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"La strategia del coniglio": quando germoglia il seme del sospetto

Una nuova indagine di Meucci e Vivaldi firmata da Maurizio Blini. A seguire la collaudata Jessica Fletcher (alias Jon Land) e i segreti di Catherine O’Connel


03/06/2019

di Mauro Castelli


Un gradito ritorno sugli scaffali: quello di Maurizio Blini, che si propone ai lettori con una nuova indagine - La strategia del coniglio (Fratelli Frilli, pagg. 208, euro 14,90) - condotta dagli inseparabili investigatori Alessandro Meucci e Maurizio Vivaldi. Due amici fraterni, dai cognomi importanti, che “si integrano persino nelle loro debolezze e nelle loro fragilità”. E le cui complesse indagini si dipanano su quanto, quasi sempre, “affiora nel corso delle loro discussioni in trattoria”. Due personaggi “figli del loro tempo, ai quali ho regalato - tiene a precisare l’autore - una parte di me” e che si offrono al lettore all’insegna di quel “delicato equilibrio che attinge dalle componenti del nostro vissuto: passioni e sentimenti, dolori e inquietudini, speranze e sofferenze”. 
Blini si diceva, figlio di Luigi, originario di Treviglio (Bergamo) e di Dorina (che era invece nata a Vicenza), trapiantati a Torino. Città dove Maurizio sarebbe arrivato a sorridere al mondo il 17 maggio1959 (“Come tutti quelli del mio segno sono un uomo solare, possessivo, legato agli affetti e alle cose, con il… frigo sempre pieno, anche perché, oltre a essere una buona forchetta, mi piace cucinare, passione che faccio affiorare anche nei miei romanzi”); lui che si sarebbe laureato - dopo aver frequentato a lungo Scienze politiche - in Scienze dell’investigazione presso l’Università dell’Aquila, “unico corso del genere in Italia, peraltro soppresso dopo il terremoto, sulla scia di quello americano con base a Quantico”; lui cintura nera di karate (“Disciplina praticata per 25 anni, poi abbandonata in seguito a un grave incidente a una spalla”); lui che si sarebbe sposato due volte, con un figlio di primo letto che si chiama Alessandro e ha 34 anni. 
E ancora: lui che non manca di ricordare con entusiasmo la bellissima avventura nella Polizia di Stato, iniziata nel 1978 quando ancora si chiamava “Corpo delle guardie di pubblica sicurezza”, spinto da una doppia passione: quella per l’investigazione e quella per il sindacato. “Un organismo, quest’ultimo, illegale sino al 1991, nell’ambito del quale avrei contribuito prima alla fondazione del Siulp regionale e poi del Silp-Cgil”; lui che sarebbe risultato in forza alla Polizia per oltre trent’anni (il congedo risulta datato 2009 con il grado di commissario, la qual cosa ha ovviamente inciso sul suo sapere in fatto di indagini); lui cofondatore - un passo che gli regala ancora soddisfazioni - dell’associazione giallisti subalpini Torinoir
Insomma, un personaggio con la testa sulle spalle, che non manca però di sorprendere quando sostiene - c’è da ritenere con una buona dose di inventiva - di essere “come un cavaliere errante che attraversa dimensioni temporali e visita mondi fantastici. Ma anche un apprendista stregone, funambolo dell’arte, che ha attraversato - riuscendo pure a divertirsi - campi impegnativi (come quelli della musica, della pittura, della letteratura) e che ama raccontare e suonare storie e sogni…”. 
Insomma, quello che non ti aspetti da un ex poliziotto, “pigro ma non certo metodico”, per il quale scrivere è un “modo per interpretare la vita, oltre che un viaggio alimentato dalla fantasia”. Arrivando a raccontare storie “spesso paradossali, magari ristrette in angusti coni d’ombra”. 
Che altro? “Mi sono nutrito, strada facendo, di una sorta di doppia vita: una che mi ha visto svolgere con serietà il mio primo lavoro, l’altra che mi ha sorretto nella ricerca di un nuovo modo di esprimermi e che ha trovato diverse strade. Ad esempio, dopo “essermi dedicato alla pittura - ho fatto qualche mostra e venduto alcuni quadri prima di rendermi conto di non avere talento - ho puntato sulla musica suonando prima la chitarra e poi la tromba. Così, dopo aver sostenuto gli esami di ammissione alla Siae, ho inciso un paio di 45 giri come cantautore, ho fatto parte per quasi quindici anni di una band di un certo successo che si chiamava Niguarda, infine ho seguito corsi di jazz, il mio ultimo amore”. 
Fermo restando quello che potremmo definire il suo punto di arrivo, la scrittura, che lo vede stare settimane senza buttare giù nemmeno una riga e poi “sfornare sino a sessanta cartelle nel giro di un paio di giorni. Un tira e molla che mi porta a impiegare anche un anno per finire un romanzo”. Salvo poi affermare, a sorpresa, che scrivere per lui è un po’ “come andare dallo psichiatra, perché ti libera la mente”. 
Ma facciano un passo indietro. “Tutto iniziò tredici anni fa quando partecipai a un concorso indetto dalla rivista Polizia Moderna. Proposi un racconto intitolato Giulia, protagonisti i miei Meucci e Vivaldi (uno alter ego dell’altro), peraltro messi in scena in nove dei miei undici lavori. Un racconto che si classificò, ex aequo, al secondo posto. Con l’allora presidente della giuria, Carlo Lucarelli, a regalarmi questa motivazione: Tre amici, un biglietto trovato per caso e una scommessa. Un giallo che affonda le sue radici nel passato e sancisce con malinconia e amarezza una tardiva perdita dell’innocenza”. 
Nemmeno a ricordarlo “si trattò di una robusta soddisfazione, con la voglia al seguito di proseguire. Fu così che l’anno successivo arrivai, per i tipi di Ennepilibri, sugli scaffali con un’antologia intitolata Giulia e altre storie”. Una raccolta seguita da Il creativo (un noir che racconta di un killer seriale e della follia legata ai traumi infantili”), poi dall’apprezzato L’uomo delle lucertole, quindi Il purificatore, Unico indizio un anello di giada, R.I.P. Riposa in pace, Fotogrammi di un massacro, Figli di Vanni (con Gianni Fontana), Rabbia senza volto e infine, nel 2018, l’approdo in casa Frilli con La ragazza di Lucento
Ma torniamo ai protagonisti. Per chi, narrativamente parlando, ancora non ha conosciuto i nostri due protagonisti, precisiamo che Alessandro Meucci è il responsabile della sezione omicidi della polizia del capoluogo piemontese (“Una città che accoglie e guarda al futuro e che è al centro di tutte le mie storie salvo - come in questo caso - qualche sconfinamento nell’Astigiano”), mentre Maurizio Vivaldi è un ex poliziotto che ora si dà da fare come investigatore privato. 
A questo punto briciole di trama de La strategia del coniglio, un titolo di richiamo (“Mi era venuto in mente per caso, dopo decine e decine di rifiuti da parte del mio editore, Carlo Frilli, con il quale ho battagliato anche per la copertina, che a sua volta mi sembra azzeccata, con quel coniglio dagli occhi dolci che, riflettendosi in una pozzanghera, diventano inquietanti”. Ma anche un noir particolare, senza un omicidio, nel quale l’autore dà voce a “una indagine bizzarra”, vista con occhi equidistante dagli attori in scena (vittime, carnefice, poliziotti). 
Una storia peraltro imbastita in un paese dell’astigiano che Blini conosce bene per averci abitato una trentina d’anni, dove le campagne sono abitate da contadini riservati e un po’ misantropi. Come nel caso di Antonio Fregapane, un agricoltore che si fa i fatti suoi e che vive da solo in una cascina isolata. È un tipo strano, che però non ha mai fatto del male a nessuno. E in paese lo vedono raramente, tanto che in molti lo considerano una specie di fantasma. 
Ma a un certo punto succede qualcosa. In effetti un drone fatto volare in zona nota la presenza di quattro ragazzine nel suo cortile di casa. Il che insinua il germe del sospetto in un paio di addetti del Comune che decidono di vederci chiaro… 
Entreranno così in scena, in una nuova intricata indagine che si svilupperà appunto fra Torino e le colline dell’Astigiano, i nostri due amici, i citati Maurizio Vivaldi e Alessandro Meucci, impegnati in una corsa contro il tempo (e anche contro la… logica) per risolvere il caso. A fronte di “una storia malata che farà sprofondare il lettore nel dramma dell'innocenza perduta. Perché nulla è mai veramente come appare. Nemmeno nelle favole”. 
E per quanto riguarda il domani narrativo del nostro autore, capace di impregnare di romanticismo anche le storie più nere? “Visto che mi piace giocare d’anticipo ho già consegnato all’editore la prossima storia, incentrata sui miei due soliti antieroi (che non sono belli, non sono atletici, ma certamente intuitivi), provvisoriamente battezzata Gioco d’azzardo”. Titolo ovviamente già bocciato da Carlo Frilli. “E mentre sto lavorando a un nuovo lavoro continuo a dedicarmi alla lettura. Con libri che vanno dai classici a quelli dedicati alla cucina. Fermo restando un debole dichiarato per George Simenon - il suo Maigret mi aveva irretito sin da ragazzino - e poi, venendo ai nostri giorni, per Maurizio de Giovanni, Carlo Lucarelli, Stephen King e Jeffery Deaver”. E questo è quanto. 


Proseguiamo attingendo dalla storica serie televisiva La signora in giallo, curata da Peter S. Fischer, Richard Levinson e William Link, che girata su carta è arrivata in libreria per la trentottesima volta, sempre per i tipi della Sperling & Kupfer, con Assassinio tra le pagine (pagg. 306, euro 17,90, traduzione di Barbara Murgia), un romanzo in questo caso firmato da Jessica Fletcher & Jon Land. Anche se è risaputo che mentre Land è un autore di successo in carne e ossa (con all’attivo una quarantina e passa di romanzi di diversa estrazione) la Fletcher richiama invece la protagonista televisiva interpretata da Angela Lansbury, attrice plurinovantenne di origine londinese ma naturalizzata americana, figlia di una star di Broadway e di un noto politico. La quale, vestendo i panni di protagonista della serie Murder, She Wrote, si è proposta in ben 264 episodi come una brillante detective dilettante, capace di scovare il colpevole prima ancora che sceriffi, agenti o ufficiali di polizia riescano a capirci qualcosa. 
Per contro Jon Land è nato a Rhod Island, negli Stati Uniti, e risulta di stanza a Providence. Lui che strada facendo si è proposto anche come sceneggiatore del film Dirty Deeds. Una penna che, per la serie della quale stiamo parlando, ha contribuito alla stesura di Appuntamento con la morte, arrivato sui nostri scaffali lo scorso anno, e a Murder in Red, una storia sulla rampa di lancio negli Stati Uniti. 
Come quasi tutti sapranno Jessica Fletcher, scrittrice per lavoro e investigatrice per vocazione, risulta cittadina di Cabot Cove, nel Maine, anche se le vicende che l’hanno vista in scena, strada facendo, sarebbero state ambientate anche in chissà quanti altri Paesi per ragioni commerciali. Jessica che, dopo aver visto di tutto nel corso della sua epica carriera, questa volta si ritrova impelagata in una ennesima, pericolosa indagine. A renderla incredula quanto sospettosa, nel nostro caso, è infatti la notizia che l’Fbi sta indagando per alcuni illeciti finanziari sul suo storico editore, nonché amico fidato, Lane Barfield. Così quando apprende dalla Tv che Barfield si è suicidato, si assume il compito di dimostrarne l’innocenza e riscattarne il ricordo. Come al solito, non le ci vuole molto per rendersi conto di diverse incongruenze nelle indagini, ma anche di alcune prove che negherebbero l’ipotesi del suicidio. Detto questo, chi è interessato a insabbiare il caso? E per quale motivo? 
Al centro della brutta faccenda c’è un manoscritto che Barfield aveva intenzione di pubblicare, dopo che tutti gli altri editori si erano rifiutati di farlo. Ora, però, quel manoscritto è scomparso, così come tutte le tracce della sua esistenza. Morale della favola: come al solito Jessica si troverà immersa in una rete di oscuri legami che pericolosamente sembrano viaggiare verso la Casa Bianca. E nonostante si renda conto di rischiare lei stessa la vita, si rifiuta di fare anche un solo passo indietro. In quanto lei è più che mai decisa a scoprire cosa si nasconda dietro alle pagine del misterioso testo, del quale non si sa nemmeno chi sia l’autore. Ma riuscirà a mettere nero su bianco la parola fine prima che l’assassino abbia scritto il suo necrologio? 
Che dire: in primis il rimpianto per la scomparsa del leggendario co-autore della serie Donald Bain (nato il 6 marzo 1935 e morto il 21 ottobre 2017), che aveva firmato in prima persona o come ghost writer più di novanta libri, molti dei quali diventati bestseller. Lui che per portare a termine la sua ultima fatica, il citato Appuntamento con la morte, si era avvalso appunto della collaborazione appunto di Jon Land. Che ha ora dimostrato di esserne il degno erede, inaugurando una nuova “stagione di gialli imperdibili”. 


L’ultimo consiglio per gli acquisti lo dedichiamo a un’interessante esordiente arrivata sui nostri scaffali per i tipi della DeA Planeta, ovvero l’americana Catherine O’Connel, laureata in giornalismo presso la University of Colorado, che attualmente vive fra Chicago e Aspen dedicandosi, nel tempo libero, alle escursioni in montagna e allo sci, oltre che alla ricerca di vini pregiati. 
Una autrice che si propone in maniera personale ne L’ultima notte (pagg. 412, euro 17,00, traduzione di Alessandra Emma Giagheddu), un thriller di piacevole lettura imbastito su sei amiche (Margaret, Angie, Suzanne, Natasha, Kelly e Carol Anne), tre segreti e un omicidio. Il tutto a fronte di un canovaccio che si regge su un prologo nel quale la voce narrante della storia, appunto Margaret Mary Strueheart, tiene a precisare come un solo passo falso possa far cambiare il corso degli eventi, magari con conseguenze disastrose. Per poi domandarsi - insinuando nel lettore il tarlo del dubbio - cosa sarebbe stata della sua vita senza “quel clamoroso inciampo”. 
È così che prende corpo una storia - raccontata con il taglio del “cronista fedele” - che risale a 25 anni prima e risulta ambientata in quel di Chicago, dove Margaret beneficiava di uno status ottimale: un buon lavoro, delle vere amiche, un fidanzato che tutte avrebbero voluto. Eppure capita che si svegli un sabato mattina, dopo una serata dedicata all’addio al nubilato a due settimane dal suo matrimonio, con un uomo molto bello, e nudo, nel suo letto. Che si dovrebbe chiamare Steven. Forse, visto che i postumi della sbornia si fanno ancora sentire. Non bastasse, a complicare le cose, riceve una telefonata da Suzanne che - a sua volta avvertita da Kelly che si trova, chissà perché, al distretto di polizia - le comunica una bruttissima notizia: Angie è stata assassinata al Lincoln Park. 
A questo punto, a tenere la scena, saranno l’angoscia per la perdita dell’amica e il senso di colpa legato al fatto di aver tradito il futuro marito. Sentimenti e paure che toccano anche le altre componenti del gruppo, tanto più che l’omicidio di Angie sembra aver scoperchiato un calderone di colpe, misteri e segreti che ben presto si trasformeranno in un incubo. Segreti che potrebbero, peraltro, fare il gioco dell’assassino… 
Il giudizio? Un thriller che merita la sufficienza, scritto - sia pure con qualche peccato veniale al seguito (è il caso di alcuni eccessi in inutili descrizioni) - da una penna con le carte in regola per ulteriori margini di miglioramento. Un romanzo che si nutre peraltro di personaggi credibili e anche di una certa malizia narrativa. Ad esempio la capacità di svelare, con la giusta parsimonia, le bugie e i sotterfugi che si nascondono dietro il paravento di esistenze irreprensibili. Il tutto a fronte di un merito della O’Connell: quello di non risultare mai noiosa.

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