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“Draghi ha le qualità politiche e di mediazione per dare vita a un Esecutivo, a patto che…”

Secondo il politologo Lorenzo De Sio, a differenza di Monti che fu un tecnico, l’ex presidente della Bce ha maturato una notevole capacità nell’arte del compromesso e del consenso. E in caso di fallimento? La strada maestra resterebbero le elezioni. Detto questo, per rendere più longevi gli Esecutivi, basterebbe vietare i cambi di casacca e introdurre la “sfiducia costruttiva”


08/02/2021

di Giambattista Pepi


Lorenzo De Sio

Mario Draghi, ex presidente della Bce, potrà presiedere il nuovo Governo se troverà una maggioranza in Parlamento disposta, come sembra possibile, a votarne la fiducia. In un recente articolo Lorenzo De Sio, professore ordinario di Scienza Politica alla Luiss di Roma, aveva scritto che “ogni volta che la politica non riesce a trovare un accordo oppure, come in questo caso, ogni volta che qualcuno non riesce a imporre a tutti che le cose vadano come vuole lui, rispunta il fantasma del Governo tecnico”. Economia Italiana.it lo ha intervistato.

Professore a che tipo di Governo potrebbe dar vita Draghi? 
Ciò che sta emergendo nella realtà è che il Governo che potrebbe scaturire dall’iniziativa del presidente della Repubblica Sergio Mattarella potrebbe non essere un Esecutivo tecnico, ma un Governo politico, ovvero istituzionale con una forte caratterizzazione politica.

Ma Draghi non è un politico, non è un parlamentare eletto. 
I Governi tecnici, ovvero non composti da politici, coltivano l’illusione che possano esistere decisioni tecniche, cioè che possano risolvere i problemi in maniera non controversa, mentre in realtà il fondamento della politica è che purtroppo, o per fortuna, siccome la politica è il riconoscimento del pluralismo. Ovvero il fatto che i cittadini hanno idee, opinioni, interessi e valori diversi tra loro. E che per ogni problema non esiste mai una soluzione tecnica, ma più soluzioni. Il politico sceglie quindi quella che corrisponde a valori differenti a vantaggio o svantaggio di diversi gruppi sociali. Pertanto la maggior parte delle decisioni collettive non sono mai tecniche ma politiche. Di conseguenza questo rende i Governi tecnici molto vulnerabili perché fanno prendere decisioni politiche a persone non sono abituate a confrontarsi, a fare mediazioni e a costruire il consenso.

Questa è la definizione e il limite dei Governi tecnici, ma qual è il nesso con l’incarico affidato a Draghi? 
La mia speranza - che si sta facendo strada in queste ore - è che Mario Draghi, personaggio di elevata statura culturale, morale e civile, possa formare un Governo politico. Perché, a differenza di quello del professor Mario Monti (il secondo e ultimo della XVI legislatura, Governo che rimase in carica dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013 - ndr) che fu un tecnico a tutti gli effetti, Draghi ha svolto ruoli politici, come ad esempio, la presidenza della Banca centrale europea. Ruolo che comporta una capacità di mediazione e di costruzione del compromesso e del consenso che sono doti politiche. 
Da questo punto di vista, secondo me, Draghi è meno tecnico e un po’ più politico di quanto non appaia a prima vista. Un aspetto importante che è emerso nelle sue brevi dichiarazioni dopo il conferimento dell’incarico è che si pone obiettivi di lungo termine, cioè a dire una prospettiva temporale che giunga alla fine della legislatura. 
In secondo luogo il presidente incaricato ha detto chiaramente di volersi confrontare con i partiti. L’impressione che ricavo da questo è che Draghi non voglia agire tanto da professore, che “commissaria” la politica, che creerebbe tensioni e potrebbe far cadere il Governo in tempi brevi, e danni alla fiducia dei cittadini verso le istituzioni, ma potrebbe ritagliarsi un ruolo da diplomatico costruendo una mediazione tra i vari partiti, coinvolgendoli in prima persona nell’Esecutivo che scaturirebbe dal confronto con essi. Non sarebbe più un Governo tecnico, ma istituzionale. 
I partiti, vista l’emergenza del Paese, mettono da parte i temi che li dividono maggiormente e si concentrano, grazie anche ai fondi del Recovery Plan, su quello che li unisce, tutto sommato sulla mediazione che proverà a realizzare Draghi. Inoltre, dato non da poco, si vocifera che nel Governo potrebbero entrare persino segretari o esponenti dei partiti politici che faranno parte della maggioranza. 

Il capo del Governo può governare solo se gode della fiducia della maggioranza del Parlamento. E nel Parlamento i gruppi politici hanno un colore. Quindi, se sbaglia, se non fa le cose, lo si manda a casa. Che sia un tecnico o un politico, poco importa. Dove sorgono le obiezioni e le preoccupazioni di alcuni politologi o osservatori come lei? 
Il Governo tecnico si basa sulla sospensione della democrazia, nel senso che si ritengono i politici inadeguati per il bene del Paese, si ritiene che nel loro ruolo di rappresentanza dei cittadini non siano adatti a governare. È una presunzione molto forte e questo delegittima le istituzioni democratiche. E invece un Governo istituzionale, pur presieduto da un tecnico, non dice affatto che i partiti sono inadeguati: riconosce semplicemente che è difficile metterli d’accordo, perché esprimono punti di vista diversi. Tuttavia c’è l’impegno di un tecnico di grande prestigio nel cercare di ricomporre, di trovare un terreno comune tra questi partiti. 
Quindi la differenza profonda è questa: se cioè è un Governo nato per screditare la politica, o se invece è un Governo che nasce per facilitare una mediazione politica in un momento in cui lo scontro è difficile da gestire. Se a questo aggiungiamo che nel Governo istituzionale possono far parte anche ministri politici è più probabile che la maggioranza che potrebbe coagularsi sosterrà in maniera più leale Draghi.

Il precedente che tutti citano è il Governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi nel 1993. Nacque in mezzo a una crisi epocale della classe politica, decimata dalle inchieste giudiziarie di Tangentopoli. Anche quello di Mario Draghi, se dovesse nascere, nascerebbe in una fase tra le più drammatiche della storia del nostro Paese. Quali sono le analogie tra quel governo e quello che sta provando a formare Draghi? 
Anzitutto precisiamo che quello di Ciampi non era un Governo tecnico in senso stretto perché era composto da ministri espressione della politica, quindi potremmo parlare di Esecutivo istituzionale. Io vedo molte differenze. Soprattutto perché nel 1993 la classe politica italiana, soprattutto della maggioranza dell’epoca, era stata decimata dalle inchieste giudiziarie. Alcuni partiti, tra cui la Democrazia Cristiana scomparirà in quella crisi, il Partito Socialista verrà ridotto a percentuali, come si diceva allora da prefisso telefonico. Avemmo quindi una classe politica azzerata e un’enorme crisi di fiducia dei cittadini nelle Istituzioni, con il Parlamento in testa. Questa situazione oggi non c’è. 
Abbiamo infatti due forze politiche che hanno avuto un enorme successo: Movimento 5 Stelle e Lega che hanno governato insieme per un periodo. Poi, seguendo i meccanismi della democrazia parlamentare, uno dei partner, la Lega, ha voluto far cadere il primo Governo Conte e si è formata un’altra maggioranza in Parlamento, con M5S, Pd, LeU e Italia Viva, che ha votato la fiducia al secondo Governo Conte. Questo Governo aveva un tasso di popolarità decisamente alto: è riuscito ad attraversare la pandemia mantenendo una gestione degli arrivi e dei contagi decisamente migliore di altri Paesi europei.

Eppure si leggono commenti e articoli che criticano la classe politica per l’inettitudine, l’inadeguatezza e così via… 
Non li condivido. Siamo di fronte a un uomo politico, che per un fatto meramente strategico, ha deciso di staccare la spina al Governo Conte 2. 

Si riferisce al senatore Matteo Renzi? 
Sì. Se non ci fosse stata questa sua scelta spregiudicata il Governo avrebbe potuto continuare a governare e completare la legislatura. Nel frattempo si sarebbero svolge le elezioni del presidente della Repubblica, avremmo impostato il Recovery Plan nazionale e poi si sarebbero svolte le elezioni politiche. Magari non nella direzione che piace a Renzi. Ma io non vedo questa enorme situazione di crisi e delegittimazione della classe politica che c’era stata in occasione della crisi del 1992, quella legata a Tangentopoli.

Draghi sta lavorando per formare una maggioranza. Se non ci riuscisse deve rimettere il mandato. In quel caso il presidente della Repubblica avrebbe due strade possibili: o rimandare il Governo Conte 2 ancorché dimissionario alle Camere, oppure indire elezioni anticipate. Quale tra queste alternative è la più praticabile e la meno dannosa per il Paese? 
Anzitutto il ritorno del Governo Conte davanti alle Camere non lo vedo plausibile. Il punto è questo: Draghi è un abile mediatore. Non mi sorprendo che le forze politiche non abbiano dato un sostegno incondizionato prima di incontrarlo. Mi aspetto che le forze politiche si scoprano quando avranno cominciato a parlare con il presidente incaricato in modo da capire quale tipo di progetto si profila. 
La mia impressione è che se Draghi non riuscisse a costruire un’ipotesi di mediazione politica tra i partiti, mi sembra estremamente improbabile che un ritorno di Conte in Parlamento potrebbe raccogliere una maggioranza. La fiducia tra Italia Viva e i partner del vecchio Governo è definitivamente pregiudicata e quindi niente e nessuno potrebbe ricostituirla. 
Per contro, davanti allo spauracchio di elezioni anticipate, magari un gruppo di centristi, da Cambiamo ad Azione e altri del centrodestra, potrebbero decidere di sostenere un nuovo Governo Conte. Ma perché dovrebbero dire di no a Draghi e sì nuovamente al premier dimissionario? Se fallisse Draghi, lo sbocco sarebbe un Governo di scopo affidato a un esponente tecnico per portare il Paese a elezioni. 
L’Italia ha una cattiva reputazione: tra le democrazie liberali dell’Occidente è ritenuto un Paese ingovernabile. Mediamente i Governi durano un anno e mezzo. Dalle elezioni del 2018 abbiamo già avuto due governi, presieduti dallo stesso premier non eletto, con due maggioranze diverse. Sono durati circa un anno il primo e un anno e mezzo il secondo. Sono Governi che hanno garantito il pluralismo, la rappresentatività, ma purtroppo mancava la stabilità. Questa legislatura conferma se ancora ce ne fosse bisogno i limiti del nostro sistema. Come superarli e come farlo una volta per tutte? 
Abbiamo la cattiva abitudine di parlare male del nostro Paese. Italia ingovernabile? Sì, per certi versi sì. Ricordiamoci una cosa: il record di tempo occorrente per formare un Governo non è affatto una novità: in Belgio c’è voluto più di un anno; in Olanda lo stesso. Si dice che l’Italia dall’inizio della Repubblica abbia avuto un grande numero di governi. Ma a ben vedere si succedevano diversi Esecutivi con diversi presidenti e avvicendamenti di ministri, ma nella Prima Repubblica c’era un’enorme stabilità di formule politiche e di policy. Erano sostanzialmente Governi che nascevano attraverso la distribuzione interna del potere, ma c’era una grande continuità nella loro azione. Quindi una cosa è la stabilità effettiva, un’altra il fatto che i Governi si succedevano. 
E non lo diciamo noi, lo dicono anche gli osservatori stranieri: l’Italia è inaffidabile perché è ingovernabile. Ma ci saranno delle soluzioni per allungare la vita ai Governi o no? Ci sono misure molto semplici che non richiederebbero riforme costituzionali. Un fenomeno anzitutto decisamente italiano è il cambio di casacca dei parlamentari durante le legislature, cioè il cambiamento dei gruppi parlamentari. 
Facciamo un esempio? Questa crisi è stata possibile ed è nata perché il gruppo di Italia Viva non è mai stato eletto dai cittadini: i suoi parlamentari sono stati eletti nelle liste del Partito democratico. Dopodiché Matteo Renzi ha ritenuto di uscire dal Pd e formare un nuovo gruppo parlamentare. Ad esempio in Germania non sarebbe stato possibile: i regolamenti prevedono che se un parlamentare vuole uscire dal gruppo di cui fa parte a seguito della sua elezione, può farlo ma può andare solo nel gruppo misto. Non può aderire a un altro gruppo politico, né lo può costituire. E questo comporta grossi svantaggi perché si perde la segreteria, non si ha più un capogruppo e così via. 
Questa misura, se l’avessimo avuta nei regolamenti di Camera e Senato, avrebbe aumentato la coesione dei gruppi parlamentari limitando la turbolenza che si verifica quando i parlamentari lasciano il gruppo di appartenenza per entrare in un altro o formarne uno nuovo. C’è un’altra misura che potrebbe fare al nostro caso: la sfiducia costruttiva, che esiste in Germania.

Cosa significa? 
Non si può togliere la fiducia al Governo in carica se contestualmente non la si concede al nuovo Governo. Basterebbero pertanto semplici modifiche istituzionali senza cambiare il sistema elettorale e l’architettura costituzionale e si otterrebbero vantaggi, il principale dei quali sarebbe la durata degli esecutivi. Si eliminerebbe così il cattivo costume di spostarsi da un gruppo all’altro e il ricatto dei piccoli partiti che, pur contando poco, ma se non vengono accontentati sono in grado ricattare il Governo e farlo cadere.

Ma non ritiene che la strada maestra per rendere più stabile i Governi possa essere quella di un sistema elettorale maggioritario? 
Non credo che questo rappresenti la soluzione del problema. Noi abbiamo attraversato tra il 1994 e il 2001, e anche recentemente fino alle elezioni del 2013, sistemi elettorali di tipo maggioritario. Ad esempio la legge Mattarella eleggeva tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali. E successivamente la legge Calderoli, definita porcellum si basava su un premio di maggioranza nazionale. Noi abbiamo avuto leggi maggioritarie. 
Con questo sistema noi il giorno delle elezioni sappiamo chi governerà. Tuttavia il problema di questo sistema elettorale è che consente un potere di ricatto anche a piccoli partiti, che a volte sono quelli che possono risultate decisivi. Questo lo abbiamo visto nella cosiddetta Seconda Repubblica. In molti collegi elettorali piccoli partiti che avevano meno dell’1 per cento potevano fare la differenza e addirittura potevano e possono farla anche a livello nazionale per assicurare il successo di una coalizione sull’altra. 
Di conseguenza, quello che la ricerca ha mostrato chiaramente, è che nella Seconda Repubblica il “peso” dei partiti piccoli e piccolissimi è stato molto maggiore di quanto non fosse stato nella Prima Repubblica. 
Nel proporzionale ognuno arriva in Parlamento con i propri voti e seggi. Quindi un partito con il 5 per cento avrà i suoi parlamentari, ma non avrà l’importanza cruciale che avrebbe se si votasse con il maggioritario. Quindi paradossalmente credo che il problema dell’instabilità italiana non venga dalla polarizzazione, ma dal ruolo di ricatto dei piccoli partiti. Quindi l’adozione del sistema elettorale maggioritario potrebbe acuire il problema. 
In più aggiungo un altro fatto che in termini più generali di rappresentanza, i sistemi maggioritari tendono a condurre a sistemi bipolari e addirittura bipartitici. Il problema è che l’Italia è un Paese eterogeneo dal punto di vista culturale e politico per cui la mia impressione è che la rappresentanza più efficace di una cittadinanza divisa tra diverse opzioni politiche è garantita solo da un sistema elettorale di tipo proporzionale.

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