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"L'Italia non cresce abbastanza? L'Ue non c'entra, è il Governo a sbagliare"

Il nostro Paese, secondo l’economista Luigi Guiso, ha tutto l’interesse a osservare le regole. Perché riducendo disavanzo e debito si aprono spazi nel bilancio da destinare agli investimenti. E all’economia non servono pannicelli caldi, ma far funzionare la Pa che ostacola tutto


17/06/2019

di Giambattista Pepi


Luigi Guiso

La spada di Damocle della procedura per disavanzo eccessivo pende sull’Italia, ma non sembra condizionarne né la maggioranza parlamentare (che ha ritrovato nei giorni scorsi la coesione messa a dura prova dalla campagna elettorale per le europee), né l’impegno del Governo nel  portare avanti il programma con le misure già partite (Reddito e pensione di cittadinanza, Quota 100, pacchetto sicurezza 1 e 2) e i futuri provvedimenti (il taglio delle aliquote per la riduzione delle tasse per famiglie e imprese). 
A sua volta Bruxelles non perde occasione per sollecitare il nostro Paese a rispettare gli impegni assunti e, soprattutto, le regole dei Trattati e del Patto per la stabilità e la crescita, in ordine al riallineamento del deficit e del saldo strutturale sui parametri previsti. Lo ha fatto con il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker (“Pensiamo che l’Italia si stia muovendo in una direzione sbagliata, quindi dobbiamo prendere decisioni rilevanti in questo campo, ma penso che l’Italia rischia di essere nei prossimi anni nella procedura per i disavanzi eccessivi”), poi con il Comitato economico e finanziario, organismo che riunisce i più alti dirigenti dei ministeri del Tesoro degli Stati membri Ue (“Il criterio del debito non è rispettato e invita l’Italia a prendere le misure necessarie per assicurare il rispetto delle indicazioni del Patto di Stabilità in conformità con il processo della procedura”). 
Ma, a differenza dello scorso autunno, quando sono volati gli stracci tra Roma e Bruxelles (entrambi responsabili per dichiarazioni sopra le righe), la Commissione europea ha porto un ramoscello d’olivo e l’Italia, sia pure con qualche mugugno, ha risposto con tatto e diplomazia manifestando fin dalle prime battute la volontà di portare avanti il dialogo con l’Europa per chiudere la procedura in tempi brevi senza subire penalizzazioni di alcun genere. 
“L’Italia - ha spiegato Conte - è ben lieta che la porta dell’Ue sia aperta. Noi siamo sempre disponibili a confrontarci con Bruxelles, non è nostro interesse subire una procedura d’infrazione, non è una prova muscolare. Sicuramente riusciamo a ridurre il debito in una maniera che forse neppure ci aspettavamo, riusciamo a mantenere le promesse, abbiamo entrate più cospicue rispetto a quelle che avevamo prudenzialmente stimato”. 
Di analogo tenore le dichiarazioni del ministro delle Finanze, Giovanni Tria. Quanto è bastato per rassicurare i mercati e far abbassare la febbre dello spread, un indicatore che il Paese tiene in considerazione dopo quanto è accaduto nell’autunno scorso in occasione del braccio di ferro con l’Ue. 
È intenzione del Governo avviare prima possibile l’impostazione della manovra finanziaria del 2020 in un’ottica di crescita puntando su detassazione e investimenti. Sono stati definiti una serie di tavoli di lavoro che saranno resi operativi nei prossimi giorni (spending review, tax expenditures, flat tax, privatizzazioni, cuneo fiscale, investimenti, export, sud) per definire proposte concrete per il rilancio e lo sviluppo dell’economia anche alla luce dei segnali che arrivano dagli indicatori. 
Economia Italiana.it ha interpellato Luigi Guiso, economista che insegna all’Einaudi Institute for economic and finance di Roma, per chiedergli qual è, a suo giudizio, lo stato di salute reale della nostra economia alla vigilia dell’avvio del negoziato tra Roma e Bruxelles sui conti pubblici. 
Siamo messi un po’ peggio del 2018, risponde il docente. Nel senso che, nel frattempo, il costo del servizio del debito non è rientrato: è rimasti su livelli elevati. I tassi di interesse che paghiamo potrebbero essere molto più bassi di quanto effettivamente oggi il mercato li valuta perché il premio per il rischio sull’Italia è cresciuto dopo la formazione del nuovo Governo. Per di più i toni che vengono utilizzati sono tutt’altro che rassicuranti: cioè l’esito delle elezioni europee non ha cambiato granché la compagine che governerà l’Europa. Ma, indipendentemente da questo, anche se l’esito della consultazione elettorale fosse stato un po’ più favorevole alle linee di tendenza politiche che prevalgono nel Paese gli accordi che governano l’Europa sarebbero rimasti gli stessi: ogni paese è tenuto a rispettare le regole di finanza pubblica perché abbiamo stipulato i Trattati e apparteniamo ad una singola moneta. Pertanto vivere in un condominio, comporta osservarne gli obblighi. Il comportamento “cattivo” di un paese ha effetto sugli altri. E noi dovremmo esserne i primi interessati perché patimmo parecchio del default della crisi greca. Ad andarci di mezzo fummo, oltre alla Grecia, noi, Cipro, il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda. Insomma i paesi più deboli economicamente o più esposti dal punto di vista delle finanze pubbliche. Che, non a caso, pagarono il prezzo più elevato alla bufera della Grande crisi prima e a quella del debito sovrano, dopo. Questo è il motivo per cui esistono le regole fiscali. 
Detto questo, non credo che sia cambiato granché, sebbene sia peggiorato l’outlook dell’economia perché la politica fiscale del Governo Conte si è rivelata, da un lato, non efficace nel sostenere la domanda interna, e, dall’altro, la retorica antieuropea ha innescato una spirale negativa sui mercati comportando un innalzamento dello spread e, dunque, del costo dell’indebitamento. I maggiori costi pagati per rifinanziare il debito sui mercato ha in parte compromesso l’effetto positivo che le politiche di sostegno alla domanda interna poteva (e potrebbe) generare con il reddito di cittadinanza e quota 100 ed altri provvedimenti di incentivazione dello sviluppo. 

L’andamento dell’economia resta insoddisfacente. Il Governo, però, si dichiara ottimista sull’inversione di marcia della nostra economia, sebbene non si capisce su quali basi si fondi. 
Credo che sia così. Il Governo sbaglia l’analisi e le terapie. Le previsioni fatte un anno fa quando il Governo si insediò erano sovrastimate: si sapeva già che il quadro macro a livello internazionale si stava deteriorando. La più lunga congiuntura economica che la storia economica ricordi stava poco alla volta esaurendo la sua capacità propulsiva. L’economia italiana, in particolare, come si vide nel terzo e quarto trimestre 2018, stava spegnendosi. Gli atteggiamenti tenuti dal Governo risultarono fin da allora fuori misura. Al di là degli atteggiamenti e dei provvedimenti contingenti, della loro portata, dei risultati e dei dati sugli indicatori, il punto vero è un altro: la bassa crescita del nostro Paese dura da una ventina d’anni. Non è un’impressione, ma una constatazione suffragata da dati reali e fondati. Questo non sfugge agli economisti, ma la classe politica fa finta di non saperlo, pensa che si tratti di una condizione contingente, passeggera, che bastino alcuni pannicelli caldi per superare questo stato di cose. Ma finché non c’è questa presa d’atto, questa presa di coscienza, è difficile far fronte in maniera efficace alla crisi strutturale del nostro apparato produttivo, come si vede per altro, dalle numerose crisi che coinvolgono decine di aziende nazionali ed internazionali.

In quali termini e con quali esiti potrà svilupparsi adesso il negoziato tra Roma e Bruxelles? 
Secondo me c’è moltissima retorica elettorale da parte dei due vice premier (Di Maio e Salvini), mentre sul versante opposto ci sono il Presidente del consiglio Conte ed il ministro delle Finanze Tria, che svolgono per così dire la parte più conciliante. Credo che queste sono o saranno le due “anime” del confronto con Bruxelles: quella che si contrapporrà per mantenere il rapporto ed il consenso con il proprio elettorato e quindi difenderanno a spada tratta le misure-bandiera come il Reddito di cittadinanza e Quota 100, e la proposta della flat tax o l’introduzione dei mini Bot che sono impraticabili e, soprattutto inutili; e quella rappresentata da Conte e Tria, che cercherà, invece, con la Commissione di negoziare un ragionevole patto. Questo è quello che verosimilmente accadrà. E’ un gioco molto pericoloso. 

Perché? 
Perché non si capisce bene se la retorica è posticcia: sembrerebbe funzionale a massimizzare i consensi nell’elettorato, oppure se c’è un fondo di verità, ad esempio, nella proposta riguardante i mini Bond, che diventa una sorta di moneta parallela e sarebbe la premessa per far uscire l’Italia dall’euro. Al momento l’impressione che si ha è che sia puramente retorica quella portata avanti dalla Lega. Infatti non c’è stata una reazione violenta nell’aumento del premio per il rischio. Probabilmente questa proposta, bocciata dal ministro del Tesoro Tria, dal Premier Conte, dal Presidente della Bce, Mario Draghi, che non ha né capo, né coda, serve semplicemente per segnalare all’elettorato il tatticismo e l’elettorato aveva difficoltà a capire che quella misura è totalmente inutile e serve ad alimentare la retorica contro l’Europa. 

Le misure varate dal Governo, Reddito di cittadinanza e Quota 100 non si toccano e con il taglio delle tasse si vuole provocare uno choc salutare all’economia. Ma con minori entrate, maggiori spese e un’economia che balbetta come potranno quadrare i conti? 
La mia impressione è, appunto, che i conti non quadrano. L’unica maniera per farli quadrare, almeno per quest’anno, è stare dentro il 2% del deficit e non applicare alcune delle misure del programma di Governo spostandone più avanti la loro applicazione. Ma se questo non fosse possibile, con le misure attuali e le promesse che vengono fatte, penso al taglio delle tasse, sostenuto con enfasi dal leader della Lega, Matteo Salvini, il quadro prospettico del rapporto deficit/Pil salirà portandosi tra il 3 e il 4% e quindi peggiorerà il rapporto debito/Pil. Si tratta di un dato molto significativo. Tutto questo senza contare l’ipotesi del disinnesco delle clausole di salvaguardia onde impedire l’aumento dell’Iva che altrimenti scatterebbe il 1° gennaio 2020. La domanda da porsi è: quali potranno essere le conseguenze sull’economia da questa politica finanziaria e fiscale?

Il capo del Governo ha escluso la necessità di ricorrere a una manovra-bis, ma ha invitato il ministro delle Finanze a cominciare a lavorare sulla futura manovra finanziaria. Una manovra che potrebbe, però, impattare sui consumi e ripercuotersi sull’andamento lento dell’economia provocandone la crisi? 
È un rischio che non si può escludere. Se per caso dovesse arrivare una recessione, poniamo negli Stati Uniti, o il rallentamento della Germania e dell’area dell’euro aumentasse, sarebbero guai seri perché avremmo un’amministrazione fragile e un’economia che se è già oggi in stagnazione cadrebbe in recessione. Questo è il rischio che stiamo correndo. Entrare, invece, in crisi con una finanza pubblica ordinata è tutta un’altra storia che arrivarci con una finanza pubblica indebolita, pregiudicata, e poco credibile. 
Se sei portato a fare una manovra di aggiustamenti dei conti pubblici in una fase di debolezza dell’economia, come quella che dovette fare Mario Monti, quando era Capo del Governo, è una politica contro ciclica che porterebbe il Paese diritto verso la recessione. E’ importante non arrivare a situazioni di questo genere perché costretti a farlo e mantenere una politica finanziaria e fiscale ragionevole.

Quale potrebbe essere la “ricetta” più equilibrata che ci consenta di rimettere i conti in ordine, in modo da tacitare la Commissione europea e ad un tempo possa assicurare saggi di crescita più sostenuti di quelli conseguiti finora? 
Dal punto di vista della politica finanziaria e della politica fiscale è interesse dell’Italia alleggerire il debito. Questo richiede tempi lunghi. Occorre generare dei surplus di bilancio ragionevoli per far diminuire il debito anche di 30,40 punti rispetto al Pil. Lo hanno fatto altri paesi e quindi possiamo farlo anche noi. E’una politica virtuosa perché libera risorse che possono essere destinate agli investimenti. Accanto a questo ci sono moltissime altre cose che possono aiutare la crescita italiana. Una per tutti: far funzionare l’Amministrazione pubblica. Uno dei grossi problemi dell’Italia è che la Pubblica amministrazione non funziona. In questi giorni si è discusso dei debiti della Pubblica amministrazione verso le imprese e, per poterli estinguere, la Lega ha proposto l’emissione dei mini Bot. Ma è un falso.

In che senso? 
Atteso che i mini Bot non sono lo strumento giusto, va detto chiaramente che le risorse per potere pagare le imprese ci sono. Sono state stanziate dai precedenti Governi. Il problema è che la macchina amministrativa dello Stato non riesce a gestire il pagamento dei propri creditori.  E’ troppo farraginosa la macchina della burocrazia. Non hanno le risorse tecnologiche e le capacità umane per poter mettere in moto un meccanismo di questo genere. La cosa più importante che i Governi potrebbero fare per rilanciare il Paese è far funzionare pian piano l’Amministrazione dello Stato.

Non pensa che anche lo sblocco dei cantieri potrebbe servire alla causa del rilancio dell’economia? 
Sì. Questa è una misura che potrebbe servire sicuramente a generare ricchezza e dare occupazione. Ma ancora una volta si torna alla casella di partenza: al problema del funzionamento della Pubblica amministrazione. Ci sono i fondi, i progetti, le imprese, ma avviare e gestire la realizzazione di opere pubbliche è un problema. Bisogna impegnarsi a far funzionare bene la Pubblica amministrazione.

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