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"Il lato oscuro del cuore" è quello che non possiamo governare?

Ritorna Corrado Augias con un romanzo che parla di donne, di istinto e di ragione. A seguire note su Roscia, Poldelmengo, Verdon, Stroud e Ann B. Ross


12/01/2015

di Mauro Castelli


Raffinato, di grande cultura, graffiante nella sua pacatezza, signorilmente intrigante. Quasi un personaggio d'altri tempi per come si propone - Corrado Augias - nel marasma culturale e politico del presente. E di queste sue connotazioni ce ne siamo (piacevolmente) fatti una ragione, tanto da non sorprenderci nemmeno più. E così anche per il suo ultimo romanzo, Il lato oscuro del cuore (pagg. 276, euro 19,00), un lavoro colto e impegnato che segna il suo ritorno alla narrativa di settore. Lui personaggio dai variegati interessi - giornalista, autore teatrale, saggista e presentatore televisivo - che, proprio in questa occasione, ha deciso di cambiare casacca, approdando alla Einaudi, la storica casa editrice («Dove la mia vita di scrittore era cominciata in anni ormai remoti») che ha deciso di ospitarlo nella sua collana più prestigiosa. Quella, per intenderci, inorgoglita dalla presenza di autori come Calvino, Rigoni Stern, Roth, Auster e McCarthy. Insomma, una specie di consacrazione. Lui che nel 1994 era stato anche eletto parlamentare europeo con i democratici di sinistra (decisione maturata a seguito di uno scontro con Silvio Berlusconi durante la trasmissione televisiva Domino), per poi non farcela a farsi rieleggere nel 1999 pur raccogliendo 48.529 preferenze. Inizialmente funzionario Rai, si era iscritto all'Ordine dei giornalisti nell'aprile del 1969. In seguito avrebbe lavorato come corrispondente da Parigi e New York per la Repubblica, nonché per i settimanali l'Espresso e Panorama. Attualmente collabora ancora con il quotidiano diretto da Ezio Mauro, occupandosi della posta dei lettori. A titolo di cronaca, la giornalista Natalia Augias, in forza alla Rai, è sua figlia. Che altro? Come giallista Augias è stato autore di una trilogia ambientata nei primi decenni del Novecento (Quel treno da Vienna, Il fazzoletto azzurro e L'ultima primavera, dai quali fu tratta la miniserie Guerra di spie), nonché dei romanzi Sette delitti quasi perfetti, Una ragazza per la notte, Quella mattina di luglio e Tre colonne in cronaca (quest'ultimo scritto insieme alla moglie Daniela Pasti). Ha inoltre dato alle stampe Giornali e spie, un libro nel quale ha ricostruito una vicenda realmente avvenuta nel 1917. Tralasciando il resto (la sua bibliografia di saggista e compagnia bella è imponente) veniamo al dunque. Ovvero a Il lato oscuro del cuore, «quello che non possiamo governare; il luogo in cui si annidano i sentimenti rimossi, pronti a risvegliarsi e a scompigliare i destini». In effetti in questo libro «l'incontro fra due donne molto diverse tra loro dà vita a un viaggio nelle profondità dell'inconscio» nonché nella storia della sottomissione femminile. «Tra solitudine e connivenze, dolcezza e violenza, brutalità e passione». Un romanzo ricco di spunti felici e di ambientazioni garbate, di personaggi a volte veri altre volte contraddittori, di citazioni e di crudezze, ferme restando (peccati veniali) alcune discontinuità narrative e cadute di ritmo. Un romanzo, come accennato, che parla soprattutto di donne, vessate dalle preoccupazioni e dalle incertezze con le quali si confrontano con la società; che si interroga sul come mai l'istinto spesso prevalga sulla ragione; che cerca di integrare, sfruttando la narrazione in terza persona, i diversi punti di vista. In ogni caso un lavoro dai contenuti intriganti, che stimolano l'approfondimento e la riflessione. All'insegna della psicanalisi, quella che, secondo l'autore, «non può essere definita una scienza, ma piuttosto una disciplina empirica, il cui successo è affidato alla personalità di chi la esercita e a quella del paziente». Fermo restando che la psicanalisi «è nata come indagine del mistero femminile» e, appunto per questo, l'autore ritiene che questo suo lavoro piacerà soprattutto all'altra metà del cielo. In tale ottica Augias, per rendere più credibile la storia, ha voluto inseguire verità legate ai luoghi più oscuri della psiche umana. Ma veniamo alla trama. Nelle prime pagine del libro incontriamo Wanda, inerme di fronte alla brutalità di un uomo. È lei la donna che, sospettata di essere coinvolta in qualche modo nell'omicidio del marito Ignazio, una guardia giurata uccisa vicino a un poligono, viene sospinta dal suo avvocato - con l'intento di ricavarne qualche informazione - a sottoporsi a sedute psicoterapeutiche. A questo punto Wanda attraverserà la vita di Clara, che inizialmente troviamo sveglia fino a tardi ad analizzare i casi delle "grandi isteriche" della storia e le cronache del rapporto con i medici che le ebbero in cura, come Freud, Jung, Charcot... In questo modo le sembra di essere riportata indietro nel tempo, in un guazzabuglio di vite e di amori, di ossessioni e incomprensioni, ma anche di guarigioni. Insomma, tante storie e tante vite. A seguire Clara, più per curiosità che per bisogno, comincerà a lavorare nel bar del fratello Luigi, aperto con i soldi di una donna non più giovanissima - ricca e sola, molto interessata alla vitalità di muscolosi giovanotti - e in società con l'amico Roberto, fresco di laurea in architettura. Ma della partita fa parte anche Deborah, che morirà in circostanze drammatiche per via dei suoi rapporti con Omar, un capetto di periferia. Insomma, un concatenamento di fatti e di episodi. E succederà che la vita di Clara "spazzi via, con la sua forza e i suoi spigoli, gli anni di isolamento e di studio solitario". Lei che sino ad allora si era abituata a confrontarsi "con la teoria di un inconscio remoto, già catalogato e raffreddato" e che, a un certo punto, si troverà alle prese con la vicenda misteriosa e ambigua di Wanda. Una donna sopraffatta che affonda le sue radici "in un vortice di sentimenti incandescenti, di violenza e di colpa". Sarà così che, per la prima volta, Clara scoprirà l'emozione e la paura di ascoltare un cuore che si schiude, che esige da lei una risposta. Che dire: una storia di fantasia (anche se non mancano riferimenti alla realtà storica e ad alcuni casi di cronaca nera che, in passato, fecero scalpore), certamente fuori dai canoni tradizionali, intellettualmente complessa. Che comunque si fa leggere anche senza essere dei cervelloni.
Di tutt'altra farina risulta invece impastato La strage dei congiuntivi (Exòrma, pagg. 318, euro 15,50), un lavoro originale, divertente e soprattutto... ben scritto. Altrimenti sarebbero stati dolori per il romano Massimo Roscia, classe 1970, critico enogastronomico, docente nonché condirettore editoriale del periodico Il Turismo Culturale. Ma anche autore di romanzi, saggi, ricerche e guide, che aveva esordito nel 2006 con Uno strano morso ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo (originale noir sul rapporto cibo-nevrosi). Insomma, un personaggio fuori dagli schemi Roscia, che da qualche anno insegna comunicazione, tecniche di scrittura emozionale, editing, letteratura gastronomica e marketing territoriale. E che «nei minuti liberi continua a scarabocchiare e a chiedersi cosa farà da grande». Lui pronto a giocare al diverso, facendosi ad esempio paladino (onore al merito) della tanto bistrattata lingua italiana. La qual cosa non deve sorprendere per due motivi: il primo legato al fatto che le ultime generazioni sono state culturalmente allevate dai reduci del Sessantotto, quelli che l'università nemmeno la frequentavano accontentandosi del voto politico di gruppo; il secondo per la scarsa propensione dei nostri connazionali alla lettura (una famiglia su dieci non possiede nemmeno un libro e sono davvero un'inezia coloro che frequentano regolarmente le librerie). Risultato? Usare correttamente il congiuntivo (soverchiato dall'indicativo) è quasi diventato un gioco da sovversivi, che induce al sospetto. In quanti, infatti, si rendono conto che ci troviamo di fronte al modo verbale della possibilità, della previsione, del dubbio e dell'incertezza, mentre l'indicativo è il modo della realtà? Parole grosse per la stragrande maggioranza degli italici cittadini. Meglio quindi lasciar perdere, tanto più che il congiuntivo non sembra riscuotere le simpatie né dei giornalisti né, tanto meno, dei politici e di una larga parte degli insegnanti. Di fatto La strage dei congiuntivi rappresenta - sotto forma di romanzo, peraltro ironico, paradossale e di piacevolissima lettura - un inno in difesa della lingua italiana, una deliziosa invettiva contro la sciatteria grammaticale. Non a caso il primo a essere eliminato in questa storia è un assessore alla cultura. Anche se poi a tenere la scena sono cinque bizzarri personaggi, impegnati a mettere in atto un disegno criminoso a difesa estrema della nostra vilipesa e deturpata lingua. Perché i «congiuntivi vengono invertiti con i condizionali, i verbi intransitivi goffamente resi transitivi, i gerundi sfregiati, i sinonimi ignorati, i troncamenti confusi con le elisioni, i vocabolari abbandonati nelle cantine ammuffite. Reggenze errate, fastidiose sovrapproduzioni di avverbi, insopportabili diminutivi iperbolici. Espressioni trite e banali, frasi mangiucchiate, difettose, frammentate, incoerenti, prive di punteggiatura...». Purtroppo la maggior parte degli italiani si mostra indifferente «al progressivo diffondersi della non-lingua; altri si indignano, limitandosi a contrarre le labbra in segno di disgusto; altri ancora - come Dionisio e i suoi sodali: un analista sensoriale, un bibliotecario, un dattiloscopista della polizia e un professore di letteratura sospeso dall'insegnamento a tempo indeterminato - decidono invece di reagire, combattere, attuare il loro salvifico piano, costi quel che costi». A conti fatti un lavoro ben riuscito, controcorrente, forte di un azzeccato intreccio narrativo, irriverente sino all'ultima battuta dell'ultima pagina. In altre parole ci troviamo di fronte a un autore con le carte in regola - usando una terminologia giovanile - per "sbarellare" e far "sbarellare". Tanto da guadagnarsi i complimenti di John L. Hazelwood (PhD, Professor and Chair, Department of Linguistics and Verbal Behavior della Western University di San Francisco): «Ho conosciuto Massimo Roscia nel 2010 a New York; eravamo a casa di comuni amici nell'Upper West Side. Ho subito sospettato che non fosse normale. Sei mesi fa ho letto la bozza di questo suo ultimo romanzo e ne ho avuto conferma. Massimo non è affatto normale e ciò, per la letteratura italiana, è un gran bene».
Proseguiamo. Recuperato in extremis (questo lavoro è infatti uscito all'inizio dello scorso ottobre), proponiamo l'ultimo lavoro del romano Luca Poldelmengo, Nel posto sbagliato (Edizioni e/o, pagg. 188, euro 16,50), un romanzo imbastito su un interrogativo: quante e quali libertà personali siamo disposti a sacrificare in nome di una presunta sicurezza collettiva? La trama si richiama infatti, in particolare, all'utilizzo dei sistemi di sorveglianza, con immagini che potrebbero fare breccia sulla nostra sfera privata. Ed è su questo delicato crinale che si muove un'unità speciale di polizia, la Red, della quale pochissimi conoscono l'esistenza in quanto si muove al di fuori della legalità. Una squadra segreta fondata dal professor Luca Basile (uscito da una lunga depressione a seguito della morte violenta della compagna), capitanata da un detective dal passato difficile (il cinico commissario Vincent Tripaldi). Una équipe che "usa l'ipnosi per estrarre dalle menti di ignari cittadini informazioni che loro stessi non sanno di possedere" e che, in questo caso, si trova a indagare sull'assassinio di un poliziotto, il cui corpo viene ritrovato nelle acque di un laghetto artificiale. Un omicidio che rischia di mettere a repentaglio la sopravvivenza della squadra, e non solo. In quanto si scoprirà, nel corso delle indagini (e di altri ammazzamenti), che c'è un secondo gruppo che, in analoga maniera, vìola il privato dei cittadini. Sta di fatto che - partendo da una ruota panoramica arrugginita che sorveglia una Roma in piena crisi economica e assediata dai rifiuti - il protagonista si troverà davanti a un bivio che lo cambierà per sempre. Fermo restando un collage di eclettici personaggi, che vanno dal giornalista alla escort, dal faccendiere all'attentatore... Poldelmengo, si diceva, classe 1973 e di professione sceneggiatore, che aveva debuttato nel 2009 con il noir Odia il prossimo tuo, edito da Kowalski, vincitore del Premio Crovi opera prima, e che nel 2012, con L'uomo nero (Piemme), era stato fra i finalisti dello Scerbanenco. Libri sorretti da buone critiche ed entrambi tradotti in Francia.
A seguire un thriller a tinte forti firmato dal nuovo maestro della suspense, quel John Verdon che, prima di diventare scrittore, era stato dirigente (non è infatti più giovanissimo, essendo nato il primo gennaio del 1942) di diverse agenzie pubblicitarie operative a Manhattan. Lui che aveva debuttato nel 2010 (spinto a questo dalla moglie Naomi, con la quale attualmente vive sulle montagne di Catskill, a nord di New York) con Think of Number - L'enigmista nella versione italiana - bestseller in una ventina di Paesi. Un romanzo nel quale aveva fatto debuttare il detective Dave Gurney, pluridecorato e intuitivo agente della polizia newyorkese, che avrebbe tenuto banco anche negli altri suoi tre lavori, dei quali Piemme ha dato ora alle stampe il terzo - dopo appunto L'enigmista e Il castigo - ovvero Il sonno del diavolo (pagg. 514, euro 14,90, traduzione di Alfredo Colitto). Mentre inedito per le nostre librerie rimane ancora Peter Pan Must Die, uscito nel 2014, anche se, siatene certi, non tarderà a essere proposto. Ma veniamo al dunque, in altre parole al citato thriller - ben scritto e altrettanto ben orchestrato - che, parola di editore, si rifà a un interrogativo: lo sapevi che il diavolo ha il sonno molto, molto leggero? E ovviamente lo sa Gurney, il quale, pur essendosi già meritata la pensione, non rinuncia di tanto in tanto a interessarsi di casi irrisolti. Specie se a chiederglielo - riprendiamo dalla sinossi - è una vecchia amica, Connie Clarke, la giornalista che l'aveva definito il superpoliziotto della città, facendone di lui un eroe. E Connie adesso ha bisogno che gli ricambi il favore: la figlia Kim, a sua volta giornalista, ha appena iniziato a condurre un programma televisivo che si intitola Gli orfani di omicidio, dedicato ai parenti delle vittime di crimini rimasti senza colpevole. Pane per i denti di Gurney, che si ritrova così a rivangare un caso di dieci anni prima mai risolto: quello del serial killer soprannominato il "Buon Pastore". Segni particolari: le sue vittime guidavano una Mercedes nera; sono state uccise con la stessa arma; sui loro corpi, in posizioni diverse, sono stati lasciati animali di plastica. Movente dichiarato: punire i ricchi, perché naturalmente corrotti. Non sarà difficile per Gurney scoprire che non tutte le conclusioni cui all'epoca era giunta la polizia erano esatte... e che nessuno - per ragioni misteriose - ha voglia di riaprire il caso. E quando cominciano ad arrivare le minacce, il nostro detective capirà che è giunto il momento di mettersi a indagare da solo. Come peraltro ha sempre fatto. 
Voltiamo libro. Terzo ritorno fra i misteri di Niceville per i lettori di Carsten Stroud, l'autore giramondo che oggi abita a Toronto dopo aver vissuto di qua e di là ed essere nato nel 1946 in Germania da madre tedesca e padre canadese. Un professionista del terrore, del quale un certo Stephen King ha assicurato di «non avere mai letto niente del genere prima d'ora». D'altra parte, cari amici, se avete intenzione di leggerlo di notte le ombre e i rumori potrebbero trasformarsi in... fantasmi. Perché lui sa imbastire storie sul filo di un'angosciante credibilità in abbinata a una sbrigliata fantasia, peraltro impregnata di soprannaturale; lui che ambienta le sue storie in una cittadina all'apparenza tranquilla, ma dentro la quale si annida il male. "Un male che nasce nel cuore delle famiglie e si tramanda per generazioni. Un male che si specchia nel crimine e nelle sue conseguenze. Un male che seduce, invade, conquista". Di certo, nei suoi perfidi lavori, si sente la mano calda del giornalista (è stato cronista di nera in un piccolo giornale della California), ma anche quella di chi si è fatto le ossa sul campo (come poliziotto in forza alla squadra omicidi di New York). Lui che, con subdola malizia, era riuscito a debuttare vincente a fronte di una ben orchestrata manovra. Imbastita cioè sull'invio a spizzichi e bocconi, in forma anonima, di parti di un suo libro ai più importanti editori del mondo presenti alla Fiera di Francoforte. Un'operazione volta a dilatare la febbre della curiosità, a cercare di scoprire chi stesse dietro quella scrittura innovativa e coinvolgente. Obiettivo raggiunto, con i diritti venduti in un sacco di Paesi, e fermo restando che soltanto dopo diversi mesi sarebbe stato svelato il nome dell'autore. Stroud, appunto, che dopo Niceville e I confini del nulla, completa ora la sua trilogia horror con Niceville. La resa dei conti (Longanesi, pagg. 406, euro 19,90, traduzione di Michele Fiume). Ridando voce a un piccolo centro di provincia - "attraversato da un fiume sinuoso, baciato da un sole dorato e circondato da una natura meravigliosa" - dove uomini, donne e bambini spariscono misteriosamente, per poi ricomparire in maniera inspiegabile, mentre altri muoiono per poi ritrovarsi vivi; una cittadina dove i misteri si sovrappongono in maniera inspiegabile, dove le storie si intrecciano una con l'altra. Dove insomma succede l'impensabile. Ed è qui che il detective Nick Kavanaugh ha scelto di vivere per amore della moglie Kate, discendente di una delle famiglie fondatrici della città (e l'albero genealogico di queste famiglie, con annessi e connessi, è riportato in coda a uso e costume del lettore). Ed è proprio in questo luogo che Nick si è reso conto che il "male" può essere molto più forte degli uomini che lo combattono. Perché si nutre della loro anima, si è insinuato in ogni angolo e in ogni casa, regalando episodi di violenza improvvisa e inarrestabile. "Chi è, o forse meglio che cosa è, Rainey Teague, il ragazzino adottato da Nick e Kate? Possibile che sia lui il responsabile di tutto? Chi sono veramente le decine di persone che stanno ricomparendo in città dopo essere state date per morte, come Charlie Danziger? Qual è il destino che aspetta il latitante e spietato Coker? Il Nulla sta per travolgere Niceville e forse è troppo tardi per fermarlo...".
L'ultimo consiglio per gli acquisti è invece dedicato all'americana Ann B. Ross - nata in Georgia nel 1936, attualmente accasata a Hendersonville nella Carolina del Nord, già insegnante di Filosofia e Letteratura inglese (aveva completato gli studi quando i figli, ormai grandi, erano entrati al college) - della quale la casa editrice Astoria nel 2013 ha iniziato a pubblicare le avventure di Miss Julia: una vedova sessantenne, "reduce" da quarant'anni di vita con Wesley Lloyd Springer, un banchiere integerrimo e preciso sino alla noia, che l'aveva educata a non avere opinioni diverse dalle sue. E che del suo motto, "Se vuoi che una cosa sia fatta bene, devi farla tu", Julia si sarebbe fatta portavoce nell'affrontare la serie di imprevisti e inaspettati ostacoli in cui precipita la sua vita: a partire dalla sorprendente comparsa del figlio e dell'amante del marito. Una serie (composta da 16 volumi, l'ultimo dei quali uscito nell'aprile dello scorso anno ed entrato nella best list del New York Times) che la Ross aveva cominciato a scrivere nel 1999, dopo che negli anni Ottanta aveva già pubblicato altri due gialli. A fronte di un contesto narrativo nel quale la protagonista si costruisce una famiglia alternativa, composta da personaggi eccentrici quanto intriganti, a partire da Lillian, la governante di colore sempre pronta a intervenire per evitarle brusche scivolate. Contesto che tiene banco anche in Miss Julia organizza un matrimonio (pagg. 310, euro 17,00, traduzione di Valentina Ricci), un romanzo del 2002 che vede la nostra protagonista mettersi in testa di organizzare in una settimana, e a casa sua, un matrimonio fra l'agente Bates e Binkie. E sembra anche farcela, se non fosse che la futura sposa annuncia di non volersi più recare all'altare. Senza peraltro dare spiegazioni. Come se non bastasse, in città si aggira un misterioso evaso dal carcere che elude gli sforzi della polizia per catturarlo e che terrorizza il piccolo Lloyd. Inoltre, alla già variopinta corte dei personaggi che circondano Miss Julia, in questa nuova avventura si aggiungono anche la querula moglie del pastore Ledbetter e una giunonica cantante di colore. Insomma, per riportare la tranquillità a casa di Miss Julia questa volta ci vorrebbe proprio un miracolo... In sintesi: una storia leggera quanto accattivante, costruita su un canovaccio che disdegna sangue e violenza, ricco di curiosi imprevisti, certamente di piacevole lettura. 

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