Share |

"La signora della porta accanto": fra le complesse pieghe di un rapporto interrazziale

Dalla gradevole penna di Yewande Omotoso la storia di due donne di successo ultraottatenni, una bianca e l’altra nera, che si disprezzano. Sin quando un evento inaspettato le costringerà a una convivenza forzata


10/09/2018

di Valentina Zirpoli


A giocare sulla diversità di razza ci hanno provato in tanti. Alcuni riuscendo a centrare il nocciolo del problema annoiando, altri illudendosi di aver fatto centro quando invece hanno navigato in balia del vento non centrando il problema delle diversità, altri ancora facendo un buco nell’acqua. Chi è invece riuscito a dare voce a un romanzo di una piacevolezza unica - pronto a nutrirsi del processo di evoluzione dei complessi rapporti fra bianchi e neri nell’ultimo mezzo secolo raccontati all’insegna dell’ironia - è Yewande Omotoso, arrivata sui nostri scaffali da qualche tempo (del colpevole ritardo con il quale ne parliamo ci scusiamo con i lettori) con La signora della porta accanto (66thand2nd, pagg. 250, euro 16,00, traduzione di Natalia Stabilini). 
D’altra parte chi meglio di questa scrittrice giramondo (è nata alle Barbados, è cresciuta in Nigeria e dal 1992 vive con la famiglia in Sudafrica) poteva centrare, con tanto garbo e intelligenza narrativa, il nocciolo del problema? Lei che si dice orgogliosa della sua molteplice identità culturale; lei che aveva pubblicato il suo primo libro, Bom boy, nel 2011 aggiudicandosi il South African Literary Award per la miglior opera prima; lei che ha impiegato cinque anni per concedere il bis con il lavoro del quale stiamo parlando. Un libro entrato nella longlist del Baileys Women’s Prize for Fiction del 2017 e dell’International Literary Award di quest’anno. 
E ancora: lei che non è sposata e non sa cosa vuol dire essere madre; lei capace, nonostante il suo status, di dare voce a contesti che non le appartengono (“Non ho un marito, ma so quanto sia duro avere il cuore spezzato; non ho bambini, ma conosco l’amore incondizionato che hanno i genitori per i figli”); lei che assicura di aver cullato a lungo questa storia, sbocciata in un periodo non facile per la sua famiglia. 
“Vivevo con mia nonna, una donna di una certa età, nel periodo in cui mio nonno stava morendo. E il fatto di starle vicina mi ha regalato diversi spunti di riflessione. In primis sui rapporti umani, che possono travalicare muri insormontabili come le guerre e le violenze, poi gli individualismi, che si nutrono di indifferenza, infine la fiducia. Può sembrare banale, ma credo che la fiducia rappresenti il mattone sul quale si può costruire una relazione e questo vale anche nello sviluppo della mia storia. La domanda fondamentale che mi sono posta, pensando alle mie protagoniste, due donne profondamente insoddisfatte, era: come avrei potuto caratterizzarle all’insegna di un contrasto a prima vista insanabile?”. 
Ma veniamo alla trama di questo romanzo, dove l’autrice - con sguardo lieve e senza mai perdere di vista l’ironia - dà vita a un racconto sull’emancipazione femminile, sull’impatto del colonialismo nella società sudafricana e, soprattutto, su una materia spesso elusiva: l’amicizia. 
Hortensia è nera e minuta, burbera e scontrosa, astiosa e sgradevole: sposata con un inglese, non ha avuto figli e ha vissuto in Inghilterra per poi trasferirsi - guarda caso - in Nigeria e poi a Città del Capo. Marion è bianca e grassa, si è fatta carico di quattro figli ed è di origini ebraiche, anche se i genitori hanno cercato di cancellare le loro radici. Una donna snob e razzista (senza però farlo trasparire più di tanto) che ha vissuto l’Apartheid dalla parte privilegiata dei ricchi. 
Da quasi vent’anni queste due arzille vecchiette vivono una accanto all’altra a Katterijn, un’enclave di una quarantina di case in un altolocato sobborgo di Città del Capo abitato, in pratica, da soli bianchi. Vent’anni di ostilità e disprezzo reciproco, di futili litigi, di commenti maligni. Ad accomunarle è però il successo ottenuto sul lavoro, in un’epoca in cui le donne in carriera erano rare: Marion è infatti riuscita ad aprire uno studio di architettura con più di trenta dipendenti, mentre Hortensia ha fondato un’azienda tessile proponendosi come una “guru del design”. 
Ormai ottantenni e fresche di vedovanza, le due donne continuano a detestarsi apertamente finché un evento inaspettato non le costringe a una convivenza forzata. Così, tra i timidi tentativi di Marion di creare una complicità alla Thelma & Louise e la burbera ritrosia di Hortensia, i battibecchi quotidiani si addolciscono e i rancori si trasformano lentamente nel terreno comune tra due donne capaci di farsi strada, in modi opposti, negli anni difficili dell’Apartheid. 
In realtà Marion e Hortensia risultano più simili di quello che si possa pensare, legate come sono dal filo rosso dell’emancipazione e del successo. Sta di fatto che, rivangando il passato, saranno le loro ferite - un matrimonio infelice da una parte, una infanzia difficile dall’altra - ad avvicinarle. E, soprattutto, a capirsi.

(riproduzione riservata)