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«La maternità non è un diritto, la genitorialità non è un dovere»

Camilla Ghedini affronta, in Interruzioni, la delicata posizione di chi non vuole avere figli. Approfondendo e facendo riflettere


30/05/2016

Il tema è caldo, soprattutto in relazione alla volontà anti-abortista di diversi medici emersa in questi ultimi anni. Si tratta infatti di una posizione delicata da qualunque parte la si voglia esaminare. E appunto per analizzare le diverse angolature di questa materia la giornalista e scrittrice Camilla Ghedini, che vive a Ferrara dove esercita la libera professione nel campo della comunicazione-informazione integrata, ha deciso di ragionarci sopra. Arrivando a mettere nero su bianco una serie di considerazioni che, di certo, portano a profondi motivi di riflessione sia da una parte che dall’altra della barricata. Tenendo subito a precisare, sin dalle prime righe, che il fatto di non essere madre nulla toglie al diritto di poterne parlare in quanto figlia.
Risultato? Un libricino da non perdere, Interruzioni (Giraldi Editore, pagg. 100, euro 10,00), la cui copertina nera rappresenta una specie di anticipazione fittizia a un argomento bruciante, in ogni caso certamente doloroso. Perché quella vera, di prefazioni, è affidata alla penna di Marilù Oliva, la quale finisce per assicurare, rifacendosi a Johann Wolfgang von Goethe, che è proprio vero che dove c’è molta luce, l’ombra è profonda. Come a dire che la problematica vive di non pochi risvolti controversi, anche di coscienza, che possono variare a seconda dell’angolatura dalla quale vengono osservati, analizzati, approfonditi, percepiti.
Insomma, un contesto impegnativo che in pochi hanno avuto il coraggio di affrontare. Una specie di tabù strisciante che finisce per coinvolgere un fiume di donne. E Camilla Ghedini lo fa raccontando quattro storie accomunate da un unico fil rouge scevro da retorica, incalzando il lettore con un linguaggio semplice e diretto, puntando il dito sulla possibilità di essere madri o di non esserlo per scelta. Quattro monologhi che parlano, in buona sostanza, di maternità rifiutata, di maternità annegata, di maternità agognata o soltanto sfiorata.
Quattro storie che non solo coinvolgono il lettore, ma lo mettono anche alle corde, come quando l’autrice fa parlare la madre che non ha voluto il figlio e che oggi si preoccupa più del suo modo di vestire che non della sua decisione («Io non mi sono mai sentita in colpa né allora né oggi, perché quella che uccideva non ero io. Non ero tutta io. Era una parte di me. È morta insieme a lui. Forse ho ammazzato lui e lei insieme»).
Già, l’aborto. Legato alla legge 194 del 1978. Una legge che ancora oggi fa discutere, laici e femministe compresi. Non sono pochi, infatti, a ritenere che dovrebbe essere rivista, in quanto contiene affermazioni che stridono con l’articolo 3 della Costituzione. In effetti, se la legge è uguale per tutti, come mai non è possibile che un padre non possa avere voce in capitolo quando si tratta di scegliere o meno questa traumatica strada?
Da notare, inoltre, che Camilla Ghedini affronta il tema delicato della non-maternità a modo suo. «Un campo emotivo inesplorato al di là del comune, ancora non sondato sino in fondo e inteso spesso come privazione che diventa sottrazione. O scelta egoistica, che toglie il diritto di parlare a chi una pancia non l’ha mai avuta. Eppure di quella pancia conosce il desiderio, che non vince tuttavia sulla paura di non amare, di non riuscire ad amare come si dovrebbe».
Di fatto l’autrice accompagna il lettore «nell’universo complesso di una diversa o negata maternità, per sondarne aspirazioni, fantasie, aspettative, fissazioni, sbagli». Come il titolo peraltro suggerisce, «si tratta in tutti i casi di interruzioni: la morte, l’abbandono, la ferita, l’aspirazione troncata». Ferme restando prese di posizione che lasciano il segno: «Amo Dio, la luce, le stelle. Amo me stessa e il figlio che non ho. E non l’ho perché lo amo».
Che altro? Di sicuro ha avuto coraggio Camilla Ghedini nell’approfondire questa problematica. Continuando sulla strada che, negli ultimi anni, l’ha portata ad affrontare, nei suoi libri, macro-temi sotto il profilo sociale e del costume. Lei che, in occasione del terremoto che due anni fa piegò ma non sconfisse l’Emilia Romagna, ebbe l’idea di lanciare via Twitter l’appello Libri per tendopoli, raccogliendo e distribuendo, grazie all’attenzione di quasi tutte le case editrici italiane, la bellezza di 21.345 testi. Non merita, quindi, questa autrice, un complimento speciale?

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