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"Il Giallo Mondadori", in versione rinnovata, torna sugli scaffali per la felicità dei lettori-collezionisti. E non solo

Nata nel marzo 1929, questa storica collana continua a destare interesse grazie a proposte e riproposte di livello. Come quelle di S.S. Van Dine, il geniale creatore dell’investigatore Philo Vance, e di Edgar Wallace. Per poi approdare a Fruttero & Lucentini, Renato Olivieri e a un inedito di Andrea Camilleri  


15/04/2019

di Massimo Mistero


Tutto ebbe inizio nel mese di marzo del 1929 quando - dopo aver constatato il grande successo registrato all’estero dalla narrativa di genere - Arnoldo Mondadori (ribattezzato l’incantabiss, l’incantatore di serpenti, per la sua capacità di attirare nel suo fienile le migliori penne) e Lorenzo Montano decisero di avviare anche in Italia una collana, I libri gialli (nota anche come I Gialli Mondadori), pubblicando, come prima opera, La strana morte del signor Benson. Titolo seguito nel giro di un paio di mesi da altri sedici, a fronte di un venduto di circa trecentomila copie. 
E ora La strana morte del signor Benson (pagg. 348, euro 15,00, traduzione di Pietro Ferrari), romanzo scritto dallo statunitense S.S. Van Dine - pseudonimo del critico d’arte Willard Huntington Wright, nato il 15 ottobre 1988 a Charlottesville, in Virginia, e morto a New York l’11 aprile 1939 - torna sugli scaffali, insieme ad altre quotate firme (e non solo straniere), sotto l’ombrello ammaliatore de Il Giallo Mondadori. Di fatto cambia soltanto parzialmente il titolo della collana (si passa dal plurale al singolare), ma la sostanza resta la stessa: i libri proposti rientrano infatti per la maggior parte nell’ambito del noir e del poliziesco d’autore. 
Fermo restando il colore caratteristico e inconfondibile delle copertine, lo stesso che si era inventato Joseph Abbey: vale a dire quello che all’origine aveva dato la stura al termine giallo nella lingua italiana, nell’accezione usata per indicare un’opera letteraria o cinematografica che narra di fatti delittuosi e, generalmente, delle relative indagini. Fermo restando, come tiene a precisare Andrea Camilleri, che “il mystery si chiama giallo soltanto in Italia. Il giallo non come colore in sé e nemmeno come significazione simbolica, ma il giallo in quanto colore di copertina”. 
Giallo, si diceva, un termine tipicamente nostrano in quanto in Francia l’espressione più diffusa è roman policier, mentre in Germania è definito indifferentemente Detektivliteratur o Kriminalroman. A sua volta, nel mondo anglosassone, si parla di detective novel quando la vicenda verte principalmente sull’indagine poliziesca, oppure di thriller (da to thrill, rabbrividire), nel caso in cui l’aspetto predominante sia la suspense, l’angoscia e la tensione psicologica. 
Ma torniamo al dunque. In buona sostanza si deve alla Mondadori e all’intelligente lavoro di selezione svolto dal suo team se “un genere completamente nuovo per il mercato italiano abbia potuto affermarsi prima tra il pubblico dei lettori e in seguito anche nella considerazione della critica”.  Un genere che, nel corso di nove decenni, non ha mai smesso di uscire nelle edicole, arrivando a pubblicare 3.200 fascicoli nella serie per così dire regolare, più altri 1.400 nei Classici e un altro migliaio fra Speciali e numeri extra. Un vero record mondiale, che nessun’altra collana periodica da edicola ha mai eguagliato. E che ancora oggi dà voce a oltre 40 titoli all’anno (attraverso cinque collane), a fronte di un venduto di quasi 150.000 copie. 
Insomma, un ulteriore regalo ai lettori che possono festeggiare il novantesimo compleanno di questa iniziativa beneficiando di un inedito di Andrea Camilleri, il quale ha anche scelto di persona gli altri quattro autori della cinquina, e i relativi romanzi, di questo gradito “ritorno”. Una riproposta che non mancherà di avere un robusto seguito attingendo dai grandi nomi che hanno reso celebre questa collana. Qualche nome? Agatha Christie con Hercule Poirot e Miss Marple; Ellery Queen con l’omonimo investigatore; Rex Stout con Nero Wolfe; Erle Stanley Gardner con Perry Mason; Ed McBain con l’87° Distretto; Sir Arthur Conan Doyle con Sherlock Holmes. E ancora: Dashiell Hammett, il creatore di Sam Spade, Raymond Chandler, Ruth Rendell, James Hadley Chase, Mike Spillane. Mentre fra gli italiani si possono citare Ezio D’Errico e Giorgio Scerbanenco, Carlo Lucarelli e Loriano Macchiavelli, Danila Comastri Montanari e Sandrone Dazieri. 


Detto questo, spazio alle note. A partire da La strana morte del signor Benson, romanzo che nel 1974 era entrato a far parte della miniserie televisiva Rai interpretata da Giorgio Albertazzi e che vede in scena uno straordinario protagonista: quel raffinato, colto, aristocratico e ricco investigatore dilettante di nome Philo Vance, un uomo dal genio e dal sapere sconfinato. Peraltro affiancato nelle indagini, guarda caso, proprio dall’amico e biografo S.S. Van Dine, che abita con lui e che per questo racconta la storia in prima persona. 
Succede che la mattina del 14 giugno, preceduto dal domestico Currie, arrivi in un edificio cittadino il procuratore distrettuale di New York, John F.X. Markham, in quanto è stato trovato morto, seduto su una poltrona del soggiorno del suo lussuoso appartamento, Alvin H. Benson, un noto agente di cambio. A porre fine ai suoi giorni un proiettile che gli ha trapassato il cranio. È stata la signora Anna Platz, la governante, ad aver chiamato la polizia. E siccome Markham aveva promesso a Vance che, appena ci sarebbe stato un caso interessante, lo avrebbe coinvolto nelle indagini, ecco allora anche la sua presenza sulla scena del delitto. 
La polizia fa quello che può per venire a capo del mistero, a fronte però di molti interrogativi senza risposta. In primis: l’imprevedibilità del crimine; poi l’importanza delle persone coinvolte e le sorprendenti prove addotte. Infine chi può essere entrato dalla porta di casa senza essere notato, visto che ogni finestra è munita di inferriate? A sbrogliare la matassa ci vuole quindi una mente sopraffina. Quella appunto di Philo Vance. 
Che dire: un lavoro di garbata quanto intrigante lettura, dove erudizione e doti analitiche la fanno da padrone, in quanto l’indagine viene affrontata dal suo protagonista alla stregua di una sfida intellettuale. 


A questo punto diamo spazio agli altri autori. Partendo dall’inglese Edgar Wallace (nato a Greenwich, Londra, il primo aprile 1875 e morto a Hollywood il 10 febbraio 1932). Un giornalista dalla penna decisamente prolifica (anche per soddisfare, visto che spendeva più di quanto guadagnasse, i molti creditori), con all’attivo oltre 170 romanzi, 24 drammi e diversi soggetti cinematografici, come quello relativo al film King Kong (ma sulla cui completa paternità, essendo stato realizzato nel 1933, qualcuno ha avanzato delle riserve). 
Di fatto, assieme ad Arthur Conan Doyle e Agatha Christie, Wallace viene considerato come uno dei maestri della narrativa di settore, e in particolare del genere poliziesco, quello fiorito in Inghilterra e negli Stati Uniti nel primo quarto del Novecento. Lui personaggio fuori dalle righe, del quale si dice fumasse ottanta sigarette e bevesse quaranta tazze di tè al giorno, e che avesse dato voce, nel giro di un fine settimana, a una fra le sue commedie di maggior successo.  
E appunto di questo autore Mondadori ha ridato alle stampe I Quattro Giusti (pagg. 174, euro 14,00, traduzione di Gino Dall’Armi), un lavoro del 1905 sbarcato in Italia per la prima volta nel 1931 come I quattro uomini giusti (The Four Just Men), per poi essere riproposto altre volte (ad esempio è entrato a far parte, nel 2014, della collana I bassotti di casa Polillo). Sempre con immutato successo. 
La storia, una chicca di intrigante quanto piacevole lettura, risulta imbastita su una proposta di legge liberticida sull’estradizione presentata al Parlamento da sir Philip Ramon, ministro degli Esteri britannico. Il provvedimento, “tacciato di essere un mezzo per rimettere i rifugiati politici nelle mani di governi corrotti e autoritari”, lo porta nel mirino dei Quattro Giusti, “uomini insospettabili disposti a tutto” (che in questo romanzo fanno il loro eclatante esordio narrativo) pur di raddrizzare torti e ingiustizie. Persino a uccidere, se fosse necessario. 
Come nel caso di Ramon, contro il quale i Giusti emettono una sentenza di morte, a meno che non ritiri la sua proposta. Il ministro decide però di non farsi intimorire e prosegue per la sua strada, assicurandosi un’imponente protezione - da parte di Scotland Yard - guidata dal sovrintendente Falmouth, che avrà il compito di vigilare su di lui. Ma basterà questo a frenare l’audacia dei Quattro? 


Proseguiamo. A rappresentare la squadra degli italiani, Camilleri e gli esperti della casa di Segrate hanno puntato, in primis, sul clamoroso successo che aveva riscosso l’affiatata coppia Fruttero & Lucentini, la quale nel 1972 aveva dato alle stampe, sempre per i tipi della Mondadori, La donna della domenica (pagg. 538, euro 16,00). Un romanzo “paradossale e raffinato, complesso ma leggero, di fulminante ironia”.
La storia è ambientata nel capoluogo piemontese e vede il commissario Santamaria indagare sull’omicidio dell’architetto Garrone, uno squallido personaggio che vive di espedienti a margine della Torino bene (una città in apparenza ordinata e precisa, ma che nasconde un cuore folle e malefico). L’uomo viene infatti trovato nel suo pied-à-terre con il cranio sfondato da un fallo di pietra. Tra i protagonisti della vicenda ci sono due suoi amici, Anna Carla Dosio, la moglie di un ricco industriale, e Massimo Campi, un giovane della buona borghesia legato da una relazione omosessuale con Lello Riviera, piccolo impiegato comunale con velleità da intellettuale. 
Anna Carla e Massimo sono tra i primi a essere sospettati, poiché Garrone faceva parte, insieme ad altri bei tipi, di un “teatrino privato” nel quale venivano stigmatizzati vizi, affettazioni e difetti di alcuni conoscenti. Ma Anna Carla si era stancata delle sue manfrine e voleva proporre a Massimo, in una lettera non spedita (ma finita ugualmente nelle mani della polizia), di eliminarlo dalla loro vita. 
Anche Lello, pur avvertendo che la sua storia amorosa con Massimo è prossima alla fine, si appassiona al caso per cercare di scagionare il compagno al quale è ancora affezionato: arriverà così - quasi senza accorgersene - vicino alla verità. E, appunto per questo, farà a sua volta una brutta fine. 
Di questa brutta storia, come accennato, si occuperà il commissario Santamaria (che strada facendo - anche se non dovremmo anticiparlo - avrà un’avventura con Anna Carla), il quale riuscirà ad arrivare alla verità rifacendosi a un vecchio proverbio piemontese: La cativa lavandera a treuva mai lo bon-a pèra (La cattiva lavandaia non trova mai la buona pietra). 
Per la cronaca Carlo Fruttero (nato a Torino il 19 settembre 1926 e morto a Castiglione della Pescaia, in provincia di Grosseto, il 15 gennaio 2012) e Franco Lucentini (nato a Roma il 24 dicembre 1920 e deceduto a Torino il 5 agosto 2002) hanno rappresentato una fra le coppie di maggior successo del giallo e del giornalismo italiano, firmando romanzi di peso come, oltre a La donna della domenica, A che punto è la notte, L’amante senza fissa dimora ed Enigma in luogo di mare. Nel loro carnet figurano anche opere saggistiche e antologie, oltre alla direzione per un ventennio della collana di fantascienza Urania. 


Voltiamo libro. Altra penna di un certo peso, lui che è stato anche direttore di Grazia e Millelibri, Renato Olivieri (nato a Sanguinetto, in provincia di Verona, il 4 agosto 1925 e morto a Milano l’8 febbraio 2013), il quale aveva pubblicato non più giovanissimo il suo primo romanzo giallo. Ovvero Il caso Kodra (pagg. 250, euro 15,00), il lavoro che stiamo proponendo, nel quale compare come protagonista il vice commissario Giulio Ambrosio (che in seguito, ne L’indagine interrotta, diventerà commissario), uno degli investigatori più noti nel nostro panorama letterario. Una figura che sarebbe stata interpretata al cinema da Ugo Tognazzi ne I giorni del commissario Ambrosio per la regia di Sergio Corbucci. 
Ambrosio, si diceva, un personaggio malinconico (come le atmosfere milanesi nelle quali si muove), amante del bello e delle belle donne, nonché intenditore d’arte (una connotazione che si rifà al suo autore), il quale sarebbe sbarcato con le sue indagini altre quattordici volte sugli scaffali delle librerie, guadagnandosi un nutrito gruppo di supporter. Oltre a regalare a Olivieri un Premio Mystfest con L’indagine interrotta (1983) e un Scerbanenco con Madame Strauss (1993). 
Ma torniamo a Il caso Kodra, ambientato a Milano, dove in una fredda sera di gennaio una donna viene investita da un’auto bianca, probabilmente una Fiat 132. Trasportata all’ospedale Policlinico, morirà un’ora dopo pronunciando una sola parola sola, forse un nome. La nebbia è fitta sia sulla città che sulle indagini: non ci sono infatti testimoni attendibili e l’incidente rimarrebbe archiviato se non fosse che al vice commissario Ambrosio una strada, via Catalani (la donna è stata appunto investita proprio all’angolo con via Porpora), rimescola ricordi e nostalgie. Decide così di occuparsi direttamente del caso, rendendosi subito conto che qualcosa non torna: forse non si è trattato solo di una fatalità, forse la povera signora Kodra non è stata vittima di un pirata della strada, ma di un assassino. Ma in realtà chi era Anna Kodra? Chi poteva volerla morta? E per quale motivo? 


L’ultimo suggerimento per gli acquisti è quello legato a un autore che non ha bisogno di presentazioni: il citato Andrea Camilleri, maestro indiscusso del giallo all’italiana, colui che ha dato voce e spessore al commissario Montalbano, uno dei personaggi più celebrati della letteratura contemporanea. 
Già Camilleri, un personaggio scomodo, sferzante, controverso e al tempo stesso geniale. Un uomo di robusta lucidità intellettuale, non certo offuscata dagli anni, abile come pochi nell’utilizzare un linguaggio che si nutre di curiose quanto particolari commistioni italo-siciliane, quelle stesse che hanno portato al successo, sulla scena televisiva e grazie all’interpretazione di Luca Zingaretti, il famoso commissario Montalbano, a sua volta personaggio fuori dalle righe, irrispettoso delle istituzioni, che non le manda a dire. 
Per la cronaca Andrea Camilleri - scrittore, sceneggiatore, regista, drammaturgo e docente presso l’Accademia d’arte drammatica di Roma - è nato a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, il 6 settembre 1925. Dopo una breve esperienza in un collegio vescovile (dal quale venne espulso per aver lanciato delle uova contro un crocefisso) si sarebbe portato a casa la maturità classica senza aver sostenuto l’esame per via della guerra. E a soli 17 anni avrebbe iniziato a darsi da fare come regista teatrale e sceneggiatore. Poi, a 19, si sarebbe iscritto alla facoltà di Lettere e Filosofia, senza però conseguire la laurea. In seguito, dopo essere diventato militante del Partito Comunista Italiano, iniziò a pubblicare racconti e poesie, arrivando anche fra i finalisti del Saint Vincent (premio che vincerà in seguito, in abbinata a molti altri, come un Campiello e un Chandler alla carriera, nonché un Pepe Carvalho). 
Lui che nel 1949 venne ammesso, unico allievo regista per quell’anno, all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma, dove avrebbe concluso gli studi per poi dedicarsi alla professione. In tale ambito fu il primo a portare Beckett in Italia, mettendo in scena Finale di partita al Teatro dei Satiri di Roma e curandone anche una versione televisiva con Adolfo Celi e Renato Rascel. Risulta per contro datato 1957 l’ingresso in Rai (dopo che tre anni prima non era stato assunto perché, a suo dire, era un comunista) e il matrimonio con Rosetta Dello Siesto, che gli avrebbe regalato tre figli. Fermi restando diversi altri impegni, come il ruolo di delegato alla produzione di diverse trasmissioni Rai di successo. 
L’abbiamo tirata per le lunghe, in quanto il personaggio - che come accennato ha tenuto a battesimo il rilancio di questa storica collana - lo meritava. E ora eccoci a parlare del suo romanzo breve Km 123 (pagg. 154, euro 15,00), una novità assoluta che rappresenta, per i lettori della nuova serie rappresentata da Il Giallo Mondadori, una specie di regalo. In quanto legato a un periodo non facile della sua vita, alle prese con robusti problemi di vista. Per così dire supportati “dall’impareggiabile contributo” della sua assistente Valentina. 
L’incipit di questa storia sembra il prologo di un romanzo rosa d’appendice: Ester chiama Giulio al cellulare, ma lui non risponde. Non risponde perché si trova in ospedale, a causa di un brutto tamponamento avvenuto sull’Aurelia, all’altezza appunto del chilometro 123. Dove l’auto investitrice, anziché fermarsi, aveva proseguito la sua folle corsa. 
Chi riaccende il telefono e trova la chiamata persa è Giuditta, la moglie dell’infortunato, totalmente ignara dell’esistenza dell’altra donna. Ma le tinte rosa si tingono presto di nero quando un testimone dell’incidente (Anselmo Corradini, colui che aveva portato con la sua auto il ferito in ospedale visto che l’ambulanza ritardava) dichiara che senza dubbio quello che ha visto coinvolto Giulio è stato un tentato omicidio. E la pratica passa dagli uffici dell’assicurazione a quelli del… commissariato. 
Come da note editoriali, Camilleri ci catapulta in un pastiche ricco di humour (curiosa e certamente frutto di suggerimenti la giovanile messaggistica) in abbinata ad altrettanto mistero, in cui tutti i personaggi, indizio dopo indizio, si convincono - sbagliando di grosso - di aver indovinato la verità. Leggere per rendersene conto.

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