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"Italiani due volte. Dalle foibe all'esodo: una ferita aperta della storia italiana"

La mano calda di Dino Messina si addentra in una pagina tragica, per troppo tempo trascurata, del nostro passato. Peraltro strumentalizzata sia dalla destra che dalla sinistra. E lo fa attingendo a testimonianze di chi c’era


11/03/2019

di Massimo Mistero


Una tematica - quelle delle foibe e dell’esodo - trascurata, discussa, strumentalizzata e chi più ne ha più ne metta. Una pagina tragica della nostra storia che ha visto polemicamente contrapposte sia la destra che la sinistra ogni volta che l’attenzione virava sui tre incubi del Novecento: il nazismo, il fascismo e il comunismo. Gli spaccati politici che, ieri come oggi, hanno diviso il mondo. E a ricostruire, con una buona dose di obiettività quel drammatico quanto brutale periodo (“Non abbiamo bisogno di commiserazione - ha avuto modo di precisare Fiore Filippaz, uno dei sopravvissuti a quegli anni di paura e di violenza -. Ne abbiamo avuta sin troppa. E quando era stato il momento di aiutarci nessuno si era fatto avanti”) - ci ha pensato, con garbo, sensibilità e indubbia obiettività, il sessantacinquenne Dino Messina
Una mano calda del giornalismo (ha lavorato per trent’anni al Corriere della Sera, quotidiano con il quale collabora ancora firmando articoli di attualità e cultura, oltre a curare il blog La nostra storia) che, per i tipi della casa editrice Solferino, ha dato alle stampe Italiani due volte. Dalle foibe all’esodo: una ferita aperta della storia italiana (pagg. 302, euro 16,50). 
Un saggio ben costruito che si nutre di una piacevolezza narrativa fuori dal comune; che non cerca arzigogolati marchingegni per mettere nero su bianco la verità; che non indugia sul pietismo, ma al tempo stesso concatena come si conviene quei tragici eventi. E lo fa innestando nei vari capitoli del libro, sul racconto dei fatti, le testimonianze di chi c’era. In altre parole le “vittime di quel grande dramma storico che significò non solo uccisioni, ma portò all’esodo di quasi tutti gli italiani dall’Istria, da Fiume e da Zara, nonché allo stravolgimento dell’identità di aree che erano state prima romane, poi veneziane e infine italiane”. 
Messina, si diceva, che nel 1997, a sei mani con Rosario Bentivegna e Carlo Mazzantini, aveva regalato spessore al lavoro C’eravamo tanto odiati, edito dalla Baldini&Castoldi, per poi proporsi come voce solista nel libro-inchiesta Salviamo la Costituzione italiana (Bompiani, 2008) e quindi pubblicando il saggio 2 giugno 1946 - La battaglia per la Repubblica (Corriere della Sera, 2016). 
Messina che ora si addentra, come accennato, in una tematica che ha fatto discutere e che, proprio negli ultimi tempi, ha guadagnato le luci della ribalta dopo un lungo periodo di oscuramento. Di fatto una piaga ancora aperta, quella in particolare delle foibe, legata agli eccidi perpetrati ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, avvenuti durante il Secondo conflitto mondiale e nell’immediato Dopoguerra da parte dei partigiani jugoslavi e dell’Ozna. 
Foibe, si diceva, un nome che si rifà alle grandi fenditure carsiche dove furono gettati i corpi di molte vittime. Una tematica trattata anche da Economia Italiana.it attraverso una recente intervista di Giuseppe Marasti a Paolo Sardos Albertini, presidente della Lega Nazionale (lo strumento di difesa dell’identità degli italiani dell’Adriatico Orientale, fondato a Trieste nel 1891) nonché del Comitato Martiri delle Foibe. Lui peraltro convinto sostenitore che si tratti di una ferita ancora aperta la cui vera identità affonda nella memoria, ferma restando la certezza che “la vera pacificazione sia iniziata con la fine del comunismo e della Jugoslavia, che la tragedia foibe abbia riguardato sia italiani che sloveni che croati e che il responsabile, nei confronti di tutti, sia stato il comunista Tito”. 
Ma torniamo a Italiani due volte, dove Messina - allargando il tiro - rievoca “una storia a lungo trascurata del nostro Novecento attraverso un’inchiesta originale e serrata dove, al racconto dei fatti, accompagna le testimonianze inedite dei parenti delle vittime della violenza titina e di chi bambino lasciò la casa natale senza la speranza di potervi più tornare”. 
Ma chi sono gli “italiani due volte”? I trecentomila che in un lungo esodo durato oltre vent’anni dopo la Seconda guerra mondiale lasciarono l’Istria, Fiume e Zara. Erano nati italiani e scelsero di rimanere tali quando il trattato di pace del 10 febbraio 1947 assegnò quelle regioni alla Jugoslavia comunista del maresciallo Tito”. A fronte di “un dramma nazionale in tre grandi atti”. 
Il primo segnato dall’irredentismo, dalla vittoria nella Grande guerra, dal passaggio alla patria di regioni e città sotto il dominio asburgico, con al seguito la presa del potere fascista, le relative politiche anti-slave e la guerra accanto ai nazisti. La seconda fase inizia invece con le ondate di violenza dei partigiani di Tito nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945. Quando Trieste, Pola e i centri dell’Istria occidentale, Fiume e Zara, da province irredente divennero infatti terre di conquista jugoslava. Poi, al biennio di terrore e alla bruttissima stagione delle foibe, seguirono altri anni di pressioni e paura. 
E il terzo atto? Quello che, dal 10 febbraio 1947, segnò la grande ondata dell’esodo. Per non parlare della successiva massiccia partenza dalla zona assegnata alla Jugoslavia dopo il Memorandum di Londra del 1954, che stabilì il ritorno di Trieste all’Italia. Quando a migliaia di fuggitivi, dopo il terrore e lo sradicamento, toccò anche l’umiliazione dei campi profughi. 
Insomma, una pagina tragica - lo ripetiamo - della nostra storia, peraltro a lungo strumentalizzata.

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