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"Chopin non va alla guerra", perché la guerra non fa per lui e non sarà mai la sua

Lorenzo Della Fonte, un numero uno in campo musicale, dà voce a un romanzo dolce-amaro ambientato fra le pieghe del Primo conflitto mondiale  


27/11/2017

di Catone Assori


Un curriculum che non è da tutti quello di Lorenzo Della Fonte: direttore d’orchestra, compositore, insegnante e scrittore. Ruoli che lo vedono docente titolare di Strumentazione per Orchestra di fiati al Conservatorio di Torino, direttore dell’orchestra di Fiati della Valtellina (formazione da lui fondata nel 1991 e sempre rimasta sotto la sua direzione, con la quale ha inciso diversi Cd e ottenuto numerosi riconoscimenti a livello internazionale), direttore dell’Orchestra di fiati del Conservatorio di Messina nonché della Brass Band del Conservatorio del capoluogo piemontese. Insomma, un musicista di tutto rispetto che ha fra l’altro ottenuto il primo premio nell’edizione 2000 del Concorso Internazionale per direttori d’orchestra “Prix Credit Suisse” di Grenchen. 
In parallelo, dalla sua penna, sono già arrivati sugli scaffali delle librerie due lavori: La banda: orchestra del nuovo millennio sulla storia della letteratura per fiati, nonché il lavoro storico-musicale L’infinita musica del vento che si rapporta alla  vicenda, ampiamente romanzata, del clarinettista napoletano Francesco Maria Scala, personaggio realmente esistito nel XIX secolo, famoso per essere stato il primo direttore della Banda dei Marines ufficialmente riconosciuto dal Congresso Usa. 
E ora, per assecondare il proverbio “non c’è due senza tre”, eccolo di nuovo in scena con Chopin non va alla guerra (Elliot, pagg. 154, euro 16,50). Un lavoro di piacevole lettura che sorprende per la tematica trattata, pronta “a intrecciare il dramma della guerra con la speranza offerta dalla musica, le vicende intime con l’identità nazionale, l’amore e la poesia con le ferite e la violenza del potere”. 
Nato a Sondrio il 17 gennaio 1960, sposato con Elena dalla quale ha avuto le figlie Lucia e Margherita, Della Fonte - dopo aver conseguito il diploma magistrale - nel 1985 si era portato a casa il diploma di Strumentazione per banda dal Conservatorio di Parma, al quale ne sarebbero seguiti altri due: uno in Clarinetto e l’altro in musica Jazz. Beneficiando peraltro del fatto di essere stato allievo di grandi direttori d’orchestra, come Jo Conjaerts, Henk van Lijnschooten, Robert Reynolds, Eugene Corporon, Gianluigi Gelmetti, Jan Cober e Andreas Spörri. 
Ma di cosa si nutre il suo Chopin non va alla guerra? Di un episodio legato all’ultimo anno della Prima guerra mondiale e ambientato fra la Valtellina, la Valchiavenna e l’Alto Lario. Siano nell’inverno del 1918 quando il tenente di artiglieria Giovanni Bassan viene trasferito, “a causa di una non meglio identificata malattia del cuore, presso il Forte Montecchio”, una roccaforte costruita per fronteggiare una possibile invasione nemica proveniente dalla Svizzera. Nel piccolo drappello di soldati, comandato dall’intransigente maggiore Zocchi, c’è anche il trombettiere Domenico, che trasmette a Giovanni (un soldato costretto a combattere una guerra che non comprende, che miete vittime su entrambi i fronti e che fa soltanto male. Come tutti i conflitti, peraltro) la passione per la musica, rinsaldata “dall’incarico di costituire una banda musicale composta da eccentrici personaggi”. 
In tale contesto “la monotona vita al Forte viene spezzata dall’incontro con Livia, una donna misteriosa (ammalata e sola nonostante la famiglia) che vive in un paese in riva al lago, Dongo. Livia non esce mai di casa e come unica traccia di sé diffonde nell’aria il suono del suo pianoforte che affascina i due amici nei giorni di libera uscita, spingendoli a indagare sul suo passato e a trasformarsi da militari in promotori del suo talento”. 
Insomma, una specie di favola che prende corpo fra le brutture della guerra, con la musica a rappresentare una specie di àncora di salvezza. Una angolatura vincente per poter far fronte alla violenza insensata del potere, il cui unico scopo è l’obiettivo finale e non la vita di tanti giovani uomini mandati al massacro senza porsi troppi interrogativi.  
In sintesi: un romanzo che si legge che è un piacere; che lascia spazio, oltre all’amaro, anche a briciole di dolce in bocca; che sa parlare del bene e del male senza violentare il senso patrio; che mescola con intelligenza tragedia e speranza; che principalmente induce alla riflessione. Il tutto a fronte di un titolo, Chopin non va alla guerra, che la dice lunga: perché la guerra non fa per il nostro protagonista e non sarà mai la sua.

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