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“Il circo del ring. Dispacci dal mondo della boxe”

Dalla penna di Katherine Dunn l’incontro ravvicinato con la dolce scienza, considerata da sempre la più letteraria fra tutte le discipline sportive


01/03/2021

di MASSIMO MISTERO


“Tutto è come la boxe, ma la boxe non somiglia a nient’altro”: è su questo assunto che si snoda la raccolta di articoli, di piacevolissima lettura, che la rimpianta Katherine Dunn (era nata nel 1945 per poi lasciare questo mondo nel 2016) aveva dedicato alla “nobile arte”. Una donna per certi versi unica (oltre che giornalista, anche scrittrice e poetessa) che ha saputo dare respiro allo sport che l’aveva appassionata, scrivendo per anni su diverse testate: da The Ring a Sports Illustradet, dal New York Times all’Esquire, da Playboy a Vogue e Willamette Week
Lei autrice di tre romanzi, uno dei quali, Geek Love, è stato finalista del National Book Award. Un lavoro immaginifico incentrato sui Binewski, una famiglia di fanatici del circo, abbonata alle stranezze umane, che si muove attraverso gli Stati Uniti. Lei che nel 2004, insieme al fotografo Jim Lommasson, aveva vinto il Lange-Taylor Documentary Prize con il libro Shadow Boxers
E ancora: lei che cinque anni dopo aveva dato alle stampe One Ring Circus riscuotendo apprezzamenti sia da parte della critica e che dei lettori. Un lavoro che sembra essere stato scritto ieri e che, pertanto, non ha perso nulla della sua graffiante attualità. Tanto è vero che l’editrice 66THAND2ND ha deciso di proporlo ai lettori italiani con la traduzione di Leonardo Taiuti. Lasciando il titolo praticamente invariato: Il circo del ring. Dispacci dal mondo della boxe (pagg. 268, euro 17,00). 
Un lavoro che, sulla scia del classico Sulla boxe di Joyce Carol Oates, segna il suo felice incontro con la “dolce scienza”, considerata da sempre la più letteraria fra tutte le discipline sportive. Quella che vede “due volontari disarmati, che si equivalgono a livello di peso e di esperienza, affrontarsi su un quadrato illuminato da luci bianche”. 
Ma come era nata la passione della Dunn per il pugilato? Dal caso. E più precisamente quando, nel 1980, assistette a un incontro in televisione, rimanendone incantata. “A chiedermelo fu mio marito Peter - che doveva uscire di casa - per poi raccontargli com’era andata. Senza nemmeno rendersene conto aveva aperto una porta che ritenevo un muro di mattoni. In effetti devo ammettere che ne rimasi subito colpita. Per questo decisi di andare con lui a una kermesse dal vivo, curiosa di indagare da vicino la natura della violenza”. Sta di fatto che, nel giro di un anno, Katherine cominciò a frequentare le palestre locali, veri santuari di uno sport intriso di sangue e sudore. 
Iniziò così a tenere banco con una rubrica sul Willamette Week, celebre foglio della controcultura di Portland, che avrebbe ospitato molti dei suoi “ritratti” -  qui raccolti per la prima volta in un unico volume -, in cui Dunn mescola storie di atleti illustri e di personaggi oscuri, pittoreschi: dilettanti, allenatori, cutmen, preti boxeur. Con una ironica considerazione al seguito: nel 1981 essere una donna che scriveva di boxe ti dava un grande vantaggio. Ad esempio per andare in bagno non c’era mai la fila… 
Sta di fatto che, una pagina dopo l’altra, avrebbe tracciato i contorni di un ambiente affascinante che si nutre di ambizioni, rivalità e romanticismo. Un mondo contrassegnato da figure leggendarie, come quelle di Roberto Durán, Sugar Ray Leonard, Marvin Hagler e Mike Tyson, riscattato finalmente dall’infamia del morso all’orecchio di Holyfield. Oppure strane: come il famigerato picchiatore Frankie “The Preacher Man”, il Predicatore, che “vidi per la prima volta mentre era intento a fare flessioni sul quadrato con il figlio di un anno sulla schiena”. 
Un ambiente peraltro popolato da una schiera di figure controverse, irresistibili, come il tenero psicotico Johnny Tapia, o le protagoniste del discusso pugilato femminile (fu il 1995 l’anno in cui la rivista Vogue decise che le donne potevano e dovevano boxare), tra cui l’olandese Lucia Rijker, campionessa anche di kickboxing, o le figlie d’arte Laila Ali e Jacqui Frazier-Lyde.

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