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"La bambina nel buio": cosa sei disposta a fare per amore?

Antonella Boralevi debutta come giallista dando voce a una storia raccontata alla sua maniera: in altre parole senza alzare la voce


02/07/2018

di Massimo Mistero


Un atout che non è da tutti fa parte del quotidiano di Antonella Boralevi, nata a Firenze il 18 giugno 1953: la capacità di intrattenere su tematiche importanti all’insegna della leggerezza. Riuscendo, in altre parole, a entrare nel merito senza esagerare, senza annoiare. Una qualità forse imparentata con la sua laurea in Filosofia e che in fondo rientra in uno stile personale quanto raffinato. Stile che riesce a travasare anche nei suoi libri, che siano saggi o romanzi poco importa. Dimostrandosi peraltro grande narratrice; regalando al lettore angolature che catturano e intrigano senza darlo a vedere; giocando su personaggi che sembrano, ma soltanto all’apparenza, persone come tante altre, quando invece risultano portatrici di un vissuto fuori dalle righe, plasmato dalla semplicità delle parole. Un merito, lo ripetiamo, che non è da tutti. 
E, nemmeno a dirlo, anche il suo sbarco nel mondo del giallo con La bambina nel buio (Baldini+Castoldi, pagg. 588, euro 20,00), si nutre di questa capacità, peraltro sorretta da frasi brevi, concetti che si rincorrono all’insegna della semplicità. Almeno in apparenza. Tanto da far annotare a un numero uno della narrativa di settore, Maurizio de Giovanni: “Antonella conosce le anime per averle frequentate e quindi gli abissi neri che possono conservare al proprio interno”. Dando voce a “un viaggio nel buio più profondo”. Il tutto all’insegna, aggiungiamo noi, di un interrogativo al femminile: cosa sei disposta a fare per amore? 
Antonella Boralevi, si diceva. Conduttrice televisiva (prevalentemente talk show), autrice di testi per il piccolo schermo, presenza costante nei salotti di intrattenimento di diversi reti come opinionista. Lei che come scrittrice di saggi aveva debuttato nel 1985 pubblicando per Mondadori Far salotto per poi concedersi numerosi altri approfondimenti. Sino ad arrivare alla pubblicazione nel 2005 del suo primo romanzo, Prima che il vento, edito da Rizzoli, dal quale è stato tratto un film al quale ha collaborato alla stesura del soggetto. Romanzo seguito, due anni dopo da Il lato luminoso. Inoltre, per non farsi mancare nulla, ha curato alcune rubriche su diverse testate (ad esempio, il suo “Lato Boralevi” esce ogni giorno sul sito de La Stampa). 
Che altro? Nel 2009 è stata nominata Consigliere Diplomatico per la Comunicazione della Cultura e della Immagine dell’Italia, con funzioni di coordinamento della attività di Ambasciata in quel di Parigi. In questo ruolo ha ideato, curato e organizzato la Prima mostra del Centocinquantenario della Unità d'Italia, La France et le Risorgimento, inaugurata dall’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ottenendo, per la prima volta nella storia dell’Accademia e del Museo di Brera, in “prestito” Il bacio, capolavoro di Francesco Hayez. 
Ma veniamo al dunque, ovvero ai contenuti del suo sedicesimo lavoro, appunto La bambina nel buio: un thriller che cattura e intriga, che si addentra con sottile perfidia nel cuore delle donne affrontando a carte scoperte i temi più segreti dell’anima, giungendo alla conclusione che l’unica salvezza è l’amore. 
Tutto comincia con un a festa - siamo nel 1985 - che si propone alla stregua di una specie di preludio alla tragedia. A tenere la scena una splendida villa della campagna veneta, dove Paolo e Manuela festeggiano i loro vent’ anni di matrimonio. Paolo è un imprenditore di successo, che si è fatto dal niente. Lei era la bella di Portogruaro, una ragazza di origini contadine dai capelli bruni e un seno come si deve. I due hanno una figlia dolcissima che ha 11 anni, dal pretenzioso nome di Moreschina. Una bambina dal corpo esile plasmato dai corsi di danza classica, “avvezza agli inchini leggeri”. 
Nemmeno a ricordarlo, tutta la buona società di Venezia è accorsa alla loro festa. Uno sciame di ospiti che bivacca sui divani costi e un po’ pacchiani, che si lascia andare a un chiacchiericcio a tratti sguaiato e segnato dalla cadenza dialettale (È la nuova borghesia. Quella che si è fatta dal niente, con i mobili e i sanitari, gli abiti e gli infissi. A sua volta portatrice di unioni fragili, segnate da infedeltà e cinismo). E poi il contorno di camerieri in guanti bianchi, di champagne nei calici di cristallo, di danze, flirt, pettegolezzi, allegria. Eppure, dentro la gioia, vibra una nota di inquietudine. Un’ansia che cresce a ogni pagina. La serata finirà infatti con una inaspettata tragedia. Nel senso che di Moreschina, alla fine dei festeggiamenti, non rimarrà alcuna traccia… 
A seguire un salto in avanti. Siamo nel 2017 quando - ma con quale abilità l’autrice riesce a farsi carico di un ruvido tessuto sociale che non è certo il suo - quando un’inglesina trentenne, l’ex avvocato Emma Thorpe, sbarca a Venezia per scrollarsi di dosso l’angoscia e la disperazione della quale sembra essere diventata schiava a causa di un terribile segreto che la tormenta e la rende estremamente fragile. 
La ragazza è stata infatti invitata da un’amica di famiglia, la contessa Lucrezia Renier, moglie del conte Bonaccorso Briani, il quale se la ritrova in casa (un Palazzo sul Canal Grande, che nasconde più segreti di lei) inaspettata e poco gradita ospite. Il perché è semplice: la contessa è morta qualche giorno prima, in un incidente stradale che l’ha resa irriconoscibile.
Guarda caso per Emma, ignara del lutto, sarà l’inizio di un’avventura “tra introspezione salvifica e antichi misteri da rivelare”. 
Succede che nel destino del conte Bonaccorso Briani - un uomo durissimo, solitario, misterioso - si incunea un seducente commissario siciliano, incallito sciupafemmine. Sta di fatto che i due si metteranno a indagare insieme in una Venezia affascinante e insolita, avvolta dalla nebbia, frustata dalla pioggia di novembre. E in un crescendo di tensioni e colpi di scena (Mi troveranno. Vedranno il sangue sulle mani. Non avranno pietà. Come non ne ho avuta io), il mistero di tanti anni prima troverà finalmente una soluzione. 
Risultato? Un malloppone di piacevole lettura dove si alternano personaggi quanto mai diversi, luoghi e contesti che poco hanno a che vedere l’uno dall’altro, con la speranza che le pagine si annidi il possibile riscatto. Che potrebbe anche arrivare. Ma per mano di chi lo lasceremo scoprire al lettore. Che altro? un peccato veniale: quello legato a una scrittura eccessivamente descrittiva nella prima parte, che tuttavia strada facendo riuscirà a imboccare la strada giusta.

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