Share |

"I bassotti": tre nuovi delitti d'autore nella piccola biblioteca del giallo da salvare

In libreria gli intriganti lavori di Hilda Lawrence, Ernest Bramah e Hugh Austin. I perché delle scelte nelle parole dell’editore e scrittore Marco Polillo


12/03/2018

di Massimo Mistero


Grazie a tre nuovi delitti d’autore, firmati rispettivamente da Hilda Lawrence, Ernest Bramah e Hugh Austin, la collana I bassotti, fortemente voluta da Marco Polillo (già presidente dell’Associazione italiana editori), è arrivata a quota 189. Una piccola biblioteca del giallo da salvare che in realtà, strada facendo, tanto piccola non lo è più, e che si rapporta con il desiderio di rivalutare una produzione (spesso inedita in Italia) allargata a oltre un secolo e mezzo e che ha visto scendere in campo non solo scrittori di genere, ma anche poeti, economisti, storici, scienziati e filosofi. 
Insomma, una raccolta per certi versi unica che ha preso vita attingendo soprattutto dalla grande tradizione anglo-americana e costruita con la passione del collezionista da un raffinato editore e scrittore, il quale, con certosina pazienza, ha spulciato fra le pieghe della miglior produzione poliziesca. Scoprendo, fra l’altro, geniali divertissement intellettuali e opere che hanno aperto la strada al thriller moderno. 
Marco Polillo, si diceva, che reduce da una lunga esperienza manageriale in Mondadori e Rizzoli, trovandosi a suo dire “parcheggiato in un poco gratificante esilio dorato nella Capitale”, nel 1995 decise di voltare pagina. In altre parole di licenziarsi per dare vita a una nuova casa editrice: appunto la Polillo, che si sarebbe dovuta occupare di narrativa straniera contemporanea nell’ambito dell’intrattenimento e dell’evasione, con un occhio comunque puntato sui gialli. 
“Ma siccome i grandi autori di bestseller erano già tutti accasati al top, ed erano comunque economicamente al di fuori della mia portata, decisi di puntare - come a suo tempo ha avuto modo di raccontarci - sulle seconde migliori linee a disposizione. La qual cosa per un po’ funzionò. Almeno sino a quando entrarono sul mercato nomi come quelli di Einaudi, Garzanti, Piemme e altri, che fino ad allora non si erano occupati di questo genere di narrativa. E a me rimasero in tasca soltanto le briciole”. 
A quel punto, a fronte di un mercato ancora promettente per i gialli, Polillo decise, nel mese di giugno 2002, di pubblicare i primi quattro titoli di una collana destinata al successo e battezzata appunto I bassotti
Il perché di questo nome è semplice: “Ne volevo uno facile da ricordare, portatore di una piacevole immagine grafica. E siccome sulla scena editoriale era già approdati corvi, pinguini, elefanti e struzzi, spulciando il dizionario Gabrielli mi imbattei casualmente in questo. Mia moglie ci mise poi del suo scovando un vecchio logo nero davvero piacevole. In realtà l’idea di partenza risultava legata, visto che eravamo in vacanza a Positano, all’immagine di un lampione locale. Me si proponeva di non facile utilizzo in quanto… verticale”. 
E per quanto riguarda il formato? “Si rifà ai vecchi libri inglesi, più piccoli rispetto a quelli commercializzati in Italia. Con il vantaggio di essere compatti e quindi trasportabili anche in tasca, oltre che realizzati con materiale elegante e al tempo stesso non tropo costoso, di consistenza morbida ed elastica. Da poter usare e riusare, insomma, senza provocare… danni”. 
Veniamo ora al dunque, partendo da una vecchia conoscenza di questa collana, l’americana Hilda Lawrence, figlia di un membro del congresso degli Stati Uniti, nata nel 1906 a Baltimora come Hildegarde Kronmiller e morta a New York nel 1976. Della quale viene ora pubblicato - dopo Sangue sulla neve (I bassotti n. 159), nel quale aveva introdotto l’astuto investigatore privato Mark East - La bambola assassina (pagg. 308, euro 16,90, traduzione di Sara Caraffini). Un giallo del 1947, ancora inedito in Italia, che vede nuovamente in scena East, alle prese con un caso complicato: la morte di Ruth Miller, un’impiegata dei grandi magazzini Blackman’s di New York, da poco accasata in un economico pensionato per ragazze. Dove, pur trovandosi bene, si sente tuttavia in pericolo a causa di un inaspettato incontro. Decide allora di andarsene, non prima però di aver partecipato a una festa in maschera, dove tutte le ospiti dovranno travestirsi da bambole di pezza. Festa durante la quale una di loro, inutile dire chi, precipiterà dal settimo piano…   
Il giudizio? Un romanzo che Polillo, a ragione, considera il “capolavoro assoluto” di questa scrittrice, fermo restando che, “quando pubblicai il primo, dovetti sottoscrivere un contratto doppio. E benché questo testo si proponga con un taglio diverso da quelli in collana, ritengo si sia trattato di una scelta giusta”. Di fatto un giallo che non mancherà di farsi leggere d’un fiato anche dai lettori più pretenziosi. 
Lawrence, si diceva. Un’autrice che, dopo aver concluso gli studi alla Columbia School di Rochester, si era inizialmente proposta come lettrice di testi per non vedenti, per poi lavorare nella redazione della casa editrice MacMillan e, in seguito, in quella della rivista Publishers Weekly, fermo restando un impegno da sceneggiatrice radiofonica. Lei che, narrativamente parlando, aveva utilizzato il cognome del marito, appunto il commediografo Reginald Lawrence, conservandolo anche dopo l’avvenuto divorzio. Avida lettrice di gialli, iniziò a scriverne di suoi in quanto millantava “di fare sempre più fatica a trovarne di buoni in circolazione”. Fu così che nel 1944 diede alle stampe il citato Sangue nella neve, un romanzo ricco di atmosfere e di suspense che, per chi non l’avesse letto, merita di essere recuperato.

Il secondo suggerimento per gli acquisti è firmato dall’inglese Ernest Bramah e si intitola Cinque enigmi per Max Carrados (pagg. 196, euro 15,90, traduzione di Fernando Rocca). Cinque racconti, “magari segnati da spruzzate di ingenuità, ma che si leggono che è un piacere”, pronti a dipanarsi su altrettanti misteri: una moneta d’inestimabile valore; un letale piatto di funghi; un fantasma che si diverte ad accendere e spegnere la luce e a far scorrere l’acqua in un appartamento disabitato e chiuso a chiave; due ingegnosi omicidi studiati nei minimi particolari. 
Tematiche sulle quali si troverà a indagare il gentile e sensibile Max Carrados, uno dei più celebrati investigatori dilettanti della narrativa poliziesca, coadiuvato dal maggiordomo Parkinson (pronto a sopperire con la sua straordinaria memoria fotografica all’handicap del padrone) nonché dall’amico e collega Louis Carlyle. Di fatto un ineguagliabile detective, che riesce a vedere indizi mentre tutti gli altri brancolano nel buio. In quanto, come lui stesso amava annotare, quando uno dei cinque sensi non è più utilizzabile gli altri quattro in qualche modo si affinano. Riuscirà così, nemmeno a ricordarlo, a risolvere i cinque casi citati, tratti dalle raccolte Max Carrados del 2914, The Eyes of Max Carrados del 1924 e Max Carrados Mysteries del 1927. 
Per la cronaca si tratta del “primo detective non vedente della narrativa di settore (diventato cieco in seguito a una caduta da cavallo) che l’autore aveva fatto debuttare in una serie di racconti” usciti a partire dal 1914 (i primi otto), seguita da molti altri (per un totale di 26, anche se non si esclude che alcuni, pubblicati sui giornali dell’epoca, possano essere andati perduti)  prima di approdare nel 1934 al romanzo The Bravo of London, che stranamente non venne accolto con grandi entusiasmi. 
Quel che è certo è che queste storie avrebbero regalato al suo autore - nato in un sobborgo di Manchester il 20 marzo 1868 e morto a Londra il 27 giugno 1942 - un posto d’onore nella storia di questo genere letterario. Tanto da essere “benedetto” da Frederic Dannay e Manfred B. Lee - i due cugini che scrivevano sotto lo pseudonimo di Ellery Queen - come ”una delle dieci migliori raccolte di racconti gialli mai scritte”. 
Ma ci sono altre curiosità che riguardano questo autore, nato come Ernst Brammah Smith (il cognome della madre aveva la doppia emme, ma dopo le scuole superiori l’interessato pensò bene di eliminarne una). Lui uomo di grande riservatezza che non concedeva interviste; lui divorato da una iniziale passione per l’agricoltura, salvo accorgersi dopo tre anni che invece di guadagnare ci rimetteva quattrini. Fu così che decise di dedicarsi al giornalismo per un quotidiano di provincia, per poi approdare a Londra come segretario del famoso scrittore Jerome K. Jerome, quindi come redattore della rivista To-day e successivamente di The Minster. Alla chiusura di quest’ultima testata si attivò come free-lance, oltre che come scrittore. Ma il suo primo romanzo, The Wallet of Kai Lung, venne rifiutato nel 1900 da ben otto editori. Poi l’arrivo sugli scaffali e il successo di una serie di lavori ambientati in maniera realistica in Estremo Oriente, tanto che si pensò che Bramah avesse a lungo vissuto proprio in quella parte del mondo. Niente di più falso.

Freschissimo di stampa è infine Non può essere omicidio! (pagg. 294, euro 16,90, traduzione di Dario Pratesi), una chicca firmata dallo statunitense Hugh Austin (Evans) che risale al 1935 e che approda per la prima sui nostri scaffali. Un poliziesco alla Ellery Queen (nel senso che, nelle ultime pagine, viene sfidato il lettore a risolvere l’enigma sulla base degli indizi disseminati qua e là nelle pagine della vicenda), incentrato su un intrigante quanto ben congegnato mistero. Fermo restando che, come si conviene a un buon giallista, anche della vita di Austin si sa poco o nulla. Ovvero che era nato chissà dove nel 1903 e che era stato sposato con Alice. Come da necrologio apparso sul New York Times, nel quale veniva riportata la sua data di morte, il 30 luglio 1964, a Bayside, in quel di New York, dove peraltro aveva vissuto (forse) per 19 anni. 
Molto apprezzato dal pubblico e dalla critica dell’epoca, con il passar del tempo questa felice penna sarebbe stata praticamente dimenticata. E a nulla valse, negli anni Sessanta, il suggerimento agli editori specializzati di ristampare le sue opere da parte del noto critico americano Anthony Boucher. Per certo si sa che aveva debuttato proprio con il lavoro del quale stiamo parlando, ovvero Couldn’t Be Murder nella versione originale, dove a tenere la scena è il sergente Peter D. Quint della Squadra omicidi della polizia di New York, che al termine di questa indagine verrà promosso tenente e che terrà banco anche nei quattro successivi romanzi (tutti contenenti la parola Murder nel titolo). 
Detto questo, spazio alla sinossi di Non può essere omicidio!, un poliziesco che cattura all’insegna di una garbata scrittura e imbastito su una serie di indizi ben distribuiti nella trama, peraltro “portatori di una innovativa chiave di lettura: una gatta spinta a intrufolarsi più volte nella camera di una persona che ha una grave allergia al suo pelo (“Di certo molto diversa - ironizza Polillo - da quella che affianca il vice-commissario Zottìa nei miei romanzi”)”. E poi una sveglia caricata il cui allarme non è suonato; un caffè, forse drogato, i cui fondi sono scomparsi; un barattolo che dovrebbe essere impolverato e invece non lo è; una cameriera senza soldi che veste solo abiti di gran lusso. Aggiungete infine “una famiglia americana di banchieri con qualche problema economico, un anziano maggiordomo propenso alle bugie, una svenevole cognata che infrange cuori a più non posso e una donna, di cui tutti si auguravano la morte, trovata priva di vita nel suo letto” e il gioco è fatto. 
In buona sostanza è questo lo scenario che dovrà affrontare Quint quando viene mandato dal suo ispettore, nel cuore della notte, nel palazzo degli Haughton “per far luce su un decesso sbrigativamente attribuito dal medico di famiglia a cause naturali. Il sospetto che nella casa si nasconda un assassino trova conferma quando, poco più tardi, un altro cadavere viene scoperto in una stanza chiusa a chiave dall'interno. Ma sarà solo dopo un terzo delitto che la polizia riuscirà a individuare l’astutissimo colpevole”. E allora, visti gli indizi, ci riuscirete anche voi?

(riproduzione riservata)