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"Il confronto fra gli europeisti e i sovranisti pone un'ipoteca sul domani della Unione"

Crispian Balmer, caporedattore della Reuters, analizza gli errori di Bruxelles, partendo dall’approccio sbagliato nei confronti della crisi sino ad arrivare alla moneta unica, che ha favorito alcuni Paesi (come la Germania) a scapito di altri (come l’Italia). Ferma restando la necessità…


18/03/2019

di Giambattista Pepi


Crispian Balmer

L’Unione Europa ha rinnegato se stessa. La sua ragion d’essere è promuovere lo sviluppo economico, creare occupazione e diffondere il benessere negli Stati membri. Invece ha fatto il contrario. Anziché consentire che gli Stati, soprattutto quelli più indebitati (come Grecia, Italia e Spagna), potessero fare ricorso a politiche di bilancio anticicliche, aumentando la spesa pubblica a favore degli investimenti, Bruxelles ha puntato sull’austerità. Smorzando ogni tentativo velleitario di poter superare i “tetti” massimi consentiti dai Trattati nello sforamento del rapporto deficit-Pil e debito-Pil. 
Risultato? Gli effetti della crisi sono stati più duraturi e pervasivi del previsto, aumentando le diseguaglianze e impoverendo i ceti più deboli. Così è cresciuto il risentimento verso un’Ue sorda e insensibile alle sofferenze di gran parte dei suoi cittadini. Sentimenti che, uniti alla paura legata all’ingresso incontrollato di immigrati irregolari e alle storture dell’economia globale, hanno favorito l’avanzata dei movimenti populistici e nazionalistici. Ma si tratta della risposta sbagliata a rivendicazioni giuste. 
In sintesi è questa l’analisi impietosa di Crispian Balmer, caporedattore politico dell’agenzia giornalistica Reuters, che in questa intervista a Economia Italiana.it parla dell’Europa di oggi e di quella che verrà dopo le elezioni del 29 maggio. 

Rispetto a cinque anni fa, vigilia delle scorse elezioni europee, l’avversione all’Europa, alle sue istituzioni e ai suoi trattati, si è ulteriormente diffusa in quasi tutti i Paesi che, in varia forma, fanno riferimento all’Europa. Perché? 
Perché c’è meno fiducia nelle istituzioni comunitarie. I motivi sono diversi. C’è evidentemente una grande insoddisfazione nella popolazione degli Stati membri sulla risposta che gli organismi europei, in particolare la Commissione, hanno dato alla crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti nel 2007-08 e poi propagatasi in tutto il mondo. L’Italia, la Grecia e altri Stati (Cipro, Portogallo, Spagna, Irlanda) hanno pagato un prezzo molto caro con il crollo del Pil, la caduta degli investimenti pubblici e delle imprese, la diminuzione dei consumi, il calo della produzione industriale, l’aumento della disoccupazione. Il rispetto rigoroso dei parametri del Trattato di Maastricht e del Patto per la stabilità e la crescita ha portato a una politica di austerità che ha aggravato gli effetti della crisi. La quale ha impoverito una buona parte delle popolazioni di questi Paesi, acuendo il loro malessere e aumentando la rabbia e l’indignazione verso le istituzioni di Bruxelles. 
Le distorsioni provocate dalla globalizzazione dell’economia e dall’economia digitale con il ricorso alle automazioni, alla robotica e all’intelligenza artificiale che ha macinato non solo in Europa ma in tutto il mondo centinaia di migliaia di posti di lavoro, ha indotto strati sempre più vasti della popolazione a scagliarsi contro le élite al potere in Europa e non solo, portando al potere i leader di partiti nazionalistici, sovranistici, populistici. La vittoria di Victor Orban in Ungheria, come quella di Donald Trump negli Stati Uniti, sono la reazione popolare ai programmi e alle “ricette” politiche insoddisfacenti o inadeguate dei vecchi partiti conservatori, liberali e socialisti: tutti incapaci di far fronte ai cambiamenti in atto nell’economia. 

L’idea europeistica ha scaldato i cuori dei circoli intellettuali e politici emersi dallo sfacelo della Seconda guerra mondiale, ma sembra che non abbia mai direttamente coinvolto tutti gli strati delle popolazioni europee. 
No, perché si parla troppo spesso di regole e regolette: dal rapporto deficit-Pil che non deve superare il 2% altrimenti sono guai alla lunghezza che deve avere uno zucchino per poter essere commercializzato. Così facendo ci si immiserisce su questioni risibili e si finisce per perdere di vista il senso dell’appartenenza, l’essenza dello stare insieme, del progredire insieme, dell’affrontare in maniera pragmatica non ideologica i problemi che l’Europa si trova di fronte: da quello della regolamentazione dei flussi migratori alle politiche di contenimento dei disavanzi e dei debiti pubblici, dalla bassa crescita, alla grande disoccupazione. Bisognerebbe parlare del bene comune che scaturisce dalla partecipazione effettiva dei Paesi a un’organizzazione sovranazionale, l’Unione Europea, in grado di essere vista e percepita come una grande famiglia all’interno della quale si affronta il problema di come sviluppare l’economia, creare più occupazione, promuovere il benessere. 

L’Unione europea non sarà stata all’altezza delle sfide che era chiamata ad affrontare, ma non la si può invocare solo quando conviene e criticarla quando fa rispettare le regole che gli stessi Stati membri hanno approvato… 
Ho vissuto per diversi anni in Francia e adesso la protesta dei gilet gialli ha assunto connotati di rivolta civile che francamente non riesco a giustificare. Forse le giovani generazioni, sia a Parigi che altrove, ignorano la storia. Non sanno che cosa hanno vissuto le generazioni che sono state coinvolte nelle due guerre mondiale tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento. La guerra non fa solo vittime e immani distruzioni, ma genera povertà, miseria e sentimenti come la paura e l’odio. Per non parlare della mancanza della libertà che ha caratterizzato il dopoguerra in molti Paesi. Si pensi a quelli dell’Europa orientale e alla stessa Germania che vedeva la sua capitale, Berlino, divisa in due divisa in due da un muro. Con la parte orientale sottoposta al controllo e all’oppressione dell’Unione Sovietica e quella ovest, invece, libera e sotto l’influenza degli Stati Uniti. Anche quando hanno già tutto, molti giovani vorrebbero di più, senza pensare ai risvolti e alle possibili conseguenze… 

Le economie europee sono oggi strettamente intrecciate sia negli apparati produttivi sia nei mercati dei consumatori. È il risultato dell’avere abbattuto dazi e uniformato gli standard tecnici. Abbiamo una sola autorità che promuove la concorrenza in Europa. Abbiamo da vent’anni una sola moneta: l’euro. Ma l’economia e la finanza non sono bastate. L’identità europea sta ora sfumando rispetto alle identità nazionali risorgenti. 
Sì, è vero. Si è pensato che fosse meno problematico favorire l’implementazione del progetto europeo attraverso la creazione dell’Unione economica e monetaria con il Trattato di Maastricht del 1992 e una moneta unica come l’euro piuttosto che impantanarsi nel ginepraio del confronto politico tra gli Stati dell’UE che non erano poco o per niente favorevoli alla cessione di quote di sovranità maggiori in favore delle Istituzioni europee. Purtroppo l’economia e la finanza non sono evidentemente bastate. Non solo perché una parte degli Stati non è entrata nell’Unione monetaria, ma perché coloro che ne fanno parte non sono state capaci di garantirne adeguatamente il funzionamento con la partecipazione effettiva al sistema di garanzie e di condivisione del rischio che avrebbe consentito un reale decollo dell’Uem a beneficio di tutti i partner. 
E così l’euro è stata la fortuna di alcuni Paesi che ne hanno beneficiato (ad esempio la Germania) e una remora per altri che ne hanno avuto forse meno vantaggi (la Grecia e l’Italia). Forse si è stati troppo frettolosi nel volere spingersi così lontano. Ecco perché oggi una parte delle popolazioni di queste nazioni più svantaggiate hanno avuto vita facile a scagliarsi contro Bruxelles e Francoforte. E hanno messo la croce sull’euro accusandolo di essere stata la causa della loro rovina e chiedendo di uscire dalla moneta unica e tornare ad una valuta nazionale. 

In questa fase storica molti cittadini europei sono angosciati dal futuro: dal pericolo - non importa se reale o immaginario - di flussi incontrollati di immigrazione, dal terrorismo religioso, dalle trasformazioni che si annunciano nel lavoro di massa. Sono paure fondate? Le barriere e i muri che vengono eretti sono la risposta a queste paure? 
Non credo. Vere o reali che siano queste paure, non è innalzando steccati o costruendo muri che si risolve il problema. Peraltro gran parte della storia del genere umano è storia di migrazioni. Allora come si può realisticamente affrontare questo problema che negli anni scorsi, specialmente per l’Italia, ha assunto dimensioni significative? La soluzione non è la chiusura dei porti, ma la gestione dei flussi migratori attraverso l’adozione di una politica comune all’interno dell’Unione Europea dove tutti gli Stati membri si assumono e condividono le responsabilità di determinare un tetto massimo agli ingressi di immigrati regolari. 

Alcuni osservatori si attendono che le prossime elezioni europee riflettano quest’ondata di sentimenti contro e determinino uno spostamento forte dei rapporti politici nel Parlamento comunitario. Secondo lei, quale Unione Europea uscirà dalle urne? 
Penso che nascerà un’Europa diversa. I gruppi parlamentari che rappresenteranno i partiti nazionalistici, sovranistici e populistici peseranno di più. Non so se avranno la maggioranza nel prossimo Parlamento europeo, ma è certo che avranno maggiore influenza rispetto a ora. La Lega di Salvini avrà un drappello di parlamentari che cercherà di far confluire all’interno del gruppo politicamente più affine ai suoi programmi. La geografia politica all’interno del consesso parlamentare cambierà e determinerà non subito ma nel tempo dei cambiamenti delle politiche comunitarie rispetto agli anni scorsi. Non penso che conservatori, popolari, socialisti, liberali diventeranno minoranza, ma sembrerebbe che saranno numericamente meno di adesso. Il rapporto che si potrà instaurare tra la maggioranza e la minoranza sarà determinante per le decisioni che si dovranno prendere. Gli equilibri che si creeranno all’interno del Parlamento e la successione formazione della Commissione europea saranno passaggi strategici per capire meglio in quale direzione si muoverà l’Unione Europea nella prossima legislatura. 
Certamente la vita dell’Ue, come l’abbiamo conosciuta finora, sarà diversa e più complicata. È verosimile che i parlamentari europei eletti in Italia che faranno riferimento a Movimento 5 Stelle e Lega saranno sicuramente più determinati nel portare avanti le istanze e le rivendicazioni dei partiti di appartenenza per quanto riguarda la riforma dei Trattati. Le materie sulle quali ci attendiamo dei cambiamenti notevoli sono le politiche sull’immigrazione, i rapporti e le relazioni politiche con Stati Uniti, Russia e Cina, le politiche di coesione sociale, e le politiche di stabilità e di crescita che chiamerà in causa inevitabilmente il controllo sul rispetto della convergenza dei budget verso i parametri di Maastricht per quanto riguarda il rispetto del deficit e del debito. Ma è ancora troppo presto per poter immaginare quali saranno i cambiamenti e le riforme possibili.

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