Share |

"Foibe": una piaga ancora aperta la cui vera identità affonda nella memoria

Paolo Sardos Albertini si addentra in una tematica segnata dagli eccidi. Ricordando che per decenni ha tenuto banco una sorta di legge non scritta: dei crimini nazi-fascisti era lecito e doveroso parlarne, per i crimini comunisti era meglio tacere e negare


19/11/2018

di Giuseppe Marasti


Una piaga ancora aperta, quella delle Foibe, legata agli eccidi perpetrati ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, avvenuti durante il Secondo conflitto mondiale e nell’immediato Dopoguerra da parte dei partigiani jugoslavi e dell’Ozna. Foibe, si diceva, un nome che si rifà alle grandi fenditure carsiche dove furono gettati i corpi di molte vittime. E a occuparsi di quei drammatici eventi, anche per tenerne viva la memoria, è Paolo Sardos Albertini, nato a Capodistria il 27 giugno 1941 (ma da sempre vive e opera a Trieste), avvocato e padre di quattro figli con dodici nipoti al seguito. 
Dal 1988 Paolo Sardos Albertini è infatti presidente della Lega Nazionale (lo strumento di difesa dell’identità degli italiani dell'Adriatico Orientale, fondato a Trieste nel 1891) nonché del Comitato Martiri delle Foibe, mentre fra il 1990 e il 1996 aveva presieduto la Federazione degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati. Ed è appunto a lui che abbiamo rivolto una serie di domande allargate a tematiche ancora calde. Fermo restando, come lui stesso ci ha tenuto a precisare, che “il senso dell’identità è fondato sulla memoria storica”.

Presidente, chi arriva a Basovizza e si ferma in un bar a poca distanza dalla più nota delle foibe e chiede dov’è, spesso la risposta che si ottiene è negativa. C’è ancora acredine? 
Capita di incappare in qualche nostalgico di Tito e della Jugoslavia, ma è fenomeno assolutamente residuale. Sulla stampa slovena si legge in continuazione di fosse comuni contenenti sloveni assassinati da Tito; in Croazia il nome di Tito viene tolto dalla toponomastica (anche a Zagabria) e in entrambe le realtà oltreconfine si è preferito affrontare un conflitto (sanguinoso) pur di liberarsi della Jugoslavia. Altro che nostalgia!

Per quasi mezzo secolo un pesante silenzio ha gravato su una parte di storia d’Italia dove pareva fosse vietato parlare di foibe. Perché? 
La risposta è semplice: la responsabilità delle Foibe è tutta da ascrivere al comunismo, a quello di Tito (all'epoca in piena sintonia con Stalin) il quale - con il terrore - stava realizzando il suo nuovo stato rivoluzionario comunista. In Italia per decenni ha operato una sorta di legge non scritta: dei crimini nazi-fascisti era lecito e doveroso parlarne, per i crimini comunisti era meglio tacere, glissare, negare. Il tema Foibe è incappato in questo negazionismo.

Quando questo muro di omertà cominciò a scricchiolare? 
L'omertà, non a caso, ha cominciato a scricchiolare con il crollo del comunismo (nel 1989), ma la spallata definitiva si è avuta nel 2004 con l'approvazione (con voto quasi unanime, contraria solo Rifondazione) della Legge istitutiva del Giorno del Ricordo. Per qualche anno c'è stato ancora in realtà il tentativo di manipolare la verità: parlare delle Foibe, ma non attribuirle al comunismo. Si è cercato di imputarle a uno scontro tra opposti nazionalismi (quello italiano e quello slavo). Interpretazione che trova la sua piena confutazione nei fatti: nella primavera del '45 Tito ha massacrato (nelle Foibe o nel mare di Dalmazia) migliaia di Italiani, ma contemporaneamente ha assassinato decine di migliaia di Sloveni (si calcolano in 150.000) e centinaia di migliaia di Croati (7/800.000). Altro che conflitto etnico nazionale, era solo e unicamente la ratio rivoluzionaria che reclamava il “terrore” per edificare il nuovo stato comunista.

Giorgio Napolitano, ora presidente emerito della Repubblica Italiana, in occasione di una giornata commemorativa delle vittime, che avviene ogni anno il 10 febbraio, parlò di “Congiura del Silenzio”. Quando avvenne questo suo intervento? 
Se ben ricordo ciò avvenne in occasione del suo ultimo intervento il 10 febbraio, alla scadenza del suo primo mandato presidenziale.

Lo stesso Presidente disse che “... non dobbiamo tacere. Dobbiamo assumerci la responsabilità dell'aver negato o teso a ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica e dell'averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali". Quali secondo lei le vere e più importanti ragioni? 
La causa politico-ideologica stava nella conventio ad excludendum di ogni serio discorso sui crimini del comunismo (ne parla anche Galli Della Loggia), i calcoli diplomatici erano riferibili alle variabili posizioni nel contesto internazionale della Jugoslavia (prima nel Cominform con Stalin, poi sotto l'ombrello USA, poi ancora alla guida dei non allineati).

La prima ondata di violenza esplose dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943. In Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi torturarono e gettarono nelle foibe (le fenditure carsiche usate come discariche) circa un migliaio di persone. 
La guerra rivoluzionaria portata avanti da Tito prevedeva che il controllo anche temporaneo di un territorio vedesse l'immediato intervento dell’Ozna (l'equivalente del Kgb). Così è stato in Serbia (con la presa di Belgrado), cosi all'interno dell'Istria, dopo l'otto settembre, così sarà nel '45 a Trieste, a Gorizia ed in tutto il territorio istriano, fiumano e dalmato.

Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani abitanti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono obbligati a lasciare la loro terra. Esistono dei numeri attendibili? Quante persone dovettero lasciare tutto e fuggire? E quante furono uccise? 
L'Esodo ha riguardato 350.000 Italiani. Lo stesso Tito (che pure voleva giocare al ribasso) ha parlato di 320.000 persone. Quanto alle vittime, la quantificazione è resa difficile perché la tecnica era quella di prelevare le persone e poi farle “sparire”, perché l'incertezza era più funzionale alla logica del terrore. Comunque cifre realistiche ipotizzano tra i dieci ed i quindici mila Italiani trucidati dai Titini.

Graziano Udovisi, l’unica vittima che riuscì miracolosamente ad uscire da una foiba, cosa raccontò? 
Graziano Udovisi sopravvisse miracolosamente all'infoibamento e poté quindi raccontare - per esperienza personale - come funzionava il macabro sistema.

Perché la gente sappia, ricordi e certe follie non accadano più, vuole spiegare come venivano infoibate le persone? 
Le persone venivano prelevate (spesso a casa, magari con la scusa di un controllo documenti), poi portate in una caserma, riempite di botte, caricate su dei camion in direzione della Foiba. Scaricati, venivano legati a due a due e, in colonna, avviati fino al ciglio del baratro: un colpo di pistola alla nuca uccideva uno della coppia il quale precipitava nella Foiba trascinando con sè il compagno. Alla fine delle esecuzioni sovente veniva buttato il cadavere di un cane nero. 
Udovisi, nella caduta, si è fortunatamente staccato dal compagno ed è stato trattenuto da un arbusto all'interno della Foiba stessa. Ha dovuto attendere che gli esecutori se ne andassero per risalire faticosamente e poter ritrovare la vita.

Quando e come iniziarono a pacificarsi questi territori? 
La vera pacificazione è iniziata con la fine del comunismo e della Jugoslavia. Fondamentale è stata comunque la consapevolezza che la “tragedia Foibe” ha riguardato - come vittime - sia Italiani che Sloveni che Croati e che il responsabile, nei confronti di tutti, è stato sempre il comunista Tito.

L’associazione di cui lei è presidente come viene sostenuta? 
La Lega Nazionale - esistente dal 1891, ai tempi degli Asburgo - opera grazie al sostegno dei propri soci e di altri soggetti privati, ma anche grazie a contributi pubblici riferiti a nostri progetti ed a nostre attività (specie in ambito storico culturale: abbiamo un bel gruppo di “giovani storici”).

Cosa desidera comunicare di importante alle nuove generazioni? 
Per ogni comunità il senso della propria identità è importante ed è fondato sulla memoria storica. Siamo convinti che questo bisogno di identità valga per tutti, ma soprattutto per i giovani e noi cerchiamo di dare una risposta a questo bisogno. Le risposte che raccogliamo (sono oltre sessantamila gli studenti che ogni anno accogliamo al Sacrario di Basovizza) ci confortano in questa convinzione.

(riproduzione riservata)