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"Il silenzio della collina" può raccontare qualcosa di tragico?

Un’altra prova d’autore per Alessandro Perissinotto, imbastita nella quiete ovattata delle Langhe, dove un dolore che arriva da lontano…


18/03/2019

di Arne Lilliput


Un autore che sa emozionare, trascinando il lettore fra le pieghe di un quotidiano che certo non si aspetta; una penna che si nutre di colta raffinatezza, una garanzia di qualità che meriterebbe ulteriori riconoscimenti (con Le colpe dei padri nel 2013 aveva, ad esempio, sfiorato il successo al Premio Strega); uno scrittore che ha firmato 17 romanzi (fra i quali tre gialli storici e tre dedicati alle indagini della psicologa Anna Pavesi) che sono stati tradotti negli Stati Uniti, in Giappone e in diversi Paesi europei. Sempre puntando sull’insolito e inducendo bene e spesso alla riflessione. In altre parole giocando sui sentimenti del dolore e della vendetta, ma senza mai appropriarsene in toto. Di volta in volta rinnovandosi, ma evitando di stravolgere la sua sensibilità narrativa. 
Stiamo parlando di Alessandro Perissinotto, nato a Torino il 20 dicembre 1964, città dove si era laureato in Lettere alternando studio e lavoro (“Mi sono dato da fare in officina, in una agenzia di viaggi e nelle vendite di rappresentanza tipiche degli studenti”), per poi guadagnarsi un dottorato di ricerca a Grenoble e un altro a Bergamo. E sotto la Mole oggi si propone come docente universitario di Teorie e tecniche delle scritture. Lui che non manca di esternare gratitudine a Georges Simenon, suo “grande motivo di ispirazione, anche se non il numero uno in assoluto della narrativa di settore”, tanto da aver letto La camera azzurra ai suoi allievi per analizzarne i risvolti psicologici dei personaggi. 
Che altro? Oltre a proporsi saggista, si è “divertito” a tradurre o curare le traduzioni del giallista francese Jean-Christophe Grangé; ha giocato a rimpiattino (“Ma nel passato remoto”) con la multimedialità e con la realizzazione di prodotti didattici; si è divertito a scrivere sotto lo pseudonimo di Arno Saar (“Volevo un nome tipicamente estone”) due polizieschi ambientati appunto in Estonia, inventandosi il detective Marko Kurismaa (stiamo parlando de Il treno per Tallinn e La neve sotto la neve); è sceso in campo, “senza grandi attitudini”, nell’Osvaldo Soriano Football Club, la nazionale italiana scrittori. “Ora però, per sopraggiunti limiti di età, mi dedico un paio di volte a settimana al calcetto a cinque”. 
Perissinotto, si diceva. Un uomo dal carattere riservato (“Paradossalmente mi trovo più a mio agio davanti a mille persone che non a cinque”), con la passione per lo sci e per la montagna, oltre che per il fai da te casalingo (“Passo indifferentemente dall’impianto elettrico alla falegnameria, con un salto in avanti verso la carpenteria metallica visto che mia moglie Barbara mi ha da poco regalato una saldatrice elettrica”); un autore che si porta al seguito una passione per la scrittura di vecchia data, “nata ai tempi delle medie insieme al piacere per la lettura”, scrittura che avrebbe preso corpo alle superiori con alcuni racconti a suo dire impubblicabili. 
Per poi arrivare - come lui stesso ha avuto modo di raccontarci - alla stesura del primo romanzo all’età di 25 anni. “Lavoro che spedii alla Sellerio, ma senza avere riscontri. Sin quando, tre anni più tardi, ricevetti - e fu la più grande sorpresa della mia vita - una telefonata della rimpianta Elvira Sellerio, la quale mi chiese se quel romanzo nel frattempo lo avessi già pubblicato. Confessandomi, fra l’altro, di esserne rimasta colpita, ma di averlo smarrito e ritrovato dopo tutto quel tempo pulendo un magazzino... Fu così che esordii sugli scaffali con L’anno che uccisero Rosetta
Primo romanzo di una lunga serie - “Mai dando nulla per scontato, in quanto il mio intento è quello di tenere alta l’attenzione del lettore” - che lo avrebbe visto arrivare in libreria, tanto per citare, con La canzone di Colombano, un giallo ambientato tra la Val di Susa e il Delfinato all’inizio del Cinquecento; Treno 8017, una storia con delitto ispirata a un fatto vero (la morte di oltre cinquecento persone in un incidente ferroviario del 1944); Al mio giudice, un noir epistolare che ha vinto il premio Grinzane Cavour, volto a portare alla luce le criminali manovre della finanza online; L’ultima notte bianca, dove vengono trattati i risvolti in chiaroscuro della Torino olimpica del 2006, sino ad arrivare a  Quello che l’acqua nasconde, incentrato su un uomo sfuggente e complesso con molto da nascondere e troppo da dimenticare (la tematica, oppressiva e coinvolgente, si rifà al manicomio infantile Villa Azzurra di Grugliasco, alle porte di Torino, dove il primario applicava l’elettroshock in maniera drammaticamente non convenzionale). 
Dopo aver doverosamente divagato per inquadrare la figura, pubblica e privata, di Alessandro Perissinotto, spazio alla trama de Il silenzio della collina, un lavoro che già dalla prima di copertina - dove campeggia una misteriosa ragazzina nell’atto di coprirsi gli occhi - inquieta, induce a riflettere e a porsi degli interrogativi. Un lavoro che, tornando sulle “colpe dei padri”, ci riporta agli anni Settanta, quelli della contestazione violenta e del cambiamento. 
Come da note editoriali, “nel solco del romanzo-verità tracciato da Carrère con L’avversario, l’autore prende le mosse da una storia realmente accaduta, raccontata dai giornali dell’epoca e poi colpevolmente dimenticata, innestandola però su un impianto romanzesco. Così facendo, rompe il silenzio sul primo sequestro di una minorenne nell’Italia repubblicana, in un libro feroce e al tempo stesso necessario per capire da dove arriva la violenza sulle donne, ma anche per comprendere che, contro tale violenza, sono gli uomini a doversi muovere”. 
E per quanto riguarda la trama? A tenere la scena è Domenico Boschis, nato nelle Langhe ma da molti anni di stanza a Roma dove ha raggiunto il successo come attore di fiction televisive. Il quale si trova costretto a tornare sulle sue colline in quanto il padre, con il quale aveva da tempo interrotto ogni contatto, è gravemente malato. E in effetti, all’hospice (la struttura residenziale per incurabili) dove è ricoverato, “Domenico trova un’ombra pallida dell’uomo autoritario che era stato suo padre: il vecchio non riesce infatti quasi più a parlare, ma c’è una cosa che sembra voler dire al figlio con urgenza disperata. La ragazza, Domenico, la ragazza! grida, per poi scoppiare in un pianto muto. E dentro a quel pianto Domenico riconosce un dolore che viene da lontano”. Fermo restando un interrogativo: chi è la ragazza che sembra turbarlo fino all’ossessione? 
“Mentre Domenico riprende confidenza con la terra in cui è cresciuto e cerca di addomesticare i fantasmi che popolano i suoi ricordi d’infanzia, si imbatte in un fatto di cronaca avvenuto cinquant’anni prima a una manciata di chilometri da lì”. La protagonista è proprio una ragazza, che aveva tredici anni quando, una notte di dicembre del 1968, venne rapita. E per otto mesi di lei non si seppe più nulla, sin quando la verità emerse “con tutta la sua forza”. 
Ma allora è possibile che sia il ricordo della tredicenne a perseguitare suo padre? E se così fosse, significa che il vecchio ha avuto un ruolo nella sparizione della ragazza? Lui l’ha sempre considerato un “cattivo padre”; deve forse cominciare a pensare che sia stato anche un “cattivo uomo”? Da qui la necessità del nostro protagonista di trovare una risposta prima che sia troppo tardi. Ci riuscirà? Leggere per sapere. E sarà una lettura piacevole, che cattura, intriga e si rapporta con i troppi mali del nostro quotidiano. 
Detto questo mirino puntato sul domani narrativo di Perissinotto, peraltro supportato da una risposta interlocutoria: “Ho tante idee per la testa, ma al momento sono un po’ confuse. Per contro ho lavorato e sto lavorando a due spettacoli teatrali, uno dei quali è andato in scena al Carignano di Torino lo scorso 11 marzo (in compagnia di cinque colleghi universitari) sul tema della salute delle donne e della relativa prevenzione”.

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