Share |

"La strategia del gambero" per stanare la 'ndrangheta nell'hinterland milanese

Dalla graffiante penna di Piero Colaprico una storia che induce alla riflessione, giocata sul sottile crinale che separa la finzione dalla realtà


18/12/2017

di Massimo Mistero


Dopo alcuni anni di relativo silenzio, durante i quali a parlare sono stati comunque i suoi pungenti articoli su la Repubblica (quotidiano del quale, dopo lunghi anni da inviato speciale con una particolare attenzione ai fatti di giustizia e cronaca nera, da un paio di mesi è caporedattore responsabile della redazione milanese) è tornato nelle librerie Piero Colaprico, momentaneamente orfano del suo maresciallo Binda, protagonista di sei romanzi, i primi tre scritti a quattro mani con l’anarchico Pietro Valpreda e gli altri tre da solista, “l’ultimo dei quali - tiene a precisare - mi è stato commissionato dall’Orchestra Verdi, l’ho già consegnato ed è solo in attesa di pubblicazione”. 
Un ritorno sugli scaffali legato a La strategia del gambero (Feltrinelli, pagg. 346, euro 18,00), un lavoro incentrato sulla presenza della ‘ndrangheta in quello che è diventato il suo territorio adottivo: ovvero Milano, città che lo aveva visto arrivare nel 1976 proveniente dalla scuola militare Morosini di Venezia. “Un anno prima della famosa foto, scattata in via De Amicis, che ritraeva un estremista con il volto coperto da un passamontagna il quale, con le gambe divaricate, stringeva fra le mani una pistola, puntata verso un obiettivo non inquadrato dal fotografo”. 
E a Milano - “Io che sono nato come Pietro a Putignano, in provincia di Bari, anche se sin da piccolo per tutti ero soltanto Piero - mentre “frequentavo l’Università Statale, peraltro laureandomi in cinque anni pur assolvendo in parallelo il periodo di militare, mi ero reso conto che Giurisprudenza non faceva per me, in quanto a tenere banco nei miei desideri era la scrittura. In effetti sin da ragazzino con la penna non me la cavavo male, tanto è vero che la professoressa di italiano bene e spesso leggeva i miei temi in classe. Scrittura che avrei frequentato con più assiduità intorno ai 18-19 anni, per poi buttare via tutti gli elaborati di quel periodo in quanto non erano all’altezza”. 
A seguire l’avvento della passione per il giornalismo, “che avevo iniziato a masticare presso una radio privata (Studio 105), seguito dall’assunzione, quando avevo 28 anni, a la Repubblica, diventando professionista nel 1987. E, tempo cinque anni, Eugenio Scalfari mi avrebbe premiato sul campo con la nomina a inviato”.  
Tornando al dunque, ne La strategia del gambero Colaprico ripropone un suo azzeccato protagonista, Corrado Genito, un (ex) tutore dell’ordine ben conscio che a questo mondo non esistono soltanto il bene e il male, ma anche le fragilità, le debolezze e le umane responsabilità. Peraltro affiancandolo con un altro personaggio del suo passato narrativo, l’ispettore della Omicidi Francesco Bagni. Risultato? Una storia criminale - collocata in un presente segnato da infiltrazioni mafiose - che avvince e convince, forte di una struttura noir pronta a intrecciarsi “con quella del grande giornalista per dare vita, in un crescendo di azione e pericoli, di colpi di scena e intrecci sotterranei”, a una vicenda in cui luci e ombre si sposano molto da vicino con la realtà. 
Fermo restando il richiamo iniziale dell’autore (un uomo dal carattere solare, sia pure “con qualche buco nero” ironizza, ma anche un combattente difficile da piegare) al non rimpianto Totò Riina, il capo di Cosa nostra, che intercettato il 14 agosto 2013 nel carcere di Opera ebbe a dire: “Milano è la capitale del crimine”. 
E ora altre briciole di canovaccio, che ci consentono di incontrare Corrado Genito ospite delle patrie galere, dov’era finito ai tempi de La donna del campione “per aver voluto salvare con tutti i mezzi, soprattutto quelli illeciti, l’ostaggio di un sequestro e, diciamolo, per scoparsi alla grande la moglie del rapito, l’ex Miss sorriso Maretta Zara. E appunto per lei, ma anche per i tanti soldi in ballo, s’era lasciato scivolare lungo una deriva sbagliata”. A farne le spese il collega, nonché suo migliore amico, Francesco Bagni, che “era rimasto a terra (era stato dato per morto) condannando Genito a lunghi anni di galera e a un indomabile corpo a corpo con la tristezza”. 
In effetti Corrado è un uomo segnato dai rimorsi e dai sensi di colpa, ma anche dai ricordi che lo inquietano e gli rendono penosa la lunga detenzione con la quale si dovrà confrontare. Per sua fortuna non dovrà però rimuginare più di tanto sui suoi sbagli, in quanto i servizi segreti lo faranno evadere. Il motivo? Perché lui è l’unico in grado di portare a termine una pericolosa missione: quella di infiltrarsi all’interno dei due clan 'ndranghetisti che detengono il potere a Ranirate, un paesino fra Milano e Varese. 
Cosa succede da queste parti è presto detto. “Per tutti gli anni Ottanta e Novanta gli Spanò e i Corallo si erano combattuti a suon di brutali omicidi, ma da qualche tempo sembrano volere la pace. E l’imminente matrimonio fra Kurt Spanò (“il principe dei bastardi”) e la bella Ada Corallo (strada facendo una “contrastata merce di scambio”) dovrebbe sancirla. Una pace cercata in nome degli affari che contano, in altre parole quattrini a palate. Naturalmente toccherà a Genito scoprire quali siano questi redditizi introiti. E per riuscirci avrà dai servizi carta bianca, gestendo un bar e inventandosi - per non rimetterci la pelle e far luce sulle loro losche attività criminali - un metodo di infiltrazione inedito: la strategia del gambero”. Ovvero arretrando anziché avanzare mentre si muove, con opportuna malizia, in un mare di pericoli costellato da criminali incalliti e vecchie guardie della politica. 
Insomma, una penna che graffia e che ha graffiato, quella di Colaprico, sui tanti lati oscuri di Milano e del suo hinterland, evidenziandone gli aspetti delinquenziali che via via hanno caratterizzato il vivere quotidiano. Attingendo peraltro dal gergo della “mala” una terminologia che, ai più, risultava sconosciuta. Dove, ad esempio, casanza sta per carcere, marmotta per cassaforte, noccare per ammazzare, diocesi per luogo sicuro dove spartirsi il bottino, fattone per tossicomane, rifardita per traditore, crasto per cornuto, zanza per truffatore e via dicendo. 
Lui che nei tempi andati aveva coniato il termine Tangentopoli, riferendosi a quel sistema di bustarelle che andava di moda a Milano, anticipando peraltro di alcuni mesi lo scandalo del Pio Albergo Trivulzio, quello che - con l’arresto nel febbraio 1992 del presidente Mario Chiesa, pescato mentre intascava una mazzetta da sette milioni di lire dal proprietario di una piccola azienda di pulizie che voleva essere favorito in una gara d’appalto - aveva dato la stura al fenomeno corruttivo di Mani pulite
Lui che non manca di precisare il suo complicato rapporto con la lettura, a partire dai due libri che gli hanno cambiato la vita, L’Ulisse di James Joyce e Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, per poi sottolineare apprezzamento per Giovanni Testori, Dino Buzzati, Giuseppe Tomasi di Lampedusa nonché Leonardo Sciascia. Fermo restando, per contro, il suo inaspettato no a I promessi sposi di Alessandro Manzoni, un romanzo che, secondo Colaprico, “non dovrebbe essere studiato a scuola”. Che altro? Un debole dichiarato per Il lungo addio di Raymond Chandler, il poliziesco che gli ha spalancato le porte della narrativa gialla, ma anche per Giorgio Scerbanenco, “una specie di fratello maggiore”, e il “primo” Carlo Lucarelli. Senza comunque trascurare Andrea G. Pinketts e Sandrone Dazieri, “autori capaci di mettere mattoni, ma non di costruire un muro”. 
Lui che - sposato e con due figli - ama ricordare con piacere l’inizio del suo sodalizio con Valpreda: “Era successo che Pietro avesse dato alle stampe il suo primo romanzo giallo, Tre giorni a luglio (Tri dii a lui), pubblicato dalle edizioni (anarchiche) Ponte della Ghisolfa, che era stato tutto sommato ben accolto. Ma sul secondo - lui che aveva frequentato soltanto la quinta elementare, ma che strada facendo aveva collezionato letture regalandosi una più che buona fetta di cultura - si era incartato. Fu così che Tecla Dozio, proprietaria a Milano della storica Libreria del giallo che da alcuni anni ha chiuso i battenti, gli suggerì di farsi dare una mano dal sottoscritto, definendomi un pigro, anche se in realtà non lo sono affatto. Fu così che insieme costruimmo la storia del maresciallo Binda. Una figura nella quale aveva trovato spazio molto di Pietro, anche se io lo avevo fatto a sua insaputa, rubandogli spunti mentre lo stavo ad ascoltare. Di certo lavorare con Valpreda, a quei tempi proprietario di un bar, era stato davvero divertente…”. 
Lui che - amante del nuoto, delle camminate in città e anche di qualche “cocktail serio” bevuto da solo in qualche bar - come scrittore ha dato voce a diversi saggi (come Duomo Connection, Manager Calibro 9 o Capire tangentopoli), dimostrandosi peraltro autore di peso anche nel campo della narrativa gialla. Ad esempio aggiudicandosi nel 2004 il Premio Scerbanenco, ex aequo con Barbara Garlaschelli, con La Triologia della città di M, un lavoro incentrato su tre racconti ambientati a Milano. 
Lui che si dice intenzionato, una volta smaltita la sbornia operativa legata al suo nuovo incarico (“Devo ammettere che esco dalla redazione bollito”), a tornare a scrivere. Anche perché la trama di un nuovo romanzo ce l’ha già in testa. 
Lui che ha gradito, eccome, i complimenti che gli sono arrivati pochi giorni fa via mail da parte di un suo lettore non proprio immacolato, in quanto a sua volta - come il protagonista de La strategia del gambero - ha assaporato il gusto amaro del carcere: “Ho appena concluso la lettura del suo romanzo, truculento e intrigante, con un finale travolgente che acchiappa”. Cosa può pretendere di più uno scrittore?

(riproduzione riservata)