente le stesse di un tempo”.

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