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"Il Cristianesimo riscopra lo spirito del Concilio Vaticano II"

La Chiesa contemporanea, secondo Antonio Meli, è afflitta da molti mali, ma se vuole salvarsi deve tornare a riscoprire la missione originaria di testimonianza del Vangelo e della fede in Gesù. Com’è avvenuto nei momenti cruciali della storia...


05/03/2018

di Tancredi Re


Il Cristianesimo sta vivendo un momento cruciale della sua storia. Esso vive secondo non pochi osservatori una profonda crisi. Si tratta di una crisi irreversibile, come ritengono alcuni profeti del nostro tempo, oppure è una crisi reversibile da cui può ancora uscire attraverso una sua profonda metamorfosi? È sicuramente questa la domanda di fondo che Antonio Meli nel libro Intervista sull’avvenire del cristianesimo (Armando Editore, pagg. 167, euro 12,00), approdato in questi giorni nelle librerie, si pone, ma che resta senza risposta. O, per meglio dire, senza una risposta certa, univoca, definitiva. Non per reticenza, o per paura, perché Meli non risparmia certo critiche né alla Chiesa, né alle Gerarchie ecclesiastiche e nemmeno ai Cristiani per il loro modo di essere e di porsi nel mondo e di vivere e testimoniare la loro fede in Gesù Cristo. 
L’autore passa in rassegna criticamente la Chiesa contemporanea e tutti gli aspetti che a suo giudizio avrebbero bisogno con urgenza di essere riformati profondamente: dall’opera di evangelizzazione e di testimonianza della Verità, al modo di somministrare i sacramenti,  dalla gestione dei rapporti con lo Stato, all’esistenza della Curia romana (“…nata in un periodo storico in cui la Chiesa tendeva a riprodurre la sua organizzazione sempre più verticistica …”) e della Città del Vaticano (“ … un residuo del potere temporale dei papi”) e perfino al Papa (“…è del tutto paradossale che sia capo di uno Stato e venga accolto come tale nei suoi viaggi nel mondo. 
Ciò è lontano mille miglia dall’insegnamento e dalla prassi di Gesù. Il Papa deve presentarsi al mondo assolutamente disarmato e non protetto da una qualche impalcatura mondana!”) e per le tante devozioni che caratterizzano la vita di tanti cristiani che vanno in Chiesa (“È ormai tempo di purificare la vita dei cristiani e delle parrocchie da queste pratiche… che non trovano giustificazione nell’insegnamento e nella prassi di Gesù e che hanno l’effetto di screditare il Cristianesimo presso tante persone che ricercano Dio. Così la Chiesa deve ridimensionare drasticamente pellegrinaggi e santuari. D’altronde anche la stessa liturgia deve essere purificata da tutti quegli aspetti devozionale che l’hanno appesantita nel tempo”). 
Probabilmente Meli è dai lettori che si attende in realtà una risposta. Se il Cristianesimo è in crisi chi potrebbe salvarlo se non i credenti, coloro che si chiamano cristiani? D’altra parte, riprendendo l’insegnamento di Norberto Bobbio, uno tra i maggiori filosofi contemporanei, secondo il quale l’intellettuale “semina dubbi, non raccoglie certezze” Meli nel suo libro palesa dei dubbi. E, tuttavia, si comporta alla stessa stregua di un medico che va a visitare un suo paziente ammalato. Prima fa la diagnosi, sulla base della sintomatologia accusata dal paziente e poi propone la terapia da somministrargli per farlo guarire dai suoi mali. 
“Il Cristianesimo - scrive Meli - ha bisogno di una rinascita, di un nuovo slancio vitale, se vuole tornare ad essere credibile presso l’uomo contemporaneo. Tante sue istituzioni, che sembrano fare la sua forza, in realtà, lo rendono poco credibile presso l’uomo del nostro tempo”. E il Cristianesimo come può cambiare? Dove può attingere linfa nuova in grado di rigenerare i cristiani e reindirizzarli verso la prospettiva della vita eterna resa possibile dall’avvento di Gesù Cristo, figlio del Dio vivente, che si è fatto Uomo come noi, per redimerci dal peccato originale e renderci liberi?  Meli non ha esitazioni: attraverso il ritorno al Concilio Vaticano II “che è - spiega - un evento dello Spirito Santo che, attraverso una rinnovata interazione ermeneutica tra Sacra Scrittura e Tradizione, segna un reale progresso nella comprensione della Parola di Dio”. 
Un riferimento costante, quasi ossessivo, quello di Meli durante l’intervista al Concilio Vaticano II, ai suoi documenti, come per altro ad alcune encicliche dei Romani Pontefici: da Papa Paolo VI, a Papa Giovanni Paolo II, da Papa Benedetto XVI fino a Papa Francesco. Perché la spinta al rinnovamento della Chiesa, come in passato, promana dalla base. Come nei secoli passati, anche oggi all’interno della Chiesa coesistono realtà diverse tra loro: le gerarchie ecclesiastiche, i movimenti e la base. “Non c’è dubbio che l’aspetto più vitale del Cristianesimo contemporaneo – scrive Meli - non è quello che vive all’interno delle sue istituzioni, ma proprio quello più “spontaneo”, carismatico, che vive in tutte quelle realtà che prendono il nome di movimenti, nuove comunità e quant’altro. Sono appunto queste realtà che hanno incarnato di fatto la spinta propulsiva del Concilio Vaticano II e fatte proprie le sue istanze di rinnovamento che spingono con più forza verso il superamento delle divisioni tra i cristiani sulla base di una comune riscoperta delle fonti del Cristianesimo”. 
Anche nei secoli passati, ci ricorda l’autore, la Chiesa ha vissuto una crisi come quella contemporanea, eppure non solo è sopravvissuta, ma addirittura ha trovato al suo interno la forza, lo spirito, la capacità di riformarsi e di rilanciarsi ponendosi nuovamente al servizio della Verità rivelata da Gesù Cristo attraverso l’Incarnazione, la Passione, la Morte, la Resurrezione e l’invio dello Spirito Santo.  “Sappiamo che il tema della riforma è ricorrente nella storia della Chiesa” ricorda l’autore del volume.  “Si sono fatti interpreti di questa istanza tanti personaggi, sia dall’alto, sia dal basso della Chiesa. Sono sorti movimenti spirituali (si pensi ai benedettini, ai cistercensi, ai francescani, ai domenicani ecc.) con l’intento di rinnovare la Chiesa in momenti cruciali della sua storia”. 
La Chiesa è una realtà che si svolge nel tempo, è una realtà storica! Essa è in divenire come tutta la realtà. Per questo la Chiesa, come hanno ben compreso taluni Padri, ha bisogno di una continua riforma che deve toccare tutto il suo corpo a partire da chi la presiede. Si tratta di una riforma spirituale che, tuttavia, non può non investire il suo aspetto propriamente istituzionale. Grazie allo Spirito Santo, la Chiesa ritorna alla sua vera fonte normativa, che è quanto Gesù Cristo ha fatto e detto. In questo incessante ritorno alla prassi e all’insegnamento del suo vero e unico Signore e Maestro la Chiesa si rinnova continuamente nel tempo. 
La Chiesa, dunque, secondo Meli ha bisogno di riformarsi senza soluzione di continuità per poter anche rispondere alle domande che le vengono costantemente poste (quelle sull’indissolubilità del matrimonio, sull’intervento o meno in ordine alle unioni tra persone dello stesso sesso, sulla difesa della famiglia tradizionale e sulla chiave di lettura della Bibbia). “La Chiesa peregrinante - dice il Concilio Vaticano II nell’Unitatis redintegratio - è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno. Se dunque alcune cose, sia nei costumi che nella disciplina ecclesiastica ed anche nel modo di enunciare la dottrina – che bisogna distinguere con cura dal deposito vero e proprio della fede – sono state osservate meno accuratamente, a seguito delle circostanze, siano opportunamente rimesse nel giusto e debito ordine”. E quindi ne discende che la Chiesa deve rinunciare ad intervenire sul potere temporale degli Stati. 
Meli reputa sbagliato che la Chiesa difenda una presunta “civiltà o società cristiana che si identifica con i confini di uno Stato o di un continente” così com’è “del tutto discutibile pretendere il riconoscimento a livello di ordinamento giuridico delle radici cristiane dell’Europa, dal momento che la diffusione del Cristianesimo in essa è avvenuta per lo più in forma coercitiva come attesta la storia”. Allo stesso modo l’autore pensa che la Chiesa sbagli a denunciare tutto ciò che non è conforme all’ordine morale voluto da Dio. “Per farsi ascoltare dagli uomini contemporanei, alla Chiesa non resta altra strada da seguire che quella del dialogo che fa appello alle coscienze. Questa strada, indicata chiaramente dal Concilio Vaticano II, è l’unica, d’altronde, in sintonia con la prassi e l’insegnamento di Gesù Cristo da cui il Magistero della Chiesa deriva la sua particolare competenza in ambito morale”. 
La risposta alla crisi del Cristianesimo è dunque nel tornare al messaggio e allo spirito del Concilio Vaticano II. E a coloro che attribuiscono proprio al Concilio Vaticano II la causa della crisi attuale del Cristianesimo, Meli risponde citando quanto ha affermato Papa Francesco durante la famosa intervista alla Civiltà Cattolica a Santa Marta lunedì 19 agosto 2013. «Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La Tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio. Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa un’ideologia tra le tante». 
Ma allora ci si chiede dove stia la vera forza della Chiesa. E Meli, richiama ancora una volta, il Concilio Vaticano II: “La forza che la Chiesa riesce a immettere nella società umana contemporanea consiste in quella fede e carità effettivamente vissute, e non in una qualche sovranità esteriore esercitata con mezzi puramente umani”! Solo in questo modo i cristiani saranno sale, lievito, luce, anima della società. 
L’autore non nasconde la forte preoccupazione per la Chiesa messa a dura prova nel tempo presente (“la sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti”), ma la sua conclusione e sicura e ottimistica. Come dopo una tempesta torna il sereno, così dopo un grande travaglio, la Chiesa ritroverà se stessa. “Sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico… ma la Chiesa della fede. Certo essa non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte”.

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