Share |

"Bruxelles ha peccato, ma è ancora possibile recuperare gli ideali dei padri fondatori"

Secondo Richard Heuze, storico corrispondente da Roma del quotidiano Le Figaro, l’Unione dà troppo peso - sbagliando -  alla finanza e poca attenzione all’economia e al sociale. E per quanto riguarda i rapporti Italia-Francia? Si sta lavorando per rilanciare la cooperazione e l’amicizia, mentre quelli con Stati Uniti e Cina…


23/04/2019

di Giambattista Pepi


Richard Heuze

L’Europa ha peccato: troppo sbilanciata in ambito monetario e finanziario, poco attenta alla coesione economica e sociale. Ma avrà un futuro se Italia, Francia e Germania, come Paesi fondatori, sapranno recuperare lo spirito del manifesto di Ventotene e gli ideali che animarono i padri costituenti che, nel Dopoguerra, gettarono le basi per avviare il progetto di unificazione politica europea dopo il disastro del Secondo conflitto mondiale. Per contro, con Donald Trump alla Casa Bianca, risulta difficile recuperare il rapporto con gli Stati Uniti. E per quanto riguarda la Cina? Meglio non fidarsi: non c’è reciprocità nel rapporto con Pechino. Fermo restando che, a fronte dell’intesa legata all’accordo sulla Via della seta, il Governo italiano ha sbagliato nell’agire da solo. 
A sostenere queste posizioni è Richard Heuze, 73 anni, da una vita corrispondente da Roma del quotidiano francese Le Figaro, un giornalista tra i più apprezzati della stampa estera in Italia. Il quale sta peraltro scrivendo una biografia sui Matteo Salvini che a settembre pubblicherà con i tipi dell’editore Plon. 
Proseguendo nella serie di interviste dedicate alle imminenti elezioni comunitarie, Economia Italiana.it lo ha intervistato. 

L’Unione europea non è il Santo Graal. Come tutte le creazioni umane ha pregi e difetti: gli inglesi, che hanno scelto di uscirne, stanno dimostrando quanto sia difficile e costoso rinunciare ai benefici che questa appartenenza comporta. La stagione che sta vivendo l’Ue è stata una delle più difficili. In questi anni si è toccato con mano la distanza tra gli organismi comunitari e vasti strati della popolazione europea e la sua popolarità è precipitata. Perché è caduta così in basso? 
È caduta in basso perché ci sono state delle iniziative e degli atteggiamenti poco ortodossi e rispettosi nelle relazioni tra gli Stati e i rappresentanti delle istituzioni europee. C’è poi uno specifico che riguarda i rapporti tra l’Italia e la Francia. Ma la storica amicizia italo-francese non è stata, però, intaccata dalla dialettica recente: me l’ha detto il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, durante un’intervista in esclusiva pubblicata sulla Revue International de politique comparèe nei giorni scorsi. Mattarella è molto fiducioso sul fatto che si ristabiliranno - se mai fossero stati offuscati in occasione delle polemiche dei mesi scorsi sulla questione dei migranti e a proposito delle offerte di collaborazione in vista delle prossime elezioni europee con i gilet gialli da parte del Movimento 5 Stelle - rapporti di leale e proficua collaborazione e cooperazione tra i nostri due Paesi. 
Per tornare alla domanda, va detto che ci sono stati comportamenti disdicevoli che hanno peggiorato la relazione. Anzitutto da parte francese: una certa leggerezza, che è un aspetto del carattere tipicamente francese, nel confrontarsi con l’Italia. È il sentimento della nostra “grandeur”, che è orribile perché pieno di pregiudizi verso gli italiani. Questo sentimento di superiorità c’è sempre stato, magari sottotraccia. Per la verità, nei quarant’anni di corrispondenza dall’Italia per il mio quotidiano Le Figaro, mi sono strenuamente battuto per far capire a fondo le cose e togliere ogni forma di pregiudizio nei rapporti tra Italia e Francia. 
Quando il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha parlato di lebbra, si riferiva soprattutto alla situazione politica francese per la presenza dei nazionalisti di Marine Le Pen. Per lui la lebbra è come una macchia che si sta espandendo in tutta l’Europa. Lui dunque non parlava specificamente dei partiti al governo in Italia. Ma, ovviamente, Matteo Salvini ha interpretato le dichiarazioni di Macron come una critica feroce verso l’Italia, il suo governo e le forze politiche della maggioranza. 
Dal canto suo, Salvini ha manifestato un atteggiamento di aperta ostilità verso la Francia, stabilendo un asse con forze politiche che non vedono con favore l’attuale modello dell’Unione europea: mi riferisco alle forze politiche al governo dei Paesi del Patto di Visegrad (Ungheria, Polonia, Republica Ceca, e Slovacchia - ndr) che sono in forte contrasto con l’Ue: loro hanno intenzione di cambiarla, hanno una visione di una democrazia illiberale che ovviamente non corrisponde ai nostri valori e ai nostri principi. Si sta formando in Europa un raggruppamento di paesi fortemente ostili all’Europa che noi abbiamo conosciuto e che sperano con le elezioni europee di poter cambiare a loro piacimento. 

Molti cittadini europei hanno criticato l’Ue, a volte a giusto titolo a volte meno, senza tuttavia avere la percezione dei vantaggi che assicura. Prova ne è l’ondata di malcontento antieuropeista che sta montando in molti paesi dell’Ue. Partiti nazionalisti, sovranisti, a volte apertamente razzisti e xenofobi, non fanno più paura e, stando ai sondaggi, attirano un elettore su tre. La loro base è alimentata dalla rabbia e dalla sfiducia crescente verso i partiti tradizionali, ritenuti incapaci di rispondere alle richieste di cambiamento. Promettono il cambiamento. In cosa potrebbe consistere? In quale direzione spingerebbero l’Ue? 
Ci sono molte risposte da dare a questa domanda. La prima è se riusciranno ad avere una maggioranza: non lo credo affatto. Gli ultimi sondaggi danno una forte crescita dell’euroscetticismo e dei movimenti nazionalisti, ma non al punto di rovesciare gli equilibri a Bruxelles. D’altronde dentro queste forze populiste ci sono diversi punti di vista tra l’Italia e la Polonia, tra la Russia ed altri paesi. Non hanno una comune linea politica: ognuno tira l’acqua al suo mulino. Non è ancora stato pubblicato un manifesto nazionalista o populista delle riforme che vorrebbero portare avanti all’interno dell’Ue. Non si sa bene ancora che cosa vogliono fare se avessero la maggioranza. 
Finora questi partiti hanno sempre criticato l’Europa: l’eurocrazia, la moneta unica, la Commissione europea, il potere imposto al popolo, ma non hanno ancora detto quali cambiamenti desidererebbero fare nel funzionamento degli organismi comunitari previsti dai Trattati istitutivi. A proposito di cambiamenti va detto che la Commissione europea ha già iniziato un processo di riforme che mira proprio ad avvicinarle di più alle richieste del popolo. Non mi sembra proprio che l’insieme dei partiti e dei movimenti euroscettici o antieuropeisti potranno essere determinanti negli equilibri del futuro Parlamento. Credo piuttosto che il Partito Popolare europeo (PPE), i socialisti, i liberali e i democratici avranno ancora la maggioranza. Bisogna tener conto del disagio e delle forti critiche che sono state avanzate in questi anni per fare delle riforme. D’altronde è la via che Macron aveva predisposto oltre un anno fa in un grande discorso pronunciato a Versailles per riformare e rilanciare l’Unione europea.

In cosa è mancata allora l’Europa per far sì che il popolo reagisse e il malcontento gonfiasse le vele di queste formazioni sovraniste e populiste oggi presenti in così grande numero nei paesi europei? 
Secondo me l’Europa è stata troppo sbilanciata in ambito monetario e finanziario, mentre si è occupata meno di coesione sociale ed economica, non ha saputo combattere la povertà, la disuguaglianza, i ritardi nello sviluppo all’interno dell’Ue e tra i diversi Stati membri e non ha saputo coinvolgere adeguatamente la popolazione attraverso la promozione della cultura europea e della conoscenza delle istituzioni europee. Non credo che i populisti andranno al potere, ma sicuramente dei cambiamenti ci saranno. 

Francia e Germania già lo scorso anno e all’inizio del 2019 con l’accordo di Aquisgrana hanno ripreso con forza e convinzione l’iniziativa politica per rilanciare il progetto europeistico. Quali sono le riforme prioritarie per l’Europa? Un budget unico, una politica di difesa e sicurezza comuni, completare l’Unione bancaria, avere una politica estera? 
Sicuramente un po’ tutto questo. La Francia e la Germania continueranno ad essere protagonisti come lo furono negli anni Cinquanta quando con la dichiarazione di Schuman decisero di fare una consultazione permanente per scongiurare che potessero tornare ad esserci eventuali dissapori, divergenze di vedute, come c’erano state negli anni precedenti lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Tra i due paesi fu sottoscritto il Trattato dell’Eliseo nel gennaio 1963 che metteva nero su bianco le modalità del dialogo tra Francia e Germania. Questo dialogo è stato rilanciato con il trattato di Aquisgrana nel gennaio scorso. 
Quando ho chiesto al presidente Mattarella se lui considerava questo trattato come una concorrenza nelle relazioni franco-italiane, Mattarella mi ha risposto di no. “Siamo molto felici - mi ha detto - che la Francia e la Germania, due paesi fondatori dell’Unione europea, abbiano deciso di stringere i loro rapporti al servizio del grande disegno europeo”. 
Detto questo, nel settembre 2017 quando c’è stato il vertice franco-italiano, i due Paesi avevano avuto l’idea di fare un trattato analogo e definirlo quello del Quirinale. Sono state sedute di lavoro molto forti fino a quando nel marzo 2018 si svolsero le elezioni politiche in Italia. Dopo la vittoria dei populisti, quelle relazioni sono divenute meno intense. 
Dopo l’incidente diplomatico, è ripreso il dialogo tra i due presidenti, Macron e Mattarella, e quindi si può dire che siamo entrati in una fase nuova nelle relazioni franco-italiane. Il presidente Mattarella si augura che i negoziati per giungere a un’intesa tra Francia e Italia riprendano presto. E lo stesso auspicio viene fatto all’Eliseo.

Un rafforzamento di quest’alleanza storica tra Francia, Germania e Italia, che diede vita negli anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale al primo embrione della futura Unione europea, è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi di unità politica ed economica dell’Ue. Ed è indispensabile anche per recuperare il rapporto storico con gli Stati Uniti? 
Sembra di sì. Se cresce la cooperazione tra i paesi fondatori, ne beneficia l’Unione. Ma certamente al processo di cooperazione politica ed economica tra questi stati non giovano iniziative o propositi come quello portato avanti dalle forze nazionaliste e dal leader della Lega Salvini di creare un asse italo-ungherese che sia competitivo con quello franco-tedesco. Francamente dubito che il capo del governo magiaro, Viktor Orban voglia uscire dal Partito Popolare europeo. Tutto questo è in divenire. Tutte le riforme che saranno fatte dovranno tenere conto di una componente fortemente critica all’interno dell’Unione europea. E in particolare bisognerà considerare le prospettive in rapporto all’atteggiamento e alle posizioni del governo populista italiano. 

Sono rimasti sullo sfondo i rapporti tra l’Europa e gli Stati Uniti, che non avevano mai raggiunto un livello così basso dopo l’elezione alla Casa Bianca del presidente Donald Trump. Come si può recuperare un rapporto storico di amicizia, lealtà, collaborazione che si è andato deteriorando dopo la fine della guerra fredda? 
È Trump che ha voluto avviare una politica isolazionista degli Usa, allontanandosi ancora di più dall’Europa. Ha preso di mira la cancelliera tedesca Angela Merkel i cui rapporti tra Usa e Germania non erano mai stati così pessimi. Gli Stati Uniti non si interessano affatto di quanto sta avvenendo in Europa. Gli Stati Uniti non entrano negli affari europei e d’altra parte le divisioni all’interno dell’Unione europea, giustificano la battuta che sta tornando a circolare nell’ambito diplomatico americano: “Per parlare con l’Europa chi devo chiamare? I 27 capi di stato e di governo dell’Unione europea?”. 
È una battuta vecchia dell’epoca della guerra fredda. Non c’è solo un problema di relazioni diplomatiche e politiche, no, c’è anche quello economico e commerciale. L’amministrazione Trump ha imposto i dazi sull’import di acciaio e di beni agro-alimentari. Ci sono i trattati multilaterali che sono stati percepiti come ispirati dagli Stati Uniti a discapito degli interessi europei. Dunque il contenzioso è grande e sta crescendo e se da parte degli Usa non c’è disponibilità a modificare la propria posizione attuale, non vedo miglioramenti possibili nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa.

Un’altra domanda riguarda la visita e gli accordi siglati in Europa dal presidente della Repubblica popolare cinse, XiJinping. Come interpretare l’accoglienza e il favore con cui è stato accolto prima in Italia e dopo in Francia? È forse un tentativo di controbilanciare il venir meno dei rapporti con gli Stati Uniti? 
Non direi così. L’Unione europea è stata molto critica verso la visita di XiJinping. L’ha vista come una sorta di cavallo di Troia nel sistema europeo passando dall’Italia anziché recarsi a Bruxelles. Il presidente francese Macron e la cancelliera tedesca Merkel sono stati molto critici verso la decisione unilaterale dell’Italia di accogliere separatamente la missione cinese sottoscrivendo per prima dei memorandum d’intesa. 
In effetti l’apertura dei porti italiani, ma soprattutto del capitale delle autorità portuali italiane ai cinesi, fa paura in Europa. Non c’è contro-bilanciamento tra Cina e Stati Uniti. La Cina è un regime autoritario: non lascia spazio a un reciproco rapporto commerciale. Prima di poter avere relazioni piene, occorre anzitutto che ci sia reciprocità. Perché ai cinesi non interessa lo sviluppo economico dell’Europa: a loro interessa investire i loro capitali in Europa. Così come hanno fatto in Africa: contratti con l’export, controllo dei porti, acquisto di terreni da coltivare. 
Questa strategia cinese di allargarsi fa un po’ paura in Europa. Il governo populista italiano è stato molto impulsivo e ha preferito muoversi da solo senza aver prima consultato gli organismi comunitari e gli altri capi di Stato europeo in modo da poter prospettare un’intesa comune. La Germania ha rapporti economici abbastanza forti con la Cina. Qui in Italia si è temuto che potessero essere accordati ai cinesi vantaggi che sarebbero stati senza contropartite.

Ma anche Macron ha ricevuto il presidente Xi. 
Sì, ma non lo ha fatto da solo, ma invitando la cancelliera tedesca Angela Merkel: sarebbe stato auspicabile che il governo italiano avesse agito allo stesso modo coinvolgendo i partner europei.  Inoltre gli accordi sottoscritti sono esclusivamente commerciali.

Ma, come si ricorderà, all’interno del Governo non la pensavano tutti allo stesso modo. Più aperti il premier Conte e il ministro dello Sviluppo economico Di Maio, più cauto il ministro degli Interni, Salvini. 
Sì è vero, ma resta il fatto che il memorandum è stato sottoscritto. La posizione di Salvini è stata critica e distante e questo è stato visto in Europa come un fattore positivo. Anche lo stesso Di Maio ha dovuto modulare il memorandum: ad esempio non si è più parlato dell’acquisizione di quote nella società di gestione dei porti di Genova, Trieste e Palermo. E questa è una buona cosa.

Dalle urne quale Europa uscirà? Un’Europa che cerca di recuperare lo spirito dei padri costituenti per un suo rilancio, oppure ci sarà una stagione di mezzo sospesa tra il passato, il presente fatto di sospetti, diffidenze, cadute, e un futuro tutto da definire? 
Una cosa è certa: Italia, Germania e Francia hanno riaffermato lo spirito dell’appello di Ventotene nel 2017 in occasione dei sessant’anni della firma del Trattato di Roma del 1957. Questo appello di Ventotene è stata la pietra fondamentale della costruzione europea fino ad ora. Questo appello era stato lanciato da Spinelli e da altri padri fondatori dell’Europa moderna (Adenauer, Schuman, De Gasperi, Monnet) vedeva la collaborazione tra i Paesi fondamentali per il futuro dell’Europa. Se dovesse emergere un’Europa nazionalistica molte cose cambierebbero. Ma penso che anche se otterranno un buon risultato ed eleggeranno un buon numero di parlamentari non ritengo che i nazionalisti saranno in grado di imporre la loro visione, ammesso che ne abbiano una. Penso che l’Europa di domani sarà più dialogante: forte e basata sui princìpi fondamentali sulla base proprio di quanto costituì la citata base del Trattato.

(riproduzione riservata)