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"Il Canaro della Magliana": fra le pieghe di una feroce pagina di nera

E a ricostruire quell’indimenticabile delitto ci ha pensato Massimo Lugli in coppia con Antonio Del Greco, lo sbirro che incastrò l’assassino


04/06/2018

di Valentina Zirpoli


Massimo Lugli ci ha abituato, strada facendo, a farsi carico delle realtà più abbiette della Capitale. Romanzandole, ci mancherebbe, ma senza nulla togliere al veritiero andamento dei fatti. Semmai arricchendoli di angolature inedite, pronte a lasciare il segno. Perché questa mano calda del giornalismo - approdata nel mondo della narrativa con la baldanza di un maestro - sa come trattare fatti di ordinaria violenza, più o meno noti poco importa, peraltro rifacendosi al suo prezioso fiuto di “indagatore e ricercatore”. Magari coinvolgendo chi certe storie le ha vissute in prima persona, in quanto il suo quarantennale lavoro di cronista di nera sulle pagine de la Repubblica lo ha portato ad avere contatti con i personaggi che hanno fatto parte, direttamente o indirettamente, dei casi più scottanti e violenti avvenuti sotto il Cupolone. 
In tale ottica eccolo ricostruire, in contemporanea con l’uscita del film di Matteo Garrone Dogman (interpretato da Marcello Fonte, miglior attore al recente festival di Cannes, ed Edoardo Pesce), la storia de Il Canaro della Magliana (Newton Compton, pagg. 332, euro 9,90), il più atroce delitto della cronaca nera italiana “riletto” in forma di romanzo e scritto a quattro mani con Antonio Del Greco, il funzionario di Polizia che arrestò e fece confessare appunto il Canaro. E, con il quale Del Greco, Lugli aveva già scritto Città a mano armata
Risultato? Un lavoro graffiante e mozzafiato in cui realtà e finzione si intrecciano di continuo. Un canovaccio nel quale rivive la storia di un feroce quanto insospettabile assassino, Pietro De Negri, in altre parole il mite tosacani autore del brutale omicidio - avvenuto il 18 febbraio 1988 nel suo negozio di via della Magliana 253L - dell’ex pugile dilettante Giancarlo Rizzo, un uomo due volte più grosso di lui. Il quale De Negri alla fine ammise la sua colpevolezza, motivandola con la lunga trafila di vessazioni e botte subìte (in appendice di questa brutale ricostruzione, tanto per rendercene conto, troviamo il verbale originale della sua drammatica confessione). 
De Negri per questo delitto fu condannato a 24 anni, essendogli stata riconosciuta la parziale infermità mentale. Salvo poi scontarne soltanto 16 per buona condotta, dopodiché sarebbe tornato a una vita anonima e schiva in una casa popolare gialla, di quelle costruite negli anni Settanta, nel quartiere Quartaccio. Dove vive con la moglie Paola e tira avanti riparando computer a domicilio, un mestiere peraltro imparato in carcere. 
Certo - e qui torniamo agli autori - una strana coppia quella composta da Lugli e Del Greco, il primo un cronista-segugio (per dirla alla Corrado Augias) e il secondo sbirro di razza. Due scrittori capaci di dare voce a quella Roma violenta e brutale che, volendo ironizzare, si è in buona parte persa fra le… troppe buche delle strade, gli autobus che si incendiano alla stregua di falò delle vanità, l’immondizia che impietosamente si specchia nelle bellezze di una città unica al mondo.  
La storia del Canaro - che narrativamente parlando rappresenta, diciamolo subito, un invito alla lettura - si rifà al citato febbraio di trent’anni fa, quando un cadavere smembrato e carbonizzato venne trovato in una discarica alla periferia della città. Il corpo presentava segni di orribili quanto raccapriccianti torture. Le indagini partirono immediatamente, coinvolgendo la squadra mobile e Angela Blasi, una giovane ispettrice al suo primo caso nella sezione omicidi. 
L’inchiesta, per la polizia, si prospettò subito complessa. Una volta identificata la vittima, infatti, le tracce portavano a una figura insospettabile: il proprietario di un negozio di toelettatura per cani, negozio a una sola luce che in seguito avrebbe ospitato diverse altre attività e che ora, per stare sulla notizia, risulta sfitto e in vendita. 
Detto questo, spazio al profilo dei due “firmatari” della ricostruzione di quella brutale quanto indimenticabile vicenda. Antonio Del Greco è nato a Roma nel 1953 ed è entrato in Polizia nel 1978. Dopo i primi incarichi alla Questura di Milano, è stato dirigente della Omicidi. Sue le indagini su alcuni dei più eclatanti casi di cronaca nera degli ultimi anni, tra cui appunto l’omicidio del Canaro, la cattura di Johnny lo Zingaro, il delitto di via Poma e la Banda della Magliana. Attualmente è direttore operativo della Italpol. 
A sua volta Massimo Lugli si propone un autore livello, pronto a nutrirsi - ne abbiamo già parlato - di uno stile secco e asciutto, aspro e violento. A fronte di un linguaggio che non lascia nulla al caso, quasi sempre attingendo dalla fangosa quotidianità di certi strati sociali. Il tutto supportato da una scrittura che afferra il lettore per il bavero lasciandolo disarmato e indifeso, per poi trascinarlo in un mondo minaccioso e torbido (“Tratti che ritengo necessari per regalare spessore al racconto”). Ferma restando la grande capacità nello scandagliare, quasi senza darlo a vedere, i lati più oscuri dell’animo umano, a fronte di una galleria di personaggi sempre ben caratterizzati e graffianti. 
Lui portatore di un carattere “fumantino e incazzoso” (toni forti comunque smussati dagli anni); lui che ama giocare al giovanotto andando in scooter con tanto di giubbotto in pelle e jeans debitamente strappati; lui che non nega di essere stato una testa calda quando, fra i diciassette e i vent’anni, faceva parte di due gruppi estremistici; lui che vediamo spesso tenere banco sul piccolo schermo, bucando il video con quella sua faccia da duro che ben si sposa con la passione per le arti marziali (“Le pratico sin da quando era ragazzo, sino ad arrivare a propormi come istruttore di tai ki kung”). Ma un duro di 63 anni (è infatti nato a Roma nel 1955) soltanto di facciata in quanto, conoscendolo, ci si rende subito conto che risulta invece portatore di una buona dose di umanità. 
Lui che per i tipi della Newton Compton, oltre ai lavori citati, ha dato alle stampe La legge di Lupo solitario, L’Istinto del Lupo (finalista al Premio Strega), Il Carezzevole, L’adepto, Il guardiano, Gioco perverso, Ossessione proibita, La strada dei delitti, Nel mondo di mezzo. Il romanzo di Mafia capitale. E poi Il criminale, la trilogia Stazione omicidi, La lama del rasoio e, con Andrea Frediani, Lo chiamavano Gladiatore.

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