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"Ci sarà un nuovo Governo? Se ne può fare a meno purché lo Stato ci faccia da mamma"

I cittadini, secondo Vittorio Zucconi, sono antipartitici, ma sbagliano: sono gli apparati burocratici il vero nemico, non la classe politica. E il bipartitismo? Un’illusione. La Costituzione ci impone governi di coalizione e alla fine si troverà un accordo che impedisca nuove elezioni. Garantendo il seggio agli eletti


12/03/2018

di Giambattista Pepi


“Noi siamo il Paese dei briganti di passo. Di quelli che occupano un ponte sulla strada e fanno pagare il pedaggio per transitare. Noi siamo un Paese pluripartitico perché così si distribuisce meglio il potere. Noi siamo il partito del “pochi, maledetti, ma miei”. È tranchant, ma se lo può permettere, il giornalista e scrittore Vittorio Zucconi. L’Italia la conosce infatti molto bene, perché ci ha vissuto e l’ha vissuta profondamente. Ed è stato dall’altra parte della barricata: quella del cronista e del testimone. Della stagione del terrorismo (seguì la vicenda del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, lo statista della Democrazia Cristiana), dei Governi di unità nazionale, del riformismo senza riforme, della democrazia zoppa o, se preferite, incompiuta, di un’economia largamente sussidiata da tutti Governi repubblicani per avere il consenso del popolo e di uno Stato impotente con i forti e arrogante con i deboli. 
Insomma, un osservatore privilegiato Vittorio Zucconi, affermato giornalista e scrittore. Nato a Bastiglia (in provincia di Modena), figlio d’arte (suo padre Guglielmo fu direttore della Domenica del Corriere e del Giorno nonché deputato della Democrazia Cristiana), una laurea in Lettere e filosofia conseguita all’Università di Milano, ha lavorato per La Notte, La Stampa (come corrispondente da Bruxelles, Washington e Tokyo), la Repubblica (corrispondente da Parigi), Il Corriere della Sera (corrispondente da Mosca). Tra gli scoop la scoperta del caso Lockheed (1976), lo scandalo degli aerei C130 venduti all’Italia grazie alle tangenti versate a generali e ministri per il quale l’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone fu costretto a dimettersi. 
Dal 1985 Zucconi vive a Washington, dove ricopre l’incarico di editorialista dagli Stati Uniti per la Repubblica. Zucconi in questa intervista a Economia Italiana.it distilla perle di saggezza, proponendosi anche sferzante e obiettivo al limite del cinismo.

Anzitutto un’analisi del voto. 
La prima analisi è evidente. L’elettorato ha votato contro la formula di Governo esistente: l’alleanza tra Forza Italia e Pd. E ha votato a favore dei partiti che erano espressamente contrari a quella formula: cioè Lega e Movimento 5 Stelle. La vox populi ha parlato e ha parlato ad altissima voce. Più chiaro di così l’esito non poteva essere.

In questo modo si passa da una forma di bipartitismo che in qualche modo negli anni Novanta aveva garantito la governabilità dell’Italia a un sistema politico bloccato. 
Io che sono viziato dalla mia lunga esperienza americana, e quindi mi sono “bipartitizzato” fino al midollo, avevo sperato per un po’ che il bipartitismo potesse essere trasferito all’Italia, dimenticando che noi siamo il Paese dei briganti di passo. Di quelli che occupano un ponte sulla strada e fanno pagare il pedaggio per transitare. Noi siamo un Paese pluripartitico perché così si distribuisce meglio il potere. Del resto la nostra Costituzione essendo al 100% parlamentarista, di fatto è costruita in maniera tale da impedire che ci sia - per il timore del ritorno del fascismo o dell’avvento del comunismo - un partito assolutamente dominante. La stessa Democrazia cristiana solo raramente, e spesso per governi transitori, ha governato da sola. Con grande dispiacere noi siamo il partito del “pochi, maledetti, ma miei”.

Tra l’altro questo sistema elettorale non è stato in grado di raggiungere nessuno degli obiettivi che si prefiggeva il legislatore: formare una maggioranza di governo, e quindi dare stabilità e governabilità al Paese, né dare rappresentatività piena all’elettorato. 
Ho l’impressione che in realtà volesse un esito di questo genere perché, a meno di valanghe, questa legge, pur con molti difetti, non impedisce a nessuno di votare per il partito prescelto: se il M5S, la Lega o il Pd avessero preso il 50% più uno dei voti validamente espressi, ma anche meno, avrebbero avuto la maggioranza assoluta. La legge non è una mano che ti ha bloccato la matita: mettevi la croce sul partito e quel partito prendeva i voti. Se avessimo avuto una legge elettorale fondata sul proporzionale sarebbe stato pure peggio. Allora torniamo al discorso del premio di maggioranza. E lì inciampiamo sulle questioni costituzionali che vietano di poter riconoscere un premio di maggioranza eccessivo. In realtà ho il serio sospetto che noi italiani non lo vogliamo un Governo: invochiamo il Governo o lo Stato ma poi, al momento di salire sull’altare e pronunciare il fatidico sì, ci tiriamo indietro dicendo: magari restiamo ancora un po’ insieme, perché sposarci? Non credo che l’Italia voglia davvero un Governo. Anche perché abbiamo - come hanno dimostrato le recenti elezioni - tra il Sud e il Nord tali contraddizioni interne che immaginare un partito che possa avere la maggioranza assoluta rappresentando sia le esigenze più o meno giustificate del Nord, sia quelle del Sud è puramente immaginario. In realtà questa elezione ha rappresentato correttamente l’Italia com’è.

Ma se è vero che gli italiani non vogliono uno Stato, come mai invece sono così sensibili alle offerte che sono giunte da tutti i contendenti durante la scorsa campagna elettorale, offerte che garantivano a tutti rendite, esenzioni, contributi ed elargizioni? 
Noi vogliamo in realtà la mamma, non uno Stato. La mamma è quella che ti dà la maglietta, la paghetta, che ti rammenda le calze, che prepara la pasta asciutta. Ma alla quale poi si dice: mamma questa sera esco, non sto a casa a guardare la Tv con te. Noi non vogliamo uno Stato, vogliamo qualcuno che ci aiuti nei momenti in cui ne abbiamo bisogno. Ma non vogliamo uno Stato con la S maiuscola, che sicuramente provvederebbe a molte cose, ma che richiederebbe anche molte altre cose. Uno Stato serio è qualcosa di severo ed esigente. Non è la mamma buona, è qualcuno che ti impone di fare delle cose, in cambio di altre. Molta parte della nostra ribellione, secondo me, nasce dal fatto che noi abbiamo uno Stato che è al tempo stesso prepotente in alcune occasioni, penso alle tasse, e quando non le paghe devi corrispondere gli arretrati, pagare le more e guai a dimenticarti un centesimo e, al tempo stesso, impotente contro i grandi evasori. E questo ci rende ostili allo Stato così com’è. Allora piuttosto che avere uno Stato serio preferiamo uno Stato che ci taglia un po’ le tasse e che ci dà un po’ di soldi quando non ne abbiamo. Questa non è esattamente un’idea di Stato. È un’idea di assistenza pubblica che è una cosa diversa dallo Stato.

L’Italia è uno Stato sociale di mercato, ma sempre molto distante e diverso dal Welfare state dei Paesi nord-europei. 
Lo Stato come si era configurato nella prima fase dell’unità europea, uscita dallo choc della Seconda guerra mondiale, naturalmente era esattamente questo: uno Stato sociale che garantiva protezione per i più deboli e gli emarginati, ma al tempo stesso pretendeva certi comportamenti. In altre parole tu non puoi avere contemporaneamente le provvidenze per gli invalidi, i disoccupati e i poveri, oltre a una buona sanità e pagare meno tasse. In Danimarca si paga il 77% di tasse sul reddito però lo Stato sociale funziona. Il problema nostro è che molti di noi sospettano, non a torto, che se anche pagassimo il 77% di tasse sul reddito, la situazione degli ospedali, dei trasporti, della scuola farebbero lo stesso schifo. Lo Stato lo vediamo come qualcosa di ostile: prepotente ma impotente e questo ci rende non antisistema, che è una parola grossa, ma antipolitici, perché è la politica che esprime questo Stato. Perché poi non dimentichiamo una cosa: il sotto- Stato.

Vale a dire? 
Quando noi parliamo di Stato pensiamo al movimento, al partito, a Forza Italia, al Pd, alla Lega, e questa è la rappresentazione democratica dello Stato. Al di sotto c’è quell’immenso Stato profondo fatto dalla burocrazia, dall’amministrazione quotidiana, dai ministeri che è del tutto immune ai risultati elettorali. E che continua a mal governare l’Italia mentre i “pezzi” grossi, quelli da talk show, fanno i loro balletti: mi metto con te, facciamo la briscola, facciamo il tresette. Ma nella realtà chi governa davvero il Paese è questo Stato profondo che noi non vediamo e non possiamo né eleggere, né licenziare.

Quando e come usciremo dallo stallo? 
“Io non riesco a immaginare uno scenario nel quale si abbia un Presidente del consiglio come Salvini o Di Maio, perché né l’uno né l’altro possono reclutare abbastanza voltagabbana. Questi famosi voltagabbana che fanno schifo a tutti fino a quando indossano la tua di gabbana. Io riesco piuttosto a immaginare una personalità, non necessariamente un parlamentare, o una parlamentare anche se non credo proprio che a una donna sarà data l’occasione di diventare Presidente del consiglio dei ministri, che governi con il papocchio di una maggioranza formata per alcuni scopi. Come, per esempio, fare una nuova legge elettorale, una legge finanziaria o per rassicurare i mercati che stanno come i gattoni di certi filmati disneyani lì belli tranquilli, ma pronti a zompare sul topolino che saremmo noi. Ma un governo che nasca con il pretesto di fare una nuova legge elettorale è un rompicapo quasi irrisolvibile perché mette insieme degli interessi completamente contraddittori tra di loro: c’è chi vuole il maggioritario, chi il proporzionale, chi il proporzionale con la soglia di sbarramento. Dover preparare un governo del presidente o di scopo o non politico, garantisce a chi è stato eletto ieri l’altro una prospera permanenza nelle aule parlamentari a colpi di 12, 13 o 14mila euro al mese che si prenderanno ben volentieri. Non lo faccio per qualunquismo, ma nessuno ha voglia di tornare a fare un’elezione tra sei mesi, spendere di nuovo dei soldi e faticare e magari rischiare di non essere eletti, perché non è scontata la rielezione. Per cui vedo un Parlamento che troverà un pretesto per fare un Governo che permetta a tutti di andare avanti e di godersi un po’ il soggiorno a Roma vedendo, nel frattempo, quale di questi partiti si metterà in condizioni di tornare a concorrere alle elezioni avendo migliori possibilità o di raggiungere il 40%, se sei Grillo o Di Maio, o di migliorare ancora la tua posizione se sei Salvini o, se sei il Pd, di irrobustirti e tornare sopra la linea di galleggiamento del 20%. Io vedo un Governo di transizione che, come tutte le transizioni in Italia, può durare molto a lungo.

L’Italia è tornata indietro invece di andare avanti. C’è da preoccuparsi? 
Sì. Tra le cose più inverosimile che ha detto l’apparente vincitore delle elezioni, Luigi Di Maio, è stata questa: siamo entrati nella Terza Repubblica. Io che ho vissuto bene dal di dentro la Prima Repubblica, e ho visto bene anche la Seconda, sento odore di anteprima della Repubblica, neanche della prima. Abbiamo fatto un colossale balzo all’indietro senza avere un partito-perno com’era la Democrazia cristiana. Sull’inquietudine dei mercati vedo una situazione internazionale molto complicata, resa addirittura imprevedibile dai comportamenti del presidente americano Donald Trump che ogni mattina si sveglia e ne spara una. L’ultima è quella dell’imposizione dei dazi su alluminio e acciaio che determinerà delle reazioni da parte degli altri Paesi con misure analoghe su altri beni prodotti negli Stati Uniti ed esportati in Europa o in Cina. Le guerre commerciali si sa come cominciano, ma non si sa come finiscono. Quindi ho timore che lì possa accadere qualcosa sul piano internazionale perché a Wall Street si sta creando di nuovo una grande bolla, dieci anni dopo lo scoppio della crisi, a causa dell’enorme quantità di liquidità che sta facendo crescere le quotazioni di titoli di società quotate ben oltre i loro meriti. Negli Stati Uniti si è ricominciato a concedere mutui al 100% del valore delle case. Allora il problema dell’Italia all’interno dell’Europa al momento non rappresenta un rischio grazie alla presenza ancora al vertice della Bce di Mario Draghi, ma dopo le cose potranno cambiare.

Il processo riformatore che l’UE ha avviato presuppone, però, che gli Stati che dovranno contribuirvi devono essere a posto. Ma noi i compiti non li abbiamo fatti tutti: i conti pubblici non sono per niente rassicuranti, come ci ha ricordato la Commissione UE nella relazione semestrale sugli squilibri macrostrutturali, e il Governo uscente non ha centrato né l’obiettivo del pareggio di bilancio né ha osservato la regola del debito. Come ci ripresenteremo in Europa dopo il voto? 
Se vogliamo essere cinici come noi giornalisti sappiamo essere, ci sarebbe quasi da augurarsi qualche forma di bufera finanziaria nel mondo. Questo permetterebbe a qualsiasi Governo di dire agli elettori: ragazzi, noi volentieri avremmo ridotto le tasse al 15%, volentieri vi avremmo dato 700-800 euro di reddito di sostentamento, ma come vedete non possiamo perché l’Europa non ci permette di farlo non finanziandoci il debito. E da soli non ce la facciamo. Quindi sarebbe un meraviglioso pretesto per fare quello che i Governi italiani sanno fare meglio: cioè niente. Poi alle prossime elezioni, passata la buriana legata al post 2008 (quella che ha cambiato tutta la storia d’Italia e ci ha portato il governo Monti, la riforma Fornero e la svolta del Nazareno con l’avvento di Renzi alla segreteria del Pd), la speranza è che questi partiti maturi - dalla Lega di Salvini al Movimento 5 Stelle fino al Pd senza Renzi - si presentino con programmi realistici e con ipotesi di future coalizioni. Perché non c’è niente da fare: qualunque Governo italiano, con qualunque legge si faccia, sarà un Governo di coalizione perché la Costituzione quello impone, ma senza incroci pericolosi tra forze politiche antagoniste e agli antipodi.

Lei è ottimista o pessimista? 
Sono paradossalmente ottimista perché penso che la situazione di stallo che si è creata sarà tale da impedire che vengano fatte colossali sciocchezze come la Flat tax, o vengano dati soldi a fondo perduto ai disoccupati che hanno bisogno di aiuto, ma non di soldi.

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