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"Forti di una nuova umanità siamo ancora nonostante tutto il... paese delle meraviglie"

Credevamo di essere onnipotenti, ma ci sbagliavamo: secondo il sociologo Franco Ferrarotti la pandemia ci ha infatti insegnato il senso del limite, l’esigenza dell’aiuto reciproco. E i mass media? Condizionano le nostre scelte e ci impediscono di ragionare. Fermo restando che occorre consapevolezza per risolvere i problemi


31/05/2021

di Giambattista Pepi


Franco Ferrarotti

Dopo aver corso a lungo ed affannosamente con la Regina Rossa, Alice, sudata e affaticata, si accorge con meraviglia di essere rimasta sempre al punto di partenza. La Regina, attonita per tanto stupore, le dice: qui per quanto si possa correre si rimane sempre allo stesso punto; per andare da qualche parte si deve correre almeno ad una velocità doppia! Lewis Carrol, nel 1871 in Attraverso lo specchio, così descriveva la dinamica del Paese delle meraviglie, con una metafora che pare ideata per descrivere il mondo competitivo di oggi. 
Da ieri a oggi come siamo cambiati? La pandemia cosa ci lascerà in dote? L’Italia è ancora il Paese della cuccagna? Domande di disarmante attualità, ma che diventano ancora più pressanti man mano che si fa più vivida la luce in fondo al tunnel di questa immane sciagura che si è abbattuta come un fulmine a ciel sereno sull’umanità, mandando in frantumi certezze che parevano incrollabili, rivelando tutte le nostre fragilità, mettendo a nudo ritardi, lacune, inadeguatezze come individui e come Paese. 
Ne parliamo con Franco Ferrarotti, professore emerito di sociologia all’Università di Roma La Sapienza. Responsabile della divisione Facteurs Sociaux all’Ocse, Ferrarotti ha fondato, con il filosofo Nicola Abbagnano, i “Quaderni di sociologia” nel 1951, mentre dal 1967 dirige “La Critica sociologica”. Nel 2001 ha ricevuto il premio alla carriera dall’Accademia nazionale dei Lincei. Tra le sue pubblicazioni Potere e autorità, Il pensiero involontario, Oltre il razzismo, Dalla società irretita al nuovo umanesimo, Confronti e interscambio fra le culture e, fresco di stampa, La bulimia dei media. Da protesi dell’uomo a macchine diaboliche (Armando Editore).

Professore, nonostante tutto quello che stiamo vivendo, siamo ancora il Paese delle meraviglie? 
È un modo di dire un po’ strano. Perché essere vivi è di per sé sempre una meraviglia. Però diciamo che anche la verità: trionfa l’abitudine e i cambiamenti sociali che darebbero luogo a delle grandi meraviglie sono molto complessi, molto lenti.

Per esempio? 
Un regime politico per raggiungere il suo apogeo diventa tale che tutti vi aderiscono però può scomparire e nello stesso tempo quando è scomparso non lo è mai del tutto. Quindi noi siamo certamente il Paese delle meraviglie, nel senso che gli italiani sono splendidi nelle sventure e, se me lo consente, sono piuttosto insopportabili quando stanno bene. In questo senso l’Italia era, e in parte ancora lo è, il Paese delle meraviglie.

Se vogliamo legare la cronaca alla storia, dovremmo ricordare l’imponente ricostruzione e la rinascita del Secondo dopoguerra. 
Sì. Pensiamo a quanto avvenne alla fine della Seconda guerra mondiale. Quando nel 1945 terminò il conflitto, l’Italia, che aveva contribuito a scatenarlo, era prostrata. Era in una condizione molto peggiore di altri Paesi perché la guerra l’aveva perduta. Ebbene, nel giro di 30-40 anni, poco più di due generazioni, l’Italia è stata profondamente trasformata: da Paese agricolo è diventata una delle sette grandi potenze industriali del mondo. Questo è stato straordinario: il “miracolo economico” del Secondo dopoguerra rappresenta un esempio notevole delle grandi capacità di lavoro, di investimenti, di risparmio, di sacrificio di cui hanno saputo dar prova milioni di italiani e italiane.

La pandemia da Covid-19 come ha impattato sulla nostra società? Ha messo a nudo nuove fragilità? 
Ha impattato da tre punti di vista. In primo luogo la pandemia ha dato una botta molto forte al mito dell’onnipotenza tecnica. Noi pensavamo, l’umanità in generale pensava, i Paesi più avanzati tecnicamente pensavano ormai di non avere più limiti al loro sviluppo. Invece si sbagliavano, diciamo ci sbagliavamo un po’ tutti. La pandemia ci ha insegnato il senso del limite: non soltanto non siamo più sconfinati nel nostro progresso, ma il nostro progresso ha limiti precisi. 
C’è poi da dire che siamo stati fortemente danneggiati: il nostro è uno dei Paesi che ha dovuto registrare un maggior numero di vittime in rapporto alla popolazione. E in terzo luogo abbiamo compreso che, in fondo, ci sono ancora disuguaglianze sociali ed economiche molto gravi, anzi per molti versi la situazione di ampie fasce della popolazione sono peggiorate. Questo mi porta a dire che la pandemia ha avuto un grande effetto epifanico, rivelatore.

Cosa ha rivelato? 
Mentre l’uomo va sulla luna, su Marte, mentre diversi Paesi come la Cina, ad esempio, inviano sonde su altri pianeti del nostro sistema solare, ci sono milioni di persone nel mondo che muoiono di fame. In secondo luogo, l’aspetto più importante di questa terribile pandemia: abbiamo riscoperto la fondamentale unitarietà del genere umano. La pandemia è universale, globale, interessa tutti e dovremo liberarci e guarire tutti o non guarirà nessuno. Non solo dal male fisico, ma da quello psicologico, mentale, spirituale. E ha interessato in misura diversa i bambini, i ragazzi, gli adulti e le persone anziane. 
Certamente, quelle famiglie che hanno potuto disporre di appartamenti molto grandi e in cui c’era spazio per tutti, hanno riscoperto la gioia dello stare insieme. Ma ci sono anche moltissime famiglie in cui bisogna “prenotarsi” per andare in bagno perché gli spazi sono ridottissimi e bisogna condividere tutto. Questa pandemia ha addirittura fatto aggravare certe situazioni. Penso al peggioramento del rapporto tra uomini e donne all’interno delle mura domestiche e nella società: gli assassini delle donne durante il lockdown sono drammaticamente aumentati. 

La pandemia ci ha insegnato molte cose, ma ci ha anche aiutato a riscoprire i sentimenti: la solidarietà, la carità, lo spirito di servizio verso il prossimo. 
Sì. È vero. Bisogna anche dire e mi riferisco a delle istituzioni che conosco molto bene, come la Caritas Diocesana, che il loro ruolo in questa vicenda è stato molto importante riuscendo a fornire ricoveri, pasti caldi, medicine, conforto, preghiera e assistenza a migliaia di senza tetto o di persone che hanno perduto ciò che avevano. Devo dire che proprio nella sofferenza gli italiani hanno dimostrato delle capacità di solidarietà assolutamente straordinarie.

In psicologia, la resilienza è la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Gli italiani hanno sofferto tantissimo colpiti nella carne, nella tasca e nella libertà dall’emergenza sanitaria. Secondo lei hanno mostrato di essere resilienti? 
Oggi va di moda usare parole non italiane: lockdown, hub e così via. 

Ma la parola resiliente è italiana, non è straniera.  
No. Resilius è un tipico termine anglo-sassone, inglese. È un anglicismo (resiliente è un aggettivo della lingua italiana: deriva dal latino resiliens - resilientis. Participio presente di resilire, “rimbalzare” cit. dal Nuovo Devoto-Oli, vocabolario dell’italiano contemporaneo - Le Monnier 2020 - ndr). Comunque da questo punto di vista, gli italiani, ancora una volta, stanno dando buona prova. Abbiamo in qualche modo hanno sofferto più di altri Paesi. Non dimentichiamo che, a differenza dei popoli dell’Europa settentrionale e del Nord America, il nostro, come tutti i popoli mediterranei, è un popolo che parla più con le mani che con le parole: gesticola. Ora gli italiani, obbligati a questa contraddizione degli abbracci a distanza, hanno sofferto, perché sono stati privati di un modo tutto particolare di comunicare tra di loro. Si pensi allo struscio. Sa cos’è?

Sì. 
Ma glielo dico ugualmente. Ecco, nei paesi europei del Mediterraneo finita la celebrazione della Santa Messa a mezzogiorno, ragazzi e ragazze passeggiano su e giù sul sagrato della chiesa senza dirsi nulla, ma strusciandosi. Noi esprimiamo la cultura del contatto fisico, ed è secondo me un grande merito, siamo una popolazione che, per sentirsi, ha bisogno di toccarsi. Noi siamo la civiltà del toccare. Noi comunichiamo attraverso il nostro corpo.

Siamo anche la società dell’apparenza, dell’immagine, dell’effimero. Lei ne ha parlato nel suo ultimo libro: in che modo i mezzi di comunicazione di massa incidono e condizionano la nostra società, il nostro modo di comportarci, di agire e di pensare? 
Primo: le antiche società tradizionali erano tenute insieme dalle scritture, dalle rivelazioni, dalle grandi tradizioni religiose. Nell’età moderna c’è il grande uomo kantiano che guardando le stelle sente nel suo cuore la “voce” dell’imperativo morale. La “voce” dell’imperativo morale categorico. Oggi che cos’è che ci tiene insieme? Cosa lega tra di loro gli individui? La comunicazione. Comunicare è fondamentale. 
Il grande filosofo tedesco Hegel diceva che l’uomo moderno dice la sua preghiera del mattino leggendo i giornali. Io mi permetto di correggerlo e dico che l’uomo di oggi dice la sua preghiera del mattino accendendo il computer e collegandosi a Internet. Noi oggi siamo nelle mani di questi grandi strumenti di comunicazione. Ma comunicano veramente? Come comunicano? La comunicazione elettronica è rapida, ma il cervello umano è ancora una macchina lenta. E qui ci sono due logiche.

Quali? 
La logica della lettura che richiede silenzio, concentrazione sulla pagina, solitudine, e la logica dell’audio-visivo. Mentre la prima è analitica, l’audio-visivo ti colpisce con la forza sintetica dell’immagine seducente, dell’immagine che può essere anche un’immagine pubblicitaria. Noi oggi siamo in una situazione drammatica perché abbiamo tenuto insieme comunicazioni che in realtà non comunicano. Questo è uno dei problemi più gravi. Questo problema è stato acuito con la pandemia. Per riassumere: la logica della lettura sta perdendo, il libro è in crisi, è in agonia. Che cosa vince? Vince l’audiovisivo.

Perché? 
Perché è rapido, e lo si vede nei giovani, ma nel momento in cui l’audiovisivo ti dà una comunicazione rapida, ti dà anche troppi stimoli, troppe informazioni deformanti: spesso sono notizie infondate, per questo si parla di fake news, perché non sono controllate e in tanti, compresi diversi media, se ne stanno rendendo conto e stanno correndo ai ripari. Hanno un effetto deconcentrante, fuorviante, sviante. L’individuo che è subissato, assediato, invaso da questo flusso interminabile di comunicazioni elettroniche non è in grado di farsi una sua “tavola” di priorità. Non è in grado di farsi un concetto di vita fondato sulle possibilità che intravede per la sua posizione sociale che è fondato soprattutto sulla scelta e ogni scelta vuol dire rinuncia: non siamo più capaci di rinunciare. Senza rinunciare non c’è concentrazione, senza concentrazione non c’è vita, c’è solo dispersione.

È anche per questa ragione che il sistema dei valori è in crisi? 
Purtroppo sì. La crisi delle ideologie è stata salutare, perché le ideologie erano diventate megafoni dell’ufficialità menzognera, ma purtroppo bisogna dire che oggi come oggi c’è da temere che assieme alle ideologie siano franati gli ideali, in ogni caso sono venute meno le idee. E quando vengono meno le idee cosa resta anche nel dibattito pubblico? Resta l’insulto, resta l’emozione. Oggi l’emotività vince sulla capacità di pacato ragionamento.

Noi assistiamo a una polarizzazione nella politica, nella società e nel Paese tra un Nord che avanza e un Sud che arranca. Ci sono disparità, disuguaglianze, iniquità sempre più ampie tra ceti e popolazioni. L’Italia è un Paese più ingiusto, più povero, meno libero, più condizionato? 
Indubbiamente. E lei sta sottolineando diciamo un effetto positivo, paradossale ma positivo, della crisi pandemica attuale. Noi abbiamo potuto vedere una crisi veramente grave e inaudita. Ma questa crisi ha anche una funzione di rivelazione molto importante. Noi siamo di fronte a una crisi, ma dobbiamo prendere coscienza: pensavo al Mezzogiorno. Ormai è dall’unità d’Italia, da oltre 150 anni, che il Sud è in fondo una parte del Paese in ritardo per non dire perdente. Lei pensi anche a Roma. 
Un ex primo ministro, Francesco Saverio Nitti, definiva Roma come la sola città medio-orientale priva di un quartiere europeo. Siamo cioè un Paese ancora oggi diviso in due. Ci sarebbe da augurarsi che proprio la situazione di crisi in cui ci troviamo ci desse la consapevolezza, la capacità e la generosità di uscire da questo dualismo per cui c’è un Mezzogiorno che ristagna e un un’Italia settentrionale che si collega con le nazioni progredite del Nord Europa. 
Ma per questo evidentemente forse è necessario avere una classe politica diversa dalla nostra. Se mi permette un’ultima osservazione l’Italia è il solo Paese in cui abbia corso la frase “classe politica”. Come se il ceto politico fosse un ceto separato, che vive per conto suo, si parla addosso. Con i suoi stipendi, i suoi emolumenti, le sue indennità, il suo linguaggio, il “politichese”, i suoi riti. E allora cosa significa questo? Significa che purtroppo la situazione italiana continua ad essere una situazione in cui i cittadini sono distaccati, si sentono estranei alle istituzioni.

Nel Recovery Plan il Governo Draghi ha posto l’accento soprattutto sui giovani, le famiglie, l’istruzione, la ricerca, le infrastrutture, il Sud. È giusto far ripartire il Paese da queste priorità? 
La mia risposta, pur non potendo essere definitiva, è positiva. Perché proprio l’insistenza sulla formazione culturale si lega alla consapevolezza e il primo passo per risolvere un problema sociale è diventarne consapevoli non in generale, non per farne oggetto di propaganda elettorale, avendo i dati della situazione in mano. Spero di avere domani la certezza che veramente il Governo Draghi abbia aperto una fase nuova e positiva nella politica italiana.

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