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"La misura dell'uomo": Leonardo indaga nella Milano di Ludovico il Moro

Marco Malvaldi, messi a riposo i vecchietti del BarLume, dà voce a un originale quanto appassionato giallo storico


10/12/2018

di Massimo Mistero


Marco Malvaldi, si sa, è un giallista di peso. Come dimostrato con l’allegra combriccola del BarLume, già in scena in otto romanzi (La briscola in cinque, Il gioco delle tre carte, Il re dei giochi, La carta più alta, Il telefono senza fili, La battaglia navale, Sei casi al BarLume e A bocce ferme), approdata agli onori del piccolo schermo nel 2013 e tradotta in undici Paesi con un venduto di oltre un milione di copie. 
Serie dove ha messo in scena una mini-tribù di giocatori di briscola composta da quattro vecchietti (nonno Ampelio, Aldo, il Rimediotti e il Del Tacca, affiancati dal barrista Massimo, locale che ha avviato con Aldo il Bocacito, e dalla banconiera Tiziana) che indagano all’insegna della semplicità e dell’ironia. Di fatto uno sgangherato, quanto acciaccato, clan di investigatori abilissimi nello spettegolare su quanto sta succedendo in Paese e che, incredibilmente, riescono a risolvere i misteri dei quali si stanno occupando. 
Una dovuta introduzione, questa, per un autore che pure sa regalare intriganti saggi. Come successo è ne Le regole del gioco. Storie di sport e di altre scienze inesatte, un lavoro nel quale ha analizzato varie discipline sportive applicando princìpi di matematica, fisica, aerodinamica e via dicendo. Un lavoro - ne abbiamo già parlato in diverse occasioni - che ha preso spunto dalle “punizioni maledette” del grande calciatore Andrea Pirlo, ma forse anche dalla sua passione per il ping pong, sport che pratica a livello agonistico in una squadra di serie C, con sede in una vecchia chiesa sconsacrata, con la scusa di “mantenersi in forma”. E saggi di successo sono stati anche L’infinito tra parentesi, Capra e calcoli, Le due teste del tiranno e Per ridere aggiungere acqua (incentrato sull’umorismo e il linguaggio). 
Di certo abbiamo divagato, ma abbiamo voluto di inquadrare al meglio l’autore per chi ancora non lo conosceva. Appunto Marco Malvaldi, tornato sugli scaffali, per i tipi della Giunti, con La misura dell’uomo (pagg. 294, euro 18,50). Una storia che si nutre di un taccuino segreto, di una morte sospetta, nonché di due giganti del Rinascimento italiano: Leonardo da Vinci e Ludovico il Moro. A fronte di una storia che gioca a rimpiattino “con la lingua, la scienza, la storia, il crimine” e che, soprattutto, ridà vita al genio che era nato a Vinci. Immaginando la sua multiforme intelligenza alle prese con le fragilità e la grandezza dei destini umani”. 
Risultato? “Un romanzo ricco di inventiva, di saperi e persino di ironia: angolature pronte a rapportarsi con una un’indagine sull’uomo che più di chiunque altro aveva investigato ogni campo della creatività”. In altre parole un intrigante lavoro nel quale Malvaldi dà voce a un viaggio che si raffronta “con la scoperta di qual è - oggi come allora - la misura di ognuno di noi”. 
Ferma restando una annotazione dell’autore: “Cercare di non fare errori raccontando di Leonardo sarebbe pretenzioso, addirittura delirante per uno come me laureato in Chimica. Tuttavia tengo a precisare che alcuni aspetti trattati, a prima vista curiosi o inverosimili, sono invece storicamente accertati. Come lo stressante problema del traffico nella vita milanese, causato da carrette guidate da signore, o la storia dei due presunti falsari de Pesserer e Crancz. Altrettanto verosimile è che Leonardo, nel periodo di cui parliamo, vivesse con la madre e che Salaì fosse una figura a metà strada fra l’allievo prediletto e il figlio adottivo”. 
Detto questo un’ultima annotazione, che ha il sapore della provocazione da parte di Malvaldi: “Credo che scrivere un romanzo con il genio di Vinci come protagonista e non usare la fantasia sarebbe stato, oltre che sbagliato, poco rispettoso nei suoi confronti”. Ma veniamo al dunque. 
Come da sinossi, siamo nell’ottobre 1493. “Firenze è ancora in lutto per la morte di Lorenzo il Magnifico. Le caravelle di Colombo hanno dischiuso gli orizzonti del Nuovo Mondo. Il sistema finanziario si sta consolidando grazie alla diffusione delle lettere di credito. E Milano è nel pieno del suo rinascimento sotto la guida di Ludovico il Moro. A chi si avventura nei cortili del Castello o lungo i Navigli capita di incontrare un uomo sulla quarantina, dalle lunghe vesti rosa, l’aria mite di chi è immerso nei propri pensieri. Vive nei locali attigui alla sua bottega con la madre e un giovinetto amatissimo ma dispettoso (il citato Salì), non mangia carne, scrive al contrario e fatica a essere pagato da coloro cui offre i suoi servigi”. È, guarda caso, Leonardo da Vinci. 
Leonardo, la cui fama ha già superato le Alpi giungendo sino alla Francia di re Carlo VIII, il quale “ha inviato a Milano due ambasciatori per chiedere aiuto per la guerra contro gli Aragonesi, ma affidando loro anche una missione segreta che riguarda proprio lui. Tutti, infatti, sanno che Leonardo ha un taccuino su cui scrive i suoi progetti più arditi - forse addirittura quello di un invincibile automa guerriero - che conserva sotto la tunica, vicino al cuore”. 
Ma anche Ludovico il Moro, “spazientito per il ritardo con cui procede il grandioso progetto di statua equestre che gli ha commissionato, ha bisogno di lui: perché un uomo è stato trovato senza vita in una corte del Castello.  Sul suo corpo non appaiono segni di violenza, eppure la sua morte desta gravi sospetti... Bisogna quindi allontanare le ombre della peste e della superstizione, in fretta: e Leonardo non è nelle condizioni di negare aiuto al suo Signore”. 
Che dire: imbastendo storia e mistero, indagini e complotti, arte e scienza, Malvaldi è riuscito a dare voce a un giallo storico che cattura, intriga e si propone anche come un sorprendente viaggio nel tempo. A fronte di un quadro ben tratteggiato relativo a un periodo che ha lasciato il segno nel nostro passato, e non solo nel nostro. 
Basti ricordare che a Milano, in quegli anni, Leonardo lavorava su più fronti: dal ritratto della Dama con l’ermellino (ovvero Cecilia Gallerani, la donna amata dal Moro e coprotagonista del romanzo), l’Ultima cena, i progetti di irrigazione della campagne, le tecniche di fusione dei cannoni nonché le scenografie per le feste di corte. E poi spazio, più da esperto (sulla qual cosa Malvaldi minimizza, ben sapendo di mentire) che da giallista, alle stanze del Castello, alle sue segrete, ai suoi laboratori. Accompagnando per mano il lettore nella vita di corte, aperta e laica, crocevia di affari e di talenti. “Un mondo incredibilmente simile al nostro per ambizioni, amori, ferocia, emozioni, coraggio: perché la misura dell’uomo non varia. E sarà proprio Leonardo a svelarcela”.  
Insomma, un omaggio d’autore visto che il 2 maggio 2019 ricorrono i 500 anni della morte di Leonardo, messo nero sui bianco in modo originale e appassionato. Arricchendo la storia - tanto di cappello all’editore - con splendidi disegni, alberi genealogici e cartine. Un contesto volto ad aiutare il lettore a entrare in prima persona nel vivo della Storia. Di quella vera, s’intende. 
Per la cronaca Marco Malvaldi è nato a Pisa il 27 gennaio 1974 e in zona ancora abita con la moglie Samantha (quella che lui definisce come la sua spalla narrativa) e il figlio Leonardo. Lui portatore di una laurea in Chimica abbinata a un lungo percorso, nella aule universitarie, come ricercatore “in attesa di contratto”. Conscio peraltro dei trascorsi paterni, un immunologo “in prestito” dalla chirurgia plastica al quale, quando si diede alla ricerca, venne chiesto, tanto per fargli capire l’antifona, se era ricco di famiglia. 
Di fatto un autore, Malvaldi, capace di far parlare al meglio la penna, oltre che abilissimo nel rapporto verbale con il pubblico. Lui che aveva fra l’altro studiato al conservatorio con l’intenzione di diventare un cantante lirico, salvo poi rendersi conto che non faceva al caso suo; lui che ama andare a letto presto in quanto ritiene di dare il meglio, in termini di scrittura, soltanto al mattino; lui caratterialmente “permaloso quanto un corso, sempre pronta a inalberarsi per poco”, che dell’ironia ha però saputo fare bandiera. E questo è quanto.

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