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"L'armata delle nevi": la storia mai raccontata degli sciatori statunitensi che, in Italia, fermarono Hitler

Ad addentrarsi nei meandri degli scontri che, nel gennaio 1945, interessarono l’Appennino bolognese è Peter Shelton. A fronte di una vicenda che Robert Redford ha intenzione di travasare sul grande schermo


18/03/2019

di Catone Assori


Gennaio 1945. In quel periodo avevo quasi sei anni. Il freddo, come sempre nell’alta collina tosco-emiliana, si faceva sentire. Tanto più se eri finito ad abitare in una grotta in mezzo ai boschi coperti di neve, dopo aver forzatamente traslocato da un graticcio per seccare le castagne, quattro metri in croce, dove i topi la facevano da padrone tanto che mia madre, di notte, doveva tenerli a bada con una frasca. 
Era successo che i tedeschi avessero requisito la nostra casa e quella dove abitavano i nonni paterni in compagnia delle mie zie e dei miei cugini. E lì - in località Braglie, a pochi chilometri da Zocca, il paese che in seguito sarebbe stato portato alla ribalta da personaggi come Vasco Rossi (che guarda caso sarebbe nato proprio a 350 metri di distanza dal citato borgo), l’astronauta Maurizio Cheli e diversi altri protagonisti del mondo culturale e artistico - avevano installato il loro quartier generale. Vale a dire il deposito delle vettovaglie, quello per il vestiario, un mini ambulatorio ospedaliero nonché la cucina da campo per i soldati che erano al fronte, lì a due passi. 
Ovviamente la “compagnia” non era di quelle che confortavano: i cannoni sotto casa in perenne martellamento facevano da contraltare a quelli alleati (la piana adiacente era diventata una specie di gruviera), gli spezzoni incendiari mietevano vittime (una mia cugina era rimasta sfigurata, ma era fortunatamente rimasta viva), mentre gli aerei della coalizione mitragliavano e bombardavano (con i cosiddetti ordigni incatenati). Insomma, una costante in quel periodo: uno scenario di guerra che dovrebbe indurre le teste calde di oggi a profonde riflessioni. 
Un lungo preambolo, il mio, per arrivare a parlare de L’armata delle nevi. La storia mai raccontata degli sciatori che fermarono Hitler (Piemme, pagg. 314, euro 18,50, traduzione di Angelo Pagetti), un leggibilissimo quanto premiato spaccato del Secondo conflitto mondiale scritto dall’americano Peter Shelton, un autore appassionato di sci che vive in Oregon e che è stato nominato quattro volte Ski Writer of the Year dall’Associazione giornalistica americana per gli sport della neve. 
A tenere la scena di questo racconto che si rifà alla realtà (e che si nutre di un approfondito lavoro di ricerca), sono un manipolo di coraggiosi e intrepidi sciatori che misero la loro passione al servizio della libertà, arrivando a combattere sulle nevi italiane dalle piste del Vermont. Un gruppo che era stato arruolato nel 1941 per dare vita a una Divisione che si sarebbe rivelata fondamentale nel contrastare i soldati tedeschi esperti di combattimento in montagna. 
Fu così che quei valorosi soldati, sulle nevi del nostro Appennino tosco-emiliano, riuscirono ad avere ragione delle truppe di Hitler, impegnate in un’ultima disperata resistenza. E furono loro a scavalcare, nel cuore di una notte senza luna, una invalicabile facciata per poi prendere di sorpresa i soldati nemici, dando inizio alla loro ritirata. 
Come detto era gennaio e la scena si rifà alla neve che aveva rivestito le strade acciottolate di Vidiciatico, un paesotto medievale sull’Appennino bolognese distante una trentina di chilometri dalla citata località delle Braglie, dove le truppe naziste si erano insediate. 
Era successo che poco più a Nord di Vidiciatico - il piccolo centro del Comune di Lizzano in Belvedere cresciuto attorno a un antico castello non murato, che aveva quale fortilizio la bellissima rocca di pietre riquadre con feritoie che oggi è il campanile - si fosse trincerata una parte dell’esercito nazista su una serie di alti crinali, formando uno scudo protettivo che i cartografi dell’esercito americano avevano ribattezzato “linea invernale”. Ed è appunto qui che incontriamo, sin dalle prime righe, il ventunenne fante John Jennings dell’87° Reggimento, cui faceva parte la 10ª Divisione da Montagna, prepararsi insieme ai compagni per l’impossibile impresa… 
Come da note editoriali, quando era sbarcata in Italia nel 1945, tutto ciò che riguardava la 10ª Divisione da Montagna risultava senza precedenti: era l’unica dell’esercito americano addestrata su roccia e neve, l’unica nata da uno sport, l’unica che annoverava un numero così alto di atleti, docenti universitari, studenti e futuri candidati ad alte cariche dello Stato. Ed era anche quella che, statisticamente, avrebbe dato il maggior contributo giornaliero di sangue. 
Una Divisione che era nata dall’idea di un gruppo di civili, tutti abili quanto appassionati sciatori, preoccupati che l’esercito non avesse un reparto specializzato per combattere sulla neve e contrastare dunque gli esperti tedeschi, e che si sarebbe rivelata fondamentale per sfondare la Linea gotica sull’Appennino bolognese, aprendo così la strada agli Alleati per liberare l’Europa dal nazismo. 
Che altro di questa Divisione? Era un gruppo d’élite unito da una fratellanza sportiva e spirituale che si sarebbe saldata nel tempo. E tra coloro che tornarono, molti contribuirono a far nascere negli americani un nuovo modo di divertirsi nella natura, come il fondatore della Aspen Skiing Company e il cofondatore della Nike, Bill Bowerman. 
Insomma, una storia intrigante, nonché sorretta da protagonisti di indubbio interesse, che l’attore e regista Robert Redford ha intenzione di travasare sul grande schermo.

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