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"La colonna di fuoco": quando spionaggio, amore e vendetta arroventavano il Cinquecento

Ken Follett, dopo il successo de I pilastri della terra e Mondo senza fine, torna sugli scaffali con un romanzo epico sulla libertà. Le altre note? Per Darcey Bell e Andreas Pflüger


25/09/2017

di Mauro Castelli


Ken Follett è un autore che non si smentisce mai: vuoi per la sua caratura, vuoi per le sue brillanti intuizioni, vuoi per la capacità di giocare a rimpiattino con il contesto narrato e i suoi protagonisti, vuoi per la corposità dei suoi romanzi. Quindi anche questa volta, cari lettori, mettetevi comodi, perché il suo ultimo lavoro, La colonna di fuoco (Mondadori, euro 27,00, traduzione di Annamaria Raffo e Roberta Scarabelli), si rapporta con una trama lunga 908 pagine, alla cui stesura hanno contribuito consulenti storici per la Spagna, la Scozia, l’Inghilterra, la Francia e i Paesi Bassi. Consulenze («Questo libro mi è costato tre anni di lavoro: uno speso in ricerche e sopralluoghi, il secondo nella prima stesura, il terzo nella messa a punto della versione definitiva») che hanno consentito all’autore di dare voce a un Cinquecento verosimile, e quindi credibile. Non a caso, in chiusura di romanzo e a beneficio dei lettori, Follett non manca di citare le figure storiche realmente esistite, che sono chissà quante pur in un contesto di fantasia, a conferma del suo attento impegno di ricerca e di approfondimento. Impegno che lo ha portato a dare voce credibile a un’epoca di svolte la cui eco si fa sentire ancora ai giorni nostri. Fermo restando il mirino puntato sulla libertà, che guarda caso si porta al seguito un forte richiamo al nostro presente. Già, perché Follett si sa muovere con sapiente maestria fra le pieghe della Storia, giocando di fioretto fra gli intrighi, gli amori e le vendette che hanno segnato un passato lontano e allargato a cinque Paesi. Così, dopo aver dimostrato la sua maestrìa ne I pilastri della terra («Il romanzo al quale sono più affezionato», tiene a precisare) e Mondo senza fine, ci regala la sua terza puntata legata alla saga di Kingsbridge. Ed è appunto in questi luoghi che, nel gennaio 1558, incontriamo il giovane Ned Willard il quale, tornato a casa, si rende conto che il suo mondo sta cambiando radicalmente. Solo la vecchia cattedrale sopravvive immutata, testimone di una città lacerata dal conflitto religioso. Mentre tutti i princìpi di lealtà, amicizia e amore verranno sovvertiti. «Figlio di un ricco mercante protestante, Ned vorrebbe sposare Margery Fitzgerald, a sua volta figlia del sindaco cattolico della città, ma il loro amore non basta a superare le barriere degli opposti schieramenti religiosi. Costretto a lasciare Kingsbridge, Ned viene ingaggiato da Sir William Cecil, il consigliere di Elisabetta Tudor, la futura regina d’Inghilterra. Dopo la sua incoronazione, la giovane e determinata Elisabetta I vede tutta l’Europa cattolica rivoltarsi contro di lei, prima tra tutti Maria Stuarda, regina di Scozia». Per questo decide di creare una rete di spionaggio. «In realtà - tiene a precisare Follett - si trattò di uno dei primi tentativi di istituire un organismo volto a proteggerla dai nemici e, nel contempo, contrastare i tentativi di ribellione e invasione del suo regno». Sta di fatto che il giovane Ned diventa uno degli uomini chiave del primo servizio segreto britannico della storia. Ovviamente «per quasi mezzo secolo il suo amore per Margery sembra condannato, mentre gli estremisti religiosi seminano violenza ovunque. In gioco, allora come oggi, non sono certo le diverse convinzioni religiose, ma gli interessi dei tiranni che vogliono imporre a qualunque costo il loro potere su tutti coloro che credono invece nella tolleranza e nel compromesso». Che dire: un nuovo brillante romanzo di spionaggio cinquecentesco, che fra l’altro si legge che è un piacere e nel quale Follett racconta con sapiente maestria la grande Storia. A modo suo, naturalmente. Senza comunque mai esagerare. Sta di fatto che dopo aver assaporato i contenuti di questo lavoro saranno in molti a ricredersi su certe convinzioni portate avanti all’insegna del pressapochismo e di una malsana ideologia. In quanto, per l’autore, la serietà professionale non deve essere messa mai in discussione. Risultato? Un altro bestseller dalla solida intelaiatura, che cattura e intriga, seduce e avvince, frutto di un indiscutibile talento. E ora mirino puntato sull’autore, il quale non manca di ricordare di essere stato influenzato da ragazzo da Ian Fleming e dal suo James Bond: «Un vero duro, sempre elegante e impeccabile, abile sia con le armi che con le donne». Lui che non ha mancato di affermare che gli sarebbe piaciuto scrivere Il silenzio degli innocenti di Thomas Harris; lui che assicura di essere stato il primo a scegliere una donna come protagonista positiva ne La cruna dell’ago; lui che tiene a sottolineare come in un thriller ci sia sempre il rischio che succeda qualcosa di terribile, anche se nelle sue storie questo pericolo cerca sempre di sviarlo. Come da note già da noi riportate, ma che ora aggiorniamo, Follett è nato come Kenneth Martin Follett a Cardiff il 5 giugno 1949 (figlio di un ispettore delle tasse che si era trasferito a Londra quando lui aveva dieci anni), anche se nei suoi primi libri ha usato gli pseudonimi di Simon Myles, Bernard L. Ross, Zachary Stone e Martin Martinsen. Dopo essersi laureato in Filosofia e aver frequentato un corso di giornalismo, il giovane Ken iniziò a darsi da fare a Cardiff, presso la redazione del South Wales Echo. Tempo tre anni, sarebbe tornato a Londra per lavorare all’Evening News. E fu in quel periodo che scattò la scintilla. «Avevo 24 anni e un giorno mi si ruppe l’auto. Costo della riparazione: 200 sterline. Mi ero sposato, avevo da poco avuto un figlio e quindi i quattrini non bastavano mai. Fu così che decisi di scrivere un racconto, che l’editore del mio giornale pubblicò. Da allora non mi sarei più fermato». Successivamente avrebbe lasciato il giornalismo per diventare vicedirettore di una piccola casa editrice londinese, la Everest Books. E fu in quel periodo che sarebbe passato a scrivere i primi romanzi. Il successo sarebbe comunque arrivato soltanto nel 1978 con la pubblicazione de La cruna dell'ago (Eye of the Needle), un thriller ambientato durante la Seconda guerra mondiale che avrebbe beneficiato di una trasposizione cinematografica con Donald Sutherland e Kate Nelligan nel ruolo di protagonisti. Da notare, inoltre, che in abbinata al suo successo di scrittore, Follett ha svolto attività politica per il partito laburista, in questo modo conoscendo Barbara Hubbard, a sua volta deputato e poi ministro della Cultura nel Governo di Gordon Brown, che avrebbe sposato nel 1985. E con la quale vive tra Londra e Stevenage, nello Hertfordshire, «insieme ad altri figli avuti nei matrimoni precedenti». Grande estimatore di Shakespeare sin da ragazzo («Per il puro piacere di leggerlo, non perché fossi costretto dai professori»), ma anche - in seguito - con un debole dichiarato per Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa («È un testo davvero splendido»), Follett adora la musica (suona infatti il basso nella band Damn Right I’ve Got the Blues) ed ha avuto il privilegio, che non è da tutti in vita, di venire omaggiato, nel 2008, con una statua in bronzo a grandezza naturale in quel di Vitoria-Gasteiz, in Spagna, opera dello scultore basco Casto Solana. Bastian contrario per eccellenza a dispetto della sua immagine paciosa, strada facendo Follett ha avuto dissapori con Tony Blair, ha criticato il primo ministro David Cameron, se l’è presa con Umberto Eco (che era stato però il primo a criticarlo) e, per non farsi mancare nulla, nel 2010 ha firmato, insieme ad altre 54 figure pubbliche, una lettera aperta sul The Guardian con la quale si dichiarava contrario alla visita di Stato di Papa Benedetto XVI nel Regno Unito. E per quanto riguarda i suoi libri? Ne ha scritti trentuno negli ultimi 43 anni (fra i quali Il codice Rebecca, Il martello dell’Eden, Il terzo gemello e Il volo del calabrone), romanzi dai quali sono state tratte numerose miniserie di successo per il piccolo schermo e che sono stati tradotti in 33 lingue e in ottanta Paesi a fronte di 160 milioni di copie vendute. Facendo di lui uno degli uomini più ricchi d’Inghilterra. Così non sorprende sentirlo affermare: «Amo il lusso, in cantina ho una collezione di oltre duemila bottiglie di champagne, possiedo due Rolls-Royce, mi piace viaggiare in jet privato e negli alberghi mi faccio riservare la suite presidenziale». Può bastare?

Da una penna supercollaudata come quella di Follett a una debuttante di sicuro avvenire, la statunitense Darcey Bell (nata nel 1981 nello Iowa, oggi vive a Chicago), arrivata sugli scaffali italiani per i tipi della Rizzoli con una storia che si nutre di segreti quotidiani. Perché, annota l’autrice, «tutti ne hanno. Ed è per questo che non si riesce mai a conoscere per davvero qualcuno o a fidarsi di lui, e nemmeno a conoscere se stessi. Perché a volte abbiamo segreti che si nascondono nel nostro profondo». Sta di fatto che, giocando su questa inquietante falsariga, si sviluppa e prende corpo Un piccolo favore (Rizzoli, pagg. 348, euro 19,50, traduzione di Enrica Budetta), un romanzo imbastito su due figure femminili agli antipodi, eppure per certi versi affini, delle quali il lettore capirà presto di non potersi fidare. Tutto ha inizio con una richiesta urgente, via web, rivolta alle mamme (a tutte le mamme che leggono il suo blog) da parte di Stephanie, la protagonista del libro: «La mia migliore amica è scomparsa. Si chiama Emily Nelson…». E poi via via a completare il quadro che servirà al lettore per prendere possesso della storia. Una storia inizialmente leggera, che tuttavia finisce per ispessirsi e lasciare spazio ai dubbi. A fronte di una velenosa considerazione: «Ti ha chiesto un piccolo favore e tu hai accettato, perché ti fidi di lei. Ma lei conosce tutti i tuoi segreti. Per questo è così pericolosa. Per questo non la guarderai mai più con gli stessi occhi». Ma di cosa si nutre il canovaccio? Tutto parte, appunto, dalla richiesta di una cortesia tra madri. «Puoi passare tu a prendere Nicky?» chiede Emily all’amica Stephanie. E Stephanie, mamma di Miles, è felice di farlo, di sentirsi in qualche modo utile. «Quel giorno però Emily non torna a prendere suo figlio, e non risponderà più alle telefonate, né ai messaggi. Stephanie, preoccupata e smarrita, si avvicina così al marito dell’amica, Sean, standogli accanto e prendendosi cura di lui e del bambino. Finisce così che, con il passare dei giorni, si innamori pure. Poi la notizia che stravolgerà la sua vita: un corpo è stato trovato nelle acque del lago, e si tratta di quello di Emily. Suicidio, per la polizia, e il caso sembra chiuso. Ma è davvero così? Presto, Stephanie si renderà conto che niente è come sembra, e che dietro l’amicizia, l’amore, o anche la semplicità di un piccolo gesto, si nasconde invece una mente subdola in abbinata a un disegno perverso e diabolico». Non lasciatevi comunque fuorviare da questi spiccioli di trama. Semmai ponetevi alcune domande, pur a fronte del fatto che il rischio sia quello di trovarsi a tifare sia per l’una che per l’altra delle due amiche. Perché sono geniali, e non è da tutti; perché pur sbagliando ti sembra che non lo stiano facendo davvero; perché nella loro normalità di normale non c’è molto. Insomma, ci troviamo di fronte a due figure femminili opposte, eppure per certi versi affini, delle quali soltanto il lettore più attento capirà a un certo punto di non potersi fidare. A conti fatti Un piccolo favore si propone alla stregua di un thriller psicologico «ad alto tasso adrenalinico, ricco di imprevisti e di colpi di scena, denso di segreti e rivelazioni, che scivola pericolosamente tra amore e lealtà, morte e vendetta». Il tutto a fronte di una robusta capacità narrativa da parte dell’autrice che, dopo un inizio faticoso, finisce per irretire il lettore - a fronte di un testo semplice quanto furbescamente ben costruito - sul reale stato dell’arte di due donne all’apparenza normali. All’apparenza, però…

Di robusta caratura è anche un altro autore, questa volta di matrice tedesca, ovvero Andreas Pflüger (nato nel 1957 in Turingia e ora di casa a Berlino), uno dei più apprezzati sceneggiatori del suo Paese con all’attivo film come Il nono giorno e Strajk del regista Volker Schlöndorff, per non parlare degli oltre venti episodi della popolare serie televisiva Tatort. Dalla sua penna è infatti uscito un nuovo romanzo, che è anche il primo di una serie dedicata a Jennyfer (Jenny) Aaron, ovvero Nero assoluto (Emons, pagg. 412, euro 16,00, traduzione di Monica Pesetti). Una storia dura e cruda, toccante e travolgente, ma al tempo stesso di rinascita, che il Die Zeit ha etichettato come migliore di quelle di James Bond («Era da molto tempo che non si leggeva un libro così adrenalinico»). Una storia che, pubblicata dalla prestigiosa casa editrice Suhrkamp, ha conquistato critici e lettori, ha scalato le classifiche di vendita e i cui diritti sono già stati acquistati in diversi Paesi. A tenere la scena, come detto, è Jenny, che nella sua vita precedente lavorava per il Dipartimento, un corpo speciale (che in realtà non esiste) della polizia di Berlino, e che ora è in forza come profiler presso la Polizia federale. Una agente affascinante e irresistibile dagli occhi verdi, che è stata addestrata ad affrontare qualsiasi pericolo. Sin quando, cinque anni prima durante una missione in quel di Barcellona, aveva perso la vista a causa di una pallottola. Con tutte le difficoltà e i disagi del caso a rovinarle la vita. Ma lei non si era certo arresa. Semmai aveva affinato i sensi, la qual cosa le consente ora di percepire verità nascoste e cogliere il non detto fra le parole. Ma se quello in cui rimase cieca era stato il giorno peggiore della sua vita, il giorno più difficile sarebbe ancora dovuto arrivare. I suoi ex colleghi le chiedono infatti aiuto. Boenisch, un feroce quanto intelligente assassino condannato all’ergastolo e al quale aveva dato la caccia quando era una giovane poliziotta (e con il quale ha ancora un conto aperto), è accusato di aver ucciso la psicologa del carcere. Ma Boenisch rappresenta soltanto una pedina sullo scacchiere di un più vasto complotto. E per Jenny si tratterà di una specie di resa dei conti che durerà 36 ore, nel corso delle quali dovrà far ricorso a tutte le sue doti. D’altra parte lei è una donna combattiva che non si arrende mai, risoluta quanto basta e con un gran cervello. E dovrà, ancora una volta, dimostrarlo sul campo. Di fatto un lavoro ben scritto, ben impostato e che non lascia nulla al caso: Andreas Pflüger, oltre a saper gestire una storia, non ha mancato di attingere dalla realtà. Non a caso, per far funzionare il suo personaggio, si è documentato «con la massima accuratezza possibile», incontrando fra l’altro quattro donne cieche, facendo tesoro dei suggerimenti di un istruttore di orientamento e mobilità, contattando i responsabili dell’Associazione ciechi e ipovedenti del Saarland, facendosi consigliare dal direttore dell’Istituto di psicologia medica dell’università di Magdeburgo: il professor Sabel, che non solo ha «accompagnato la genesi di questo romanzo con annotazioni e suggerimenti», ma che continuerà ancora a elargirli consigli, «visto che la storia di Aaron non è finita».

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