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"Il delitto di Agora", una storiaccia di vecchia data legata al brutale omicidio di due fidanzati con 184 coltellate

Ispirandosi a fatti realmente accaduti Antonio Pennacchi ha saputo rielaborare un suo lavoro del 1998 in termini inconsueti e imprevedibili. “Ben sapendo che l’assassino non è certo quel disgraziato che è finito in galera…”


14/01/2019

di Mauro Castelli


Antonio Pennacchi non è personaggio, sanguigno e scorbutico qual è, da suscitare a prima vista particolari simpatie: vuoi per quel suo modo di porsi che non manca di indispettire (“Sono l’unico scrittore che ha delle cose da raccontare”, ha avuto modo di dire), vuoi per quel suo carattere spigoloso che si è andato comunque ammorbidendo nel tempo (“Parto sempre dalla fiducia, ma se ritengo che mi vogliano fregare divento una bestia”), vuoi per quella sua prepotenza comunicativa da primo della classe che lo caratterizza (“Mia madre mi diceva che spesso parlavo a vanvera e mia moglie che sono un incontinente verbale”). Ma quando imbraccia la penna, beh, allora sono fuochi d’artificio che non mancano di affascinare il lettore, peraltro all’insegna di una grande chiarezza espositiva: “Ho sempre cercato di farmi capire da tutti, a partire dai miei compagni di fabbrica, ben sapendo che probabilmente non mi avrebbero mai letto”. 
Di fatto un uomo supportato da una personalità a tutto tondo che, una volta buttata la maschera, beneficia di lati umani che finiscono per catturare e intrigare. Succede infatti che, fra una risposta e l’altra di una chiacchierata a ruota libera, le impressioni positive rimpiazzino di gran lunga quelle negative. Magari quando si rifà con orgoglio alla sua difficile giovinezza (“Ero il penultimo di sette fratelli, tre maschi e quattro femmine”), segnata soprattutto dal lavoro. 
Così eccolo ricordare: “A dieci anni, com’era successo a uno dei miei due fratelli, ero finito per un paio d’anni in un seminario in quanto i miei genitori avrebbero voluto un figlio prete, ma in entrambi i casi non se ne fece nulla. Poi, a partire dai tredici, l’alternanza scuola-lavoro, che mi avrebbe visto prima come addetto all’ascensore di un albergo, poi barista, quindi bracciante agricolo e addetto nel settore dell’edilizia, infine impegnato come geometra dopo essermi portato a casa il diploma. Ma avendo a che fare con il catasto, a quei tempi una follia operativa che mi faceva arrabbiare di brutto, un giorno - fumantino com’ero - furono costretti a chiamare una pantera della polizia per farmi tornare a più miti consigli…”. 
Insomma, “da giovane avrei fatto di tutto, perché a quei tempi era la regola e perché nella vita sei quello che hai fatto. In ogni caso - rivendica con soddisfazione - il mio mestiere principe sarebbe stato quello dell’operaio, dapprima in una smalteria di fili di rame, poi in un’azienda di cavi telefonici, quindi come addetto qualificato all’energia sulle trafile. Arrivando infine ad accasarmi alla Fulgorcavi di Latina, in seguito ribatezzata Alcatel Cavi. Entrando ben presto a far parte del consiglio di fabbrica e facendo quindi molto sindacato”. 
Sempre viaggiando, nemmeno a ricordarlo, sul sottile crinale del “divorzio” per via del suo difficile carattere. Nel senso che il giovane Pennacchi, se la pensava diversamente dagli altri, non accettava compromessi. “In effetti a 17 anni venni cacciato dall’Msi, quindi dalla Uil e anche dalla Cgil (la più sofferta delle mie espulsioni), così come fui costretto ad andarmene dal Psi, mentre dal Pci fui sostanzialmente cancellato dalla lista”. 
Ma veniamo al dunque. Ovvero al suo ultimo lavoro, Il delitto di Agora (Mondadori, pagg. 214, euro 18,00), rivisitazione di un suo vecchio romanzo, La nuvola rossa, pubblicato nel 1998 da Donzelli e scritto “di corsa, nel tempo libero”, quando ancora lavorava in fabbrica. E che “mi ha visto riscrivere parti intere, toglierne altre e altre ancora aggiungerle. Non è quindi una nuova edizione, ma proprio un altro libro, al quale ho soprattutto cambiato la parte finale”. Fermo restando che “quello di prima non mi piaceva. Forse perché non avevo nessunissima intenzione di impicciarmi in questa storia”. Salvo poi regalare al lettore, in questa seconda versione, nuovi sviluppi e un inedito, sorprendente finale. 
Pennacchi, si diceva, che Corrado Augias ha recentemente definito, in punta di lingua, “irrequieto e un po’ selvaggio”. Un primo della classe che, a suo dire, ama nutrirsi di studio e di letture, con il sogno difficile da realizzare di poter rileggere - con il senno di poi - libri che lo hanno intrigato e che “non frequenta” più da un pezzo: “come quelli di Marc Twain, Jack London, Giulio Verne, del grande Robert Louis Stevenson e via via, sino ad arrivare a Gorski e Steinbeck. Ma la lista è lunghissima, tanto più che i miei autori preferiti sono andati cambiando nel tempo…”. 
Lui che, in una nota al testo de Il delitto di Agora, se la prende amabilmente (per i suoi parametri) con Angelo Guglielmi, che la sua “nuvola rossa” l’aveva recensita sull’Espresso accusandolo di troppe citazioni, come se volesse far vedere di aver studiato. Salvo fare poi autocritica, lasciando intendere che gli appunti che gli aveva mosso erano gli stessi che gli regalava molti anni prima Alfonso Boni quando stava nella sinistra lombardiana del Psi, quello vecchio però - precraxiano - con falce, martello e libro sopra il simbolo. Il quale Boni, e qui torniamo al dunque, dopo ogni riunione non mancava di punzecchiarlo: Ma perché, quando parli, ti metti sempre a puntigliare: dice Mao, dice Lenin, dice Chitteparatté? Che bisogno c’è? Come dire, era davvero il caso di comportarsi da primo della classe? 
E via a dissertare sull’onestà intellettuale, quella che dovrebbe accompagnarci ogni volta che si rielabora, si utilizza e ci si appropria di un’idea di qualcun altro. Sostenendo, in altre parole, “l’obbligo di citare la fonte, in quanto, se la fai passare come prodotto originario della tua mente è un furto. E io m’incazzo come una bestia (le parole forti fanno parte del suo colorito intercalare) quando lo fanno a me”. 
Lui che è nato a Latina (dove ancora vive) il 26 gennaio 1950, figlio di un bonificatore dell’Agro Pontino proveniente dall’Umbria e di una madre di origine veneta; lui sposato, padre di un maschio e una femmina, nonché nonno di due nipotine; lui protagonista scomodo di una trentina d’anni in fabbrica come operaio, fabbrica che avrebbe lasciato grazie a una generosa buonuscita, legata a motivi di salute, che gli avrebbe consentito di tirare avanti in attesa di sfondare nel mondo che più gli stava a cuore. 
E ancora, sempre attingendo dalle sue dichiarazioni, lui che a quasi quarant’anni, mentre era in cassa integrazione, si era iscritto all’università, facoltà di Lettere, avendo subito a che dire - la qual cosa non stupisce - con un suo docente; lui che si sarebbe laureato con 110 e lode nel 1994, dopo essersi dato un gran da fare. Così eccolo ricordare: “Nei primi due anni, supportato dalla cassa, stavo in aula dalla mattina alla sera (va tenuto conto che facevo anche il pendolare fra Latina e Roma), seguendo trenta corsi e superando venti esami. Poi divenne più dura. Così mi feci assegnare al turno di notte dove, come addetto alle macchine e grazie anche al supporto dei miei compagni, riuscivo persino a studiare…”. 
E ancora: lui che per pubblicare il suo primo libro, Mammut, ci aveva messo otto anni, dopo averlo inviato a 33 editori ricevendone 55 rifiuti (“Sì, perché ad alcune case lo avevo spedito, cambiando il titolo, due o tre volte…”);  lui che a partire dall’inverno 1985-86 si sarebbe messo in testa, per combattere una fastidiosa artrosi cervicale, un berretto che, con il passare degli anni, sarebbe diventato una specie di connotazione distintiva; lui che nel 2010 aveva sfondato pubblicando Canale Mussolini, un lavoro incentrato sulla Bonifica dell’Agro Pontino vincitore del Premio Strega, dell’Acqui Storia come miglior romanzo storico della stagione, il Premio libro dell’anno del Tg1, oltre a proporsi come finalista al Campiello; lui che da allora in poi, come scrittore, non si sarebbe più fermato facendo collezione di riconoscimenti, con traduzioni in una dozzina di Paesi. Due dei quali gli hanno regalato robuste soddisfazioni: l’Olanda e soprattutto la Danimarca, in quanto - a tenere banco è Canale Mussolini - “c’è più vicinanza fra un contadino danese e uno italiano che non fra un contadino locale e un abitante di Copenaghen”. 
Ma veniamo alla trama de Il delitto di Agora, un giallo - come da note editoriali - “inconsueto e imprevedibile”, benché su questa connotazione non ci sia condivisione da parte dell’autore. “Semmai - tiene a precisare - è un anti-giallo, in quanto non rispetta i canoni del genere, quelli che vogliono in scena il buono, il cattivo, la giustizia che paga e il delitto che non paga. Fermo restando che, tirate le somme, il garbuglio non si scioglie”. 
Di fatto questo lavoro si rifà, le parolone a margine si sprecano, “a una vicenda originale, universale e paradigmatica insieme, un dramma esistenziale sulla spasmodica ricerca della Verità”. In realtà in questa vecchia storia, ci racconta Pennacchi, “c’erano cose che non mi tornavano, e ci ho messo vent’anni per rendermi conto di certe contraddizioni annidate nelle testimonianze. In ogni caso non so ancora chi sia stato l’assassino, che non è certo quel disgraziato che è finito in galera”. Così come tiene a precisare che “i personaggi realmente esistenti o esistiti sono stati trasfigurati dalla penna del narratore”. 
Per farla breve tutto inizia ad Agora, un paesaccio che sta sui monti Lepini a una quarantina di chilometri da Roma. “Ma noi - quelli della bassa per intenderci - i Lepini li abbiamo sempre considerati un corpo estraneo, anche se per loro il corpo estraneo saremmo noi. Anzi, un vero e proprio tumore”. Visto che per più di mille anni in pianura c’è stata la palude: selve e acquitrini infestati dalla malaria. E chi scendeva ci moriva. 
Ed è appunto Agora che una notte di fine febbraio diventa teatro di un efferato delitto: Loredana ed Emanuele, giovani fidanzati, vengono infatti trovati uccisi da centottantaquattro coltellate. A scoprire i cadaveri sono il padre e il fratellino della ragazza, insieme a Giacinto, un amico delle vittime. E saranno ovviamente loro a essere interrogati per primi dalla polizia come persone informate sui fatti, seguiti a ruota da parenti, amici e anche semplici conoscenti. 
Insomma, “un caleidoscopio di voci che l’autore rincorre e restituisce con la consueta maestria, regalando al lettore un coro disarticolato da cui piano piano emergono discrepanze di orari, comportamenti incongruenti, alibi poco attendibili. Corsi e ricorsi che mal si combinano con l’urgenza tipica dell’essere umano di trovare sempre e comunque un colpevole, anche a costo di accanirsi su probabili innocenti...”. 
Detto di questo romanzo di piacevole quanto coinvolgente lettura, ridiamo voce a Pennacchi. Disposto all’autocritica (“Non sono mai contento di quello che ho scritto. Forse condizionato da quando mia madre, in qualsiasi situazione, mi diceva che potevo fare di più e di meglio”); feroce con certi “stronzi fighetti” che, relativamente a Canale  Mussolini, gli avevano dato, “non avendo capito nulla di quello che avevano letto, del revisionista”; pronto a ricordare quanta fatica gli costi l’assimilare e sedimentare in pancia la documentazione per la scrittura di un nuovo romanzo (“Poi viaggio a ruota libera, senza una precisa scaletta, sfornando 10-15 cartelle al giorno”). 
Ferme restando, in chiusura, alcune altre sferzanti considerazioni che lo riguardano: “La scrittura è mia, punto e basta. È il frutto di tutto quello che ho fatto”; fra le righe “faccio entrare locuzioni e modi di dire che sono frutto dell’oralità, di tutto quello che ho letto e che, anche senza rendermene conto, ho assimilato”; la salute in tutto questo ha certamente un suo perché (“Io ho avuto due infarti, uno nel 1999 e il secondo nel 2002, con tanto di bypass al seguito”). 
Salvo poi ricordare con un sorriso, visto che si è trovato spesso ingiuriato per quello che ha detto o che ha scritto, un episodio accaduto l’altra domenica sera a Latina. Quando un ragazzo alla guida di un’auto, avendolo riconosciuto, ha tirato giù il finestrino e lo ha ironicamente apostrofato: “A Pennà, sta attento che se t’acchiappa Salvini…”. 

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