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“Con Draghi svolta possibile ma la sua larga maggioranza non è l'antidoto alla crisi”

È bene, secondo il politico e accademico Massimo Teodori, non farsi eccessive illusioni sulla possibilità di risolvere tutti i problemi del Paese. Sarebbe già tanto superare l’emergenza sanitaria e saper spendere bene le risorse europee evitando che vengano sperperate dall'imperante clientelismo


01/03/2021

di Giambattista Pepi


Massimo Teodori

Il Governo Draghi è la risposta alla crisi dei partiti. Benché fatta con il ricorso al Manuale Cencelli, l’Esecutivo qualcosa di buono potrà fare grazie all’autorevolezza e alle relazioni del Premier sia in Europa che nel mondo. L’ampia maggioranza di cui dispone in Parlamento non garantisce però che il suo Governo non possa avere problemi. E per quanto riguarda le attese riforme? Non facciamoci troppe illusioni: le cose più importanti sono superare l’emergenza sanitaria e sfruttare bene le risorse europee evitando che vadano sprecate per finalità clientelari. Inoltre la fedeltà all’atlantismo e all’europeismo sarà fondamentale per il Paese, che dovrà rimboccarsi le maniche per tornare a pesare nelle relazioni internazionali. 
Questo, in estrema sintesi, il pensiero di Massimo Teodori sul Governo Draghi, sul suo programma e sulle prospettive di rinascita del Paese. 
Politico navigato (fondatore e parlamentare del Partito Radicale si è distinto per essersi battuto per l’affermazione di diritti civili e contro la corruzione), accademico autorevole (dal 1979 al 2007 ha insegnato Storia e istituzioni degli Stati Uniti all’Università di Perugia e Politica italiana contemporanea alla Luiss di Roma e alla John Hopkins University di Bologna) nonché apprezzato editorialista e commentatore, Teodori in questa intervista non sottovaluta i rischi e le difficoltà che durante la navigazione, potrà incontrare la “nave” del premier. Confida, tuttavia, che saprà evitare i marosi e le secche facendo leva sull’autorevolezza, l’esperienza e le competenze di cui dispone, unitamente alle capacità di gran parte dei suoi ministri e sottosegretari.

Come giudica la genesi, la composizione e i primi passi del Governo Draghi? 
Che la crisi del sistema dei partiti fosse arrivata all’ultimo stadio era ormai un convincimento comune di osservatori d’ogni colore. E che il Governo Conte II fosse debolissimo in tutte le sue componenti, a cominciare dal nulla di quella più numerosa in Parlamento, i Cinquestelle, per proseguire con la mancanza di qualsiasi visione del partito più strutturato, il PD, era ben chiaro non solo al mondo politico e istituzionale a cominciare dal Colle più alto (il Quirinale, sede della presidenza della Repubblica - ndr). La farsesca vicenda della caccia ai cosiddetti “responsabili” per tenere in piedi una larva era solo l’ovvia conclusione della crisi di sistema che in nessun modo poteva essere rappezzata. 
La novità inaspettata, in realtà, non è stato il ricorso ovvio a Mario Draghi, l’ultima riserva autorevole della Repubblica, ma il tono e il contenuto, per la prima volta energicamente risoluto e drammatico, del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che, da passivo garante, si è fatto interventista e risolutore con un piglio fino ad allora sconosciuto di fronte al quale tutti i partiti non hanno potuto fare altro che accettare l’indicazione presidenziale e rinfoderare quel tanto di presuntuosa volontà politica che rimaneva loro.

È un momento complicato per il Paese. In fondo un appello autorevole al senso di responsabilità delle forze politiche da parte del capo dello Stato ci sta e ci sembra che Draghi e i partiti politici abbiano accettato questa sfida. 
Parliamoci chiaro: la composizione del Governo nella parte di designazione Mattarella-Draghi sembra essere ottima e promettere che, sulle questioni urgenti sul tappeto, qualcosa di efficace potrà essere fatto. Per la composizione partitica all’insegna del Manuale Cencelli (è un’espressione giornalistica con cui si allude all’assegnazione di ruoli politici e governativi ad esponenti di vari partiti politici o correnti in proporzione al loro peso, ovvero ai membri eletti in Parlamento: l’espressione trae origine dal cognome di Massimiliano Cencelli, un funzionario della Democrazia Cristiana, che redasse un Manuale di otto pagine - ndr) ridotto a bibbia degli incompetenti, c’è solo da pensare che, in fin dei conti, non avrà troppo peso se non per mantenere una maggioranza parlamentare necessaria per arrivare al voto presidenziale, alla non dissipazione dei soldi europei e al recupero di un minimo di prestigio internazionale e di peso europeo che le figure ridicole dei nostri rappresentanti all’estero avevano compromesso.

Forte richiamo all’atlantismo e ancoraggio all’Europa sono state le prime coordinate entro le quali si muoverà l’azione del Governo ha ricordato Draghi nel discorso pronunciato in Parlamento per ottenerne la fiducia. 
Draghi non è tanto l’ex banchiere della Bce quanto un attore politico che è stato capace di far valere con autorevolezza le proprie idee e soluzioni nelle sedi nazionali e internazionali più accreditate. A me pare che la riaffermazione dei pilastri della nostra politica estera - atlantismo ed europeismo - declinati non in maniera subordinata ma con spirito di iniziativa nazionale,  sia stata necessaria di fronte al chiacchiericcio dell’ex Presidente del consiglio, Giuseppe Conte,  e del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, fatto di allusioni e strizzate d’occhio a cinesi, russi e compagnia bella mentre l’Italia andava perdendo di peso nella politica mediterranea (vedi Libia) dove gli Erdogan (Recep Tayyp Erdogan è il presidente della Turchia - ndr) e i Putin (Vladimir Putin è il presidente della Federazione russa - ndr) potevano spaziare a loro gradimento. 
Anche nella tanto deprecata “Prima Repubblica” la politica estera italiana si permetteva di tradire da amante il marito americano trescando con la Russia e il Medio Oriente ma quei machiavellismi portavano la firma di grandi - a loro modo- statisti: Aldo Moro, Bettino Craxi, Giulio Andreotti che sapevano quello che facevano e fin dove si potevano spingere perché l’impianto internazionale era stato disegnato da Alcide De Gasperi (fondatore della Dc e presidente del Consiglio di otto successivi Governi di coalizione dal dicembre 1945 all’agosto 1953 - ndr) e Carlo Sforza (ministro degli esteri del Regno d’Italia dal 1920 al 1921 e della Repubblica italiana dal 1947 al 1951 - ndr). 
Ora per rimediare al ridicolo della “Via del seta” (ovvero il progetto Belt and Road Initiative, progetto delle Vie della Seta della Cina - ndr) c’è solo da sperare che bastino le potenzialità “occidentali” di Draghi e la rete delle sue connessioni. Anch’io ritengo che fuori dall’Europa non c’è futuro per l’Italia, ma naturalmente questa storica tradizione va reinterpretata sessant’anni dopo le fondamenta europeiste poste negli anni Cinquanta del secolo scorso.     

Fin dall’insediamento alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden si sta muovendo nella direzione opposta al suo predecessore. In particolare ha detto che l’America torna al passato: rilancia il multilateralismo e punta a rafforzare il rapporto con gli alleati europei e tra questi con l’Italia. 
La rottura di Trump aveva due generiche linee di politica nazionalista e sovranista: in politica estera “no” al multilateralismo e alle istituzioni internazionali che proprio gli Stati Uniti avevano voluto fin dalle Nazioni Unite nel 1945 e “no” in politica interna alla società multietnica, multi religiosa e multi linguistica che ha fatto dell’America l’unico esempio contemporaneo di grande società aperta retta da principi e regole democratico-liberali. 
Biden ha subito ribaltato in sede domestica e internazionale quel che aveva fatto Trump. E di questo recupero della tradizione americana multilaterale (declinata talvolta con il diritto e talvolta con la forza) fa parte il riavvicinamento all’Unione Europea e agli alleati tradizionali con i quali - non dimentichiamolo - esiste l’unica struttura multinazionale dell’Occidente che è la Nato. 
I legami italiani con l’Oltre Atlantico saranno ripristinati non solo in senso politico ed economico ma anche commerciale. Non facciamo tuttavia finta di ignorare che oggi il teatro principale degli interessi economici, geopolitici e militari per gli Usa è sempre più quello del Pacifico dove cresce la potenza egemone sfidante: la Cina. Rimane il dato incancellabile che il legame statunitense con la vecchia Europa ha anche una base di “valori”, la democrazia politica, i diritti umani e le libertà individuali. Queste possono essere considerate “sovrastrutture” che incidono poco nei rapporti di forza, ma a me pare che tuttora sia qualcosa che sussiste tra le due sponde dell’Atlantico.      

Il nostro Paese può tornare ad avere un ruolo federatore dentro l’Ue e se sì a quali condizioni ciò può avvenire? 
Qui, con le istituzioni europee, quel che conta è la forza di Draghi, la sua esperienza, i suoi rapporti, e la capacità di mettere a bada anche il principale partner dell’Unione, la Germania. 

Che ruolo potrà e dovrà avere l’Italia nel Mediterraneo? 
L’Italia ha già perso il treno del Mediterraneo per l’incapacità dei passati governanti di reagire, se necessario, con la forza e le alleanze militari alle intrusioni di Russia e Turchia. E’ difficile dire quel che accadrà con il nuovo Governo, certamente più capace di rapporti internazionali di quello precedente. Draghi ha davanti a sé una sfida epocale. Superare l’emergenza sanitaria e ricostruire il tessuto economico e sociali fortemente compromessi dalla crisi economica inattesa e senza precedenti.

Dalla sua può contare su una maggioranza ampia, un clima politico disteso, e dall’endorsement delle cancellerie europee, nonché dai fondi del Recovery Fund che il precedente Governo Conte ha avuto il merito di “conquistare”. Riuscirà in questa impresa? 
Forse i fondi del Recovery Fund sono stati conquistati dal presidente Conte. Ma dubito che sarebbero arrivati nelle nostre casse nei prossimi anni con una progettazione efficace della spesa di quel Governo che, a parere generale, sembra che non fosse un granché. Con Draghi dovrebbe esserci la garanzia che il denaro che arriva dall’Europa sarà incanalato verso obiettivi “produttivi”, cioè indirizzati a restaurare un corso di ripresa e trasformazione dell’economia italiana in sonno da molti anni. La maggioranza parlamentare ampia non è una garanzia perché potrà andare in frantumi alle prime risse. Quel che invece dovrebbe essere rassicurante è che al vertice del progetto politico-economico di questo Governo d’emergenza c’è un gruppo di persone capaci e responsabili che sa quel che si può e si deve fare. 

Ci sono riforme fondamentali e attese da tempo da famiglie, imprese e parti sociali nel programma: fisco, giustizia, pubblica amministrazione, scuola, formazione e ricerca, giovani, ambiente e Mezzogiorno. I malevoli scrivono che la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Saranno fatte? 
È opportuno che non ci si faccia troppe illusioni sulla possibilità che questo Governa risolva l’universo mondo disastrato d’Italia. Gli obiettivi sono opportunamente limitati - diciamo così d’emergenza - e sarebbe già un gran passo avanti se i denari senza precedenti che arriveranno dall’Europa saranno ben spesi e non dilapidati in mille rivoli clientelari. Il Presidente del consiglio ha un anno davanti a sé e sarà già molto se riuscirà a superare l’emergenza sanitaria e a impedire che l’enorme somma di denaro non sia sperperata in maniera clientelare ma investita per il futuro. La cosa è possibile ma non scontata.

Com’è cambiato il nostro Paese negli ultimi decenni? È cambiato in meglio o in peggio? 
Il Paese è cambiato in peggio soprattutto perché si è diffusa la nozione che tutto è dovuto a tutti e manca quell’energia collettiva che in altri periodi ha permesso all’Italia di uscire dalla tragedia della guerra e anche da quella del terrorismo. E questo è un brutto segno.

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