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"Donne che non perdonano". Anche se alla fine i conti si dovranno pagare

Dalla Einaudi un’anteprima mondiale firmata da Camilla Läckberg. Da non perdere anche lo psicothriller di Helen Callaghan e il gradito ritorno di Francesco Fioretti


17/12/2018

di Mauro Castelli


Un gradito ritorno: quello della svedese Camilla Läckberg, all’anagrafe Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson, nata a Fjällbacka il 30 agosto 1974, madre di tre figli (Willie, Meja e Charlie) e accasata con l’adorato compagno Simon il quale, da quando è entrato nella sua vita, le ha regalato “fede, speranza e amore”. E allora come si concilia un privato a tarallucci e vino con la trama del suo ultimo romanzo, Donne che non perdonano (Einaudi, pagg. 144, euro 14,50, traduzione di Katia De Marco), un agile lavoretto imbastito sulle travagliate storie di tre donne i cui destini finiscono per confluire
Semplice: la volontà di far affiorare, attraverso le righe di un thriller, le difficoltà che l’altra metà del cielo incrocia in campo sentimentale e familiare. Non a caso questo libro è uscito in contemporanea mondiale a ridosso del 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne voluta nel 1999 dalle Nazioni Unite. 
A tenere la scena, ovviamente, sono tre signore, apparentemente felici, sulle quali l’autrice alterna il suo racconto; tre donne che invece nascondono, dietro una facciata di apparente normalità, inconfessabili segreti. Così incontriamo Ingrid, una ex giornalista che ha deciso di lasciare il lavoro per accudire il marito e la sua bambina nata da poco; Birgitte, maestra d’asilo, la cui vita a sua volta ruota attorno al marito e ai due figli; infine Victoria, una ragazza russa i cui sogni si erano infranti a vent’anni quando era stato ucciso il suo Jurij, e che ora è sposata con un beone che la tratta come se fosse una serva (e dire che sua madre le aveva assicurato che gli uomini svedesi erano gentili e malleabili). 
Cosa succede è presto detto: che Ingrid scopra che il marito la tradisce; che Birgitte, gravemente malata, sia vittima di due figli che se ne fregano di lei e di un uomo manesco (lei che non va neanche dal medico per non mostrare i lividi delle percosse); e che Victoria, scappata dalla Russia dove rischiava la vita, faccia comodo al marito soltanto come riferimento sessuale. Insomma, tre donne al limite, le cui vite finiscono per incrociarsi con la casuale complicità di una chat e decidono di ribellarsi. Non si conoscono, eppure possono salvarsi a vicenda. L’importante è prendere una decisione: smettere di essere vittime e diventare delle mantidi. In altre parole ognuna di loro avrà il compito di punire uno degli uomini che fanno parte della loro vita. Anche se i conti, alla fine, si dovranno pagare. 
Che dire: uno storia non nuovissima, ma raccontata con l’abilità che è congeniale alla penna di una Läckberg in gran forma. La quale ha deciso di concedere un turno di riposo - male non fa in termini di aspettative - ai suoi due personaggi preferiti, in buona parte arrivati sui nostri scaffali per i tipi della Marsilio: ovvero l’ispettore Patrik Hedström e la scrittrice Erica Falck, protagonisti messi in scena in una serie di storie più volte premiate dall’Accademia svedese del poliziesco e che hanno beneficiato di una fiction televisiva di successo intitolata Omicidi tra i fiordi. Storie tutte ambientate nella cittadina costiera di Fjällbacka, sulla costa Ovest della Svezia, quella che - come già accennato - ha dato i natali all’autrice e dove aveva vissuto la grande attrice Ingrid Bergman. 
Riconoscimenti peraltro allargati anche all’estero: ad esempio La principessa di ghiaccio si è aggiudicata in Francia il Grand Prix de Littérature Policière. La qual cosa non sorprende, in quanto i suoi gialli sono stati tradotti in una sessantina di Paesi a fronte di oltre 20 milioni di copie vendute. Lei che, dopo aver studiato Economia a Göteborg, si era trasferita a Stoccolma (dove tuttora abita) per darsi da fare nel marketing. Attività che avrebbe abbandonato, una volta assaporate le luci della ribalta, per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, sino ad allora per lei una sorta di hobby (oltre ai polizieschi, ha infatti pubblicato un saggio, libri di cucina e alcuni racconti per bambini).

A seguire un altro lavoro legato alle tematiche familiari dal titolo Niente è come credi (Corbaccio, pagg. 452, euro 19,00, traduzione di Chiara Brovelli), uno psicothriller firmato dall’inglese Helen Callaghan che, pagina dopo pagina, cattura il lettore e non fa pesare la sua lunghezza. Merito di una scrittura fluente nonché di ambientazioni e personaggi ben tratteggiati, oltre che di un finale che colpisce al cuore per la sua sconvolgente imprevedibilità. Una storia che, come si scoprirà strada facendo, si nutre anche di paganesimo e occultismo. Frutto di “ricerche sulle sette che - a detta dell’autrice - non hanno avuto un percorso semplice, a fronte di deviazioni non facili da riassumere”. 
Helen Callaghan, si diceva, nata il 13 gennaio 1967 in California da genitori inglesi. Lei che ha trascorso l’infanzia fra gli Stati Uniti e l’Inghilterra, sin quando si sarebbe stabilita a Cambridge, dove attualmente lavora e vive in compagnia di Aleister, il suo adorato criceto, e una montagna di libri. Lei che dopo aver dato voce ad alcuni racconti e a due libri di storia locale (Prestwich In Old Photographs e Cambridge University In Old Photographs) nel 2016 sarebbe entrata a gamba tesa nella narrativa di settore con Dear Amy (L’indizio nella versione italiana), una “prima volta” da centomila copie vendute in Inghilterra a fronte di traduzioni anche in Germania e Olanda. Lei che nel suo Paese è rappresentata dalla prestigiosa agenzia “Green and Heaton”, nel cui carnet figurano autori come Sarah Waters e Katherine Webb. 
Ma veniamo al dunque. Niente è come credi si addentra - a fronte di un inquietante interrogativo: Come ti sentiresti se scoprissi che i tuoi genitori ti hanno sempre mentito? - in tematiche complesse, partendo da un misterioso episodio di cronaca nera accaduto nella periferia londinese. La ventisettenne Sophia Mackenzie si reca a casa dei suoi genitori che gestiscono il bar-vivaio “Eden Gardens and Cafè”. E al suo arrivo incappa in una scena raccapricciante: sua madre Nina è appesa per il collo, morta stecchita, ai rami di un grande albero di castagno, mentre suo padre Jared giace a terra, ancora vivo ma incosciente, in una pozza di sangue. 
Un omicidio-suicidio? Questo è quanto trasuda dalla ricostruzione minimalista del detective Howarth, ma Sophia non crede che sua madre abbia pugnalato il padre e poi si sia uccisa. E visto che il padre non riesce a parlare, per convincere la polizia decide di indagare per conto proprio. Si mette quindi a frugare nella casa dei suoi in cerca di indizi che possano far luce sull’accaduto. Questa ricerca conduce ad alcune scoperte del tutto inaspettate, come due quaderni di memorie che sua madre aveva intenzione di pubblicare. Quaderni dai quali emerge un passato di cui lei ignorava completamente l’esistenza… 
Da qui un inquietante viaggio nella memoria di Sophia, che si sviluppa fra le pieghe del complesso legame fra madre e figlia, fra passato e presente, fra problemi relazionali e di lavoro, fra mistificazioni mentali e strane sette. Il tutto sospeso su una possibilità chiarificatrice: che il padre possa uscire da quella “terra di mezzo” rappresentata dal coma farmacologico.   

In chiusura di rubrica un gradito ritorno: quello di Francesco Fioretti, nato a Lanciano, in Abruzzo, nel 1960 da madre siciliana e padre pugliese di origine toscana. Il quale Francesco, per non farsi mancare nulla in termini di regionalità, si sarebbe laureato in Lettere a Firenze per poi insegnare la sua materia in Lombardia e nelle Marche. Con un intermezzo legato al 2012, quando aveva conseguito un dottorato presso l’Università di Eichstätt in Germania, proponendo una tesi sullo Stilnovo di Dante e Cavalcanti. Fermo restando, come ha tenuto a precisare in una recente intervista, che il Sommo Poeta “è universalmente riconosciuto come il più grande scrittore del Medioevo e il padre della letteratura europea. In lui c’è infatti il germe di ogni narrazione futura. E a lui si sono ispirati, in vario modo, tutti i più grandi interpreti della letteratura occidentale, da Goethe a Tolkien. Dunque non c’è Paese occidentale moderno che non abbia una sua Società Dantesca e quella tedesca è addirittura più antica di quella italiana, mentre quella americana è tra le più attive e agguerrite”. 
Fioretti, si diceva. Un autore di saggi critici e antologie scolastiche che nella narrativa di settore aveva debuttato nel 2011 per i tipi della Newton Compton con Il libro segreto di Dante, un bestseller rimasto per oltre sei mesi nelle graduatorie dei libri più venduti, con oltre duecentomila copie commercializzate. Un successo bissato l’anno successivo con Il quadro segreto di Caravaggio (40mila copie vendute), quindi con La profezia perduta di Dante, La selva oscura e con la “riscrittura” in prosa moderna dell’Inferno dantesco dal titolo Il grande romanzo dell’Inferno
E ora eccolo di nuovo in libreria con La biblioteca segreta di Leonardo (Piemme, pagg. 272, euro 14,90), un lavoro che arriva a fagiolo con le celebrazioni dei 500 anni dalla morte del grande genio vinciano e già opzionato da diverse importanti case editrici estere. Per la cronaca i suoi precedenti libri sono sbarcati, a fronte di un discreto successo, in altri nove Paesi, e più precisamente Francia, Spagna, Serbia, Korea, Brasile, Polonia, Russia, Olanda e Ungheria. 
Insomma, nel suo settore di competenza, certamente un numero uno. Capace, in questo suo ultimo lavoro, di tratteggiare un quadro dell’Italia rinascimentale come pochi altri, addentrandosi con garbo e con la necessaria documentazione negli anni più significativi di Leonardo, quelli legati alla realizzazione dell’Ultima cena, allo studio dell’uomo vitruviano, alla creazione delle sue rivoluzionarie macchine che avrebbero anticipato di secoli la modernità. Il tutto sorretto, secondo logica narrativa, da atmosfere contaminate da un misterioso delitto. 
Detto questo spazio alla sinossi, che si dipana in quel di Milano nell’anno di grazia 1496. Dove incontriamo un Leonardo in ansiosa attesa del suo primo incontro con Luca Pacioli, allievo di Piero della Francesca e illustre matematico. “Entrato nella cella del frate nel monastero che lo ospita, mentre aspetta l’arrivo del religioso, l’attenzione di Leonardo si sofferma su un dipinto che ritrae il religioso: un insieme di allegorie e di richiami alla geometria euclidea che non manca di colpirlo. Sicuramente è stato il frate a scegliere ogni dettaglio. Per lui, da sempre interessato a ogni branca del sapere, la matematica, il cui studio gli era stato precluso, rimane la regina di ogni scienza. Proprio per questo aveva chiesto all’ambasciatore milanese a Venezia di invitare il francescano a Milano. Perché da questo frate avrebbe potuto finalmente apprendere quel sapere” che gli era ignoto. 
L’incontro tra i due, però, viene funestato dalla morte di “un sedicente frate, in realtà un ladro, reo di aver trafugato degli antichi testi bizantini giunti in Italia in seguito alla rovinosa crociata in Morea condotta da Sigismondo Pandolfo Malatesta. Quei volumi, scomparsi insieme all’assassino, sono di grandissimo interesse anche per Leonardo e per Pacioli. E i due insieme - da Milano a Venezia, da Firenze a Urbino, attraversando un’Italia ormai al tramonto della felice epoca pacifica e indipendente di Lorenzo dei Medici, degli Sforza e dei Montefeltro - si metteranno sulle tracce dell’assassino e dei testi rubati”. E Leonardo scoprirà cosa c’è nascosto dietro l’enigma mimetizzato nel quadro che raffigura appunto Pacioli.

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