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“Later”: c’è sempre un dopo, adesso lo sappiamo. Ma la verità e la salvezza possono costare care

Cambio di passo per Stephen King sul tema del bene e del male, ma anche sulla possibilità di scegliere. E poi la rabbia semplice di Davide Longo e il mistero sacro-profano di Antonella Grandicelli


12/04/2021

di MAURO CASTELLI


Cinquantacinque romanzi (cui se ne aggiungono altri otto legati alla serie La torre nera, sette non-fiction più una dozzina di racconti lunghi) per un totale di mezzo miliardo di copie vendute in giro per il mondo: sono i numeri a parlare per lui. Ovvero per Stephen King, tornato sui nostri scaffali, in contemporanea con quelli americani (dove si è avvalso dei tipi della Hard Case Crime, già editrice di Colorado Kid e Joyland), con Later (Sperling & Kupfer, pagg. 304, euro 19,90, traduzione di Luca Briasco). 
Un canovaccio che sembra essere stato scritto per diventare la sceneggiatura di un altro dei tanti film di successo presi in prestito dai suoi libri e diretti da registi del calibro di Stanley Kubrick, Brian De Palma, John Carpenter, David Cronenberg, Rob Reiner e Frank Darabont. Per non parlare delle molte, seguitissime, serie televisive. Non a caso, in quanto ad adattamenti per il grande e piccolo schermo, soltanto William Shakespeare, Agatha Christie e Arthur Conan Doyle hanno fatto meglio di lui. 
Later, si diceva. Un canovaccio che si propone alla stregua di una variazione sul tema del bene e del male, ricco di “emozioni e tenerezze nei confronti dell’infanzia e della perdita dell’innocenza, oltre che una riflessione matura sulla nostra possibilità di scegliere. Con un tocco di affettuosa ironia nei confronti dell’operoso mondo che gli ruota attorno”. 
Insomma, ancora una volta questo numero uno del terrore si dimostra capace di amalgamare inquietudine e odio, amore e morte, vendetta e riscatto, regalando incubi a chissà quanti lettori. Peraltro giocando su tematiche che graffiano come picconate. Come ad esempio, e siamo nel nostro caso: C’è sempre un dopo, almeno finché non moriamo. D’altra parte solo i morti non hanno segreti
A questo punto briciole di trama: Jamie Conklin ha proprio l’aria di un bambino del tutto normale, ma ci sono due cose che lo rendono invece molto speciale: è figlio di una madre single, Tia, che di mestiere fa l’agente letterario, e soprattutto ha un dono soprannaturale. Un dono che la mamma gli impone di tenere segreto, perché gli altri non capirebbero. Un dono che lui non ha chiesto e che il più delle volte non avrebbe voluto. Ma questo lo scoprirà solo molto tempo dopo. Perché la prima volta che decide di usarlo per consolare un amico è ancora troppo piccolo per rendersene conto. 
Quando poi sarà costretto a usarlo lo farà per aiutare la mamma, quindi per amore. Finché arriverà quella dannata volta in cui tutto cambia, e lui è un ragazzino che non crede più alle favole. Jamie intuisce già, o forse ne è addirittura consapevole, che bene e male non sono due entità distinte, che alla luce si accompagnano sempre le zone d’ombra, se non le tenebre. Eppure deve scegliere. E sceglierà la verità e la salvezza. Ma verità e salvezza, come scoprirà tempo dopo, hanno un prezzo altissimo da pagare. 
Che dire: ancora una volta Stephen King non manca di sorprendere a fronte di una fantasiosa virata a 360 gradi. Toccando corde che, anche se per lui nuove, riesce a trattare con il tocco del fuoriclasse. D’altra parte non è forse vero che è uno dei più acclamati scrittori e sceneggiatori al mondo di letteratura fantastica (in particolare horror e gotico moderno)? 
A questo punto ricordiamo che Stephen Edwin King è nato a Portland, nel Maine, il 21 settembre 1947 (e nel Maine tuttora vive e lavora con la moglie Tabitha e la figlia Naomi). Lui che si era dovuto confrontare a soli due anni con la scomparsa nel nulla del padre, e quindi con la vitaccia della madre che, per tirare avanti, si era dovuta adattare ai lavori più umili. Per non parlare dei suoi problemi di salute, che lo costrinsero, in prima elementare, a diversi mesi di isolamento, durante i quali avrebbe iniziato a leggere e soprattutto a scrivere. 
Una passione - repetita iuvant - che inizialmente non gli regalò soddisfazioni, tanto che per sopravvivere si dovette adattare a fare di tutto, come il benzinaio, lo spazzino e l’addetto a una lavanderia. A complicare le cose, nel 1971, arrivò il matrimonio, fortunatamente felice, con una compagna di studi (Tabitha Jane Spruce, a sua volta scrittrice e poetessa), seguito a ruota dalla nascita dei figli. Di fatto, una vita complicata, resa ancora più difficile dalla dipendenza dall’alcol e dalla droga. 
Ma nel 1974, dopo tre tentativi andati a vuoto, avrebbe ingranato la marcia giusta incassando i suoi primi 2.500 dollari dalla casa editrice Doubleday per la pubblicazione di Carrie, un romanzo passato inosservato nell’edizione rilegata ma che avrebbe riscosso un enorme successo in quella economica, superando il milione di copie vendute. A quel punto King, grazie anche alla cessione dei diritti per la trasposizione cinematografica, decise di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, regalando subito ai lettori altri romanzi di successo. 
Dopo Carrie avrebbe infatti pubblicato Le notti di Salem e soprattutto Shining, due romanzi che ancora oggi tengono banco al botteghino. Per non parlare di tutti gli altri thriller di successo arrivati in libreria. Tanto è vero che nel 2015 venne insignito dal presidente Obama, per i suoi meriti artistici, della National Medal of Arts. 
Insomma, un autore fuori dalle righe capace di tradurre in parole semplici concetti difficili. Fermo restando il suo apprezzato rispetto per la famiglia. Tanto da fargli affermare: “Mia madre e mia moglie mi hanno insegnato a essere un uomo. I miei figli mi hanno insegnato a essere libero”. 


Il secondo suggerimento è legato alla penna di Davide Longo, nato nel 1971 a Carmagnola, comune piemontese a una trentina di chilometri dal capoluogo, famoso fra l’altro per i suoi peperoni (non che io sia un cuoco, ma solo per affetto condiviso con mia moglie Annamaria capace di dare i numeri ogni volta che non li trova quando li vuole mettere sott’olio). 
Per la cronaca Longo vive a Torino (“Una città - narrativamente parlando - che con la luna non è credibile”), dove insegna scrittura alla Scuola Holden e tiene corsi di formazione per gli insegnanti su come utilizzare le tecniche narrative nelle scuole di ogni grado. Fermo restando un debole dichiarato per la sua casa di montagna in Valle Varaita, dove ha creato il progetto di ospitalità e scrittura AlfaBaita. 
Lui che non manca di vantarsi di essere stato pubblicato in molti Paesi, “ma non nel Burkina Faso”. Lui che si propone anche come regista di documentari, autore di testi teatrali e radiofonici, oltre che collaboratore, strada facendo, di testate come Repubblica, Avvenire, Slow Food, Donna, GQ, Travel, Alp, il quotidiano olandese Ncr.next e la rivista tedesca Adac
Lui che aveva debuttato sugli scaffali nel 2001, per i tipi della Marcos y Marcos, con Un mattino a Irgalem, romanzo vincitore del Premio Grinzane opera prima e del Premio Via Po. E sempre nel 2001 aveva dato alle stampe anche il libro per bambini Il laboratorio di Pinot. Tre anni dopo sarebbe stata la volta de Il mangiatore di pietre, Premio Bergamo e Premio Viadana, per poi proseguire su questa strada accasandosi dapprima alla Feltrinelli e quindi alla Einaudi che nel 2018 gli ha ripubblicato, sotto il titolo Così giocano le bestie giovani, i due precedenti libri con protagonista il commissario Vincenzo Arcadipane (Il caso Bramard e Le bestie giovani). 
Einaudi che ora lo rimette in pista, nella collana Stile Libero Big, con Una rabbia semplice (pagg. 324, euro 18,00), un lavoro nuovamente interpretato da Vincenzo Arcadipane, un quarantacinquenne dalla parolaccia e dall’arrabbiatura facili, con alle spalle un matrimonio fallito e un futuro che, in prospettiva, non sembra un granché. 
Un uomo in crisi, convinto di avere smarrito l’istinto che lo guidava nelle sue precedenti indagini, il quale sta vivendo una stagione di ricordi, come quelli legati a ogni strada, ogni bar, ogni osteria della sua città. Di fatto un poliziotto stanco, alle prese con la rassegnazione e con il dubbio di essere stato lasciato in panne persino dalla sua intelligenza. Fortuna vuole che a risvegliarlo da questa specie di torpore intellettuale arrivi un nuovo caso di violenza. Di quelli che non mancano mai nelle pagine di cronaca. Ma questa volta la faccenda ha risvolti più inquietanti, che si nascondono dietro un male insensato, che sembra non lasciare scampo. 
Cosa succede è presto detto: una donna viene picchiata fuori da una stazione della metropolitana di Torino e il colpevole rintracciato in poche ore. A prima vista niente di nuovo sotto il sole. Eppure c’è qualcosa che non quadra, di questa faccenda, nella testa di Arcadipane. E sarà proprio l’istinto a suggerirgli che c’è dell’altro dietro questo caso dalla sua sin troppo facile soluzione. 
Ecco perché, anziché tirare i remi in barca, decide quindi di approfondire la faccenda, grazie anche all’aiuto di Corso Bramard, suo vecchio capo e mentore, nonché dell’irrequieta agente Isa Mancini: una squadra collaudata alla quale si aggrega uno strano ex poliziotto dai tratti ossessivi. Sta di fatto che insieme si troveranno a scoprire le regole di un gioco folle e letale, una discesa nel mondo sotterraneo della Rete che, girone dopo girone, li porterà là dove “si sbrigano le faccende che non hanno bisogno di occhi”. 
Che dire: un lavoro sorretto da una scrittura per certi versi unica, asciutta e al tempo stesso graffiante. A fronte di una storia leggera e complessa, che si nutre di fango e di tristezza, di ironia e di debolezze. Proponendosi, per dirla con le parole di Alessandro Baricco sui suoi romanzi, alla stregua di “un cocktail, miscelato con due parti di Fenoglio, due di Simenon, una di Paolo Conte e cinque di Davide Longo. Al quale aggiungere una spezia (qualcosa come una goccia di disperazione…) e poi servirlo. Ma una volta che ne hai buttato giù uno non smetterai più”. 
Che altro? Di fatto un personaggio fuori dalle righe, Davide Longo, che sui social, in quella che lui definisce la sua “biografia vera”, ama presentarsi così: “Da bambino ero afono, trifasico, con la riga da una parte, pantaloni blu mare di velluto fatto ad arte. Crebbi asburgico, un po’ nespolo nell’asilo rosa antico canticchiando che può darsi ch’io non sappia cosa dico. Vacanze stuffie con i nonni ippomatici alveatori, con le onde, le bigliette, facce cicliche di corridori. Ebbi una zia più di tutte, gran sacerdotessa dell’asinara, gran campionessa del coppertone, nemica del congiuntivo e del sapone. Sul molo di Bordighera la ricordo, ma con i capelli già a Spotorno. Mi piacevano le bambine con la faccia da stariffo, un po’ gnegne, un po’ saggine, un po’ balilla, moscardine; le sbirlavo da dietro i muri, ma a conversarci mi mansuivo, sbadigliavo, tiravo un sasso, dicevo: lo sai qual è la capitale del Burkinafasso”. 
Insomma, ce n’è abbastanza per farsi carico di un giudizio (ovviamente bugiardo e millantatore) su questo bravo scrittore. 


In chiusura di rubrica mirino puntato sulla genovese Antonella Grandicelli, una laurea in Lettere moderne preceduta dallo studio delle lingue straniere, al suo secondo appuntamento con il romanzo - fatti salvi i racconti pubblicati in diverse antologie - con Il respiro dell’alba (Fratelli Frilli, pagg. 304, euro14,90). Un noir nel quale rimette in pista il commissario Vassallo e il poeta Luigi Martines. 
Due personaggi - opposti ma per certi versi complementari, che durante la narrazione imparano a conoscersi, “avvicinandosi sempre di più fino a toccarsi” - che l’autrice aveva fatto debuttare ne Le ali dell’angelo, edito da Robin. Un lavoro definito “un esperimento, una specie di sfida”, giocato su una “scrittura emozionale, intima e se non addirittura poetica”. Sarà forse perché - ha tenuto a ironizzare - “amo alla follia l’islandese Jón Kalman Stefánsson?”. 
Parte integrante di questa angolatura è appunto Martines, un poeta che non scrive più; un tipo fuori dalle righe che si propone come un alcolista frequentatore di cimiteri. Un emarginato “il cui sguardo sul mondo e su ciò che lo circonda di poesia ne è comunque sempre impregnato”. Ovviamente questo non significa - da parte di Antonella - trascurare la trama, che nel filone giallo ne rappresenta l’ossatura. Semmai divagare, puntando “sul significato delle parole come principale filtro e veicolo di emozioni”. 
E appunto Vassallo e Martines li ritroviamo a confrontarsi ne Il respiro dell’alba, un romanzo imbastito sul ritrovamento, in una livida alba d’ottobre, di un corpo che galleggia nelle grigie acque della baia di Vernazzola, uno dei quartieri più suggestivi di Genova. Tirato a riva il corpo, il commissario e i suoi uomini si accorgono, con loro grande sorpresa, che si tratta del cadavere di una suora.

Cambio di scena. Nello stesso istante del macabro ritrovamento qualcuno bussa alla porta di Luigi Martines, che si risveglia da un sonno agitato da non pochi fantasmi. Ha infatti ancora tra le mani una vecchia foto trovata la sera prima nella cassetta della posta. Sul retro di quella foto una data e un oscuro messaggio: Ciò che eri può ucciderti più di ciò che sei? Un interrogativo che guarda caso si sposa - aggiungiamo noi - con un altro: cosa lega il cadavere di una suora a una vecchia fotografia? 
Indagando tra un passato dimenticato e un presente oscuro, Vassallo e Martines si ritroveranno invischiati in una ragnatela di ambiguità e omissioni, falsità e ricatti, che finiranno per mettere in pericolo la carriera del primo e la vita del secondo. Complice un’indagine che si rivelerà zeppa di trappole, sconcertanti dubbi e agghiaccianti rivelazioni, a fronte della ricerca di una verità che a nessuno sembra interessare o, meglio ancora, che nessuno vuole vedere. Una verità che ha molte facce e che non è mai la stessa per tutti. 
Antonella Grandicelli, si diceva, le cui radici affondano sia a ponente che a levante di Genova, essendo nata e cresciuta in Valpolcevera; luoghi che l’hanno portata ad assorbirne la cultura e il dialetto, una lingua che ama peraltro parlare e ascoltare. Luoghi di silenzi e di pungente odore del mare, di fazzoletti di cielo tersi, tutti da vivere e che lei ama travasare nelle sue storie e nei suoi personaggi. 
Che altro? In primis il piacere di girare il mondo, “ma sempre tenendo in mente da dove vengo”, in quanto il sapere chi sei aiuta a non diventare chi non vorresti essere. Fermo restando un amore viscerale per la sua città, che vede bellissima anche se vecchia e malandata. 
E poi il forte legame con la scrittura, che occupa uno spazio importante nella sua vita. Non a caso, anche quando materialmente non lo fa, non manca di annotarsi appunti nella mente: “Di giorno o di notte poco importa. Magari per catturare un’immagine o un’emozione, oppure il filo conduttore di una storia…”.

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