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"Il male? Un cane senza padrone pronto ad affezionarsi al primo che gli dedica attenzione"

L’autore di Glasgow smile racconta i retroscena del suo libro incentrato sul tema della follia. Tenendo a precisare che…


07/10/2019

di Andrea Castaldi


Un pomeriggio di quattro anni fa, navigando nel mare profondo di Internet, mi sono imbattuto in una foto. Si trattava di una foto in bianco e nero che ritraeva il cadavere di Elizabeth Short, al secolo, la Dalia Nera. Per me, allora, era semplicemente una ragazza giovane e bella, trovata orrendamente mutilata e uccisa in un sobborgo di Los Angeles il 15 gennaio del 1947. Solo successivamente ho collegato la sua storia al romanzo Dalia nera di James Ellroy, che avevo letto tempo addietro, e ai numerosi film usciti nei primi Anni 2000. La foto è stata la prima di tante altre. Internet non si è fatta alcuno scrupolo a mostrarmele tutte. 
Di quell’omicidio così atroce e così lontano nel tempo si sta ancora cercando il colpevole: caso irrisolto. 
Validissimi scrittori si sono cimentati in quella storia cercando di offrire il giusto contesto, se non una vera e propria tesi risolutiva. Io non sono stato raggiunto dall’impulso di decifrare il caso attraverso la letteratura. Non ho elaborato ipotesi dirimenti, non ho fatto ricerche che potessero avallare quella tesi piuttosto che l’altra. 
Glasgow smile (Buendia Books, pagg. 188, euro 14,00), il libro che ho scritto, alla fine è risultato essere un’indagine sul male. Lo sforzo assolutamente vano di razionalizzare una brutalità gratuita e inspiegabile. In questa storia il male è ovunque. Tocca e coinvolge tutti i protagonisti, non risparmia nessuno, domina incontrastato gozzovigliando beffardo sulle macerie di un senso etico smarrito e sgomento. 
La riedizione del 2019 presenta un cambiamento significativo rispetto alla prima pubblicazione del 2017. Ho scoperto essere cosa assai delicata modificare un testo valutato e apprezzato. Ho sperimentato quanta riflessione e misura sia necessaria per operare in tal senso senza compromettere l’intera struttura narrativa. Mi sono ritrovato quindi ad aggiungere contenuti senza modificare la storia. 
Il romanzo è scritto in terza persona, ma, a differenza della prima edizione, ho dato voce alla vittima principale con l’Io narrante. La vittima, che in molti noir si staglia sullo sfondo spesso sfuocato della narrazione, emerge con forza per assumere il ruolo di coprotagonista. Mi è sembrata un’occasione per rendere giustizia alle tante Elizabeth Short, e per fare pace con i demoni sollevatisi dalle immagini pubblicate su Internet. 
Sono consapevole del rischio. Con questa storia so di urtare la sensibilità di alcuni lettori che vedono violate le poche, ma fondamentali strutture che caratterizzano il genere. Talvolta mi sono sentito dire, al riguardo, quanta fatica sia emersa nell’accettare, alla fine, l’evidenza dei fatti raccontati. In fondo, credo di essere stato il primo a essere contaminato da tutto quel male. 
Come uno scatenato staffettista, non ho fatto altro che passare lo scomodo testimone ai personaggi che si presentavano nel corso della narrazione, nella speranza di vederli giungere il prima possibile a una definizione del male, a una sua personificazione concreta: il famoso colpevole. Il testimone passerà di mano in mano per tutto il romanzo finendo poi al lettore, che, ahimè, dovrà vedersela da solo. 
Nel secondo capitolo, un personaggio dirà che il male è come un cane senza padrone pronto ad affezionarsi al primo che gli dedica un po’ di attenzione. Chissà che non sia Glasgow smile quel cane.

Per la cronaca, ricordiamo che Andrea Castaldi si è avvicinato alla scrittura in tempi recenti dando vita al personaggio dell’ispettore di polizia Alessandro Scarlatti, che in Glasgow Smile si propone alla sua terza indagine.

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