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"Le alternative dell'amore" fra verità nascoste e coincidenze che forse tali non sono

Un penna che intriga all’insegna dell’ironia e della passione, quella di Lorenzo Licalzi, capace di giocare a rimpiattino con il lettore a fronte di una variazione di toni che abbracciano il giallo, il mistero e i sentimenti. Come lui stesso ama peraltro raccontare


18/02/2019

di Massimo Mistero


Un romanzo - Le alternative dell’amore (Rizzoli, pagg. 320, euro 18,00) - che parte in sordina, per poi deliziosamente aprirsi ai sentimenti e al mistero all’insegna di un giallo sfumato, fra verità nascoste e coincidenze che tali forse non sono. A fronte di una scrittura in cui disincanto, ironia e passione piacevolmente si abbracciano; una scrittura che non lascia quasi mai nulla al caso, capace di ingranare la quarta quando meno te lo aspetti. Il tutto supportato da dialoghi vincenti (“Credo rappresentino il mio punto di forza nell’ambito di un modo di scrivere schietto, diretto e senza fronzoli”) che si rapportano con una vicenda di fantasia (“Soltanto le citazioni corrispondono a luoghi reali, così come la rievocazione storica”) che abbraccia presente e passato, giocando a rimpiattino con una continua variazione di toni, maliziosi quanto intriganti. 
E poi un indiscutibile talento nell’attingere, quasi senza darlo a vedere, in quel pozzo senza fondo che sono i sentimenti umani. Il tutto venato da una malinconia leggera, che ben si addice a molti artisti nati all’ombra della Lanterna. Sì, perché Lorenzo Licalzi è appunto nato a Genova l’11 novembre 1965, dove ha frequentato il liceo scientifico per poi laurearsi con il massimo dei voti in Psicologia a Roma (“In passato questa facoltà esisteva soltanto nella Capitale e a Padova”), mentre ora risiede a Pieve Ligure con la moglie Claudia e il figlio ventenne Tomaso, mentre la primogenita Camilla (trent’anni) ha spiccato il volo e attualmente lavora in una casa editrice di Monaco di Baviera. 
Che altro? Intanto il lato umano, che lo vede caratterialmente “razionale ed emotivo al tempo stesso”; poi una passione di vecchia data per la “pesca alla traina” nel golfo di Genova (“Ho posseduto, nel tempo, tre o quattro barche, anche se ora ho lasciato, limitandomi a qualche scorribanda in Sardegna, dove possiedo una casetta, con un mio amico pescatore”). Passione abbinata a quella della lettura, a partire dal saggista giapponese Haruki Murakami e proseguendo con il milanese Andrea De Carlo, il romano Niccolò Ammanniti e il fiorentino Sandro Veronesi, “coloro che mi hanno dato lo stimolo giusto per mettermi a scrivere”. A fronte di un rapporto, appunto con la lettura, che viaggia a corrente alternata: “Arrivo a leggere una quindicina di libri in un paio di mesi, salvo poi non aprirne nemmeno uno quando mi metto a scrivere sul serio”. 
Il tutto condito da una bordata di interesse per la fisica, che lo ha visto impegnato, “a livello puramente intellettuale”, per quattro o cinque primavere. Mentre da una decina d’anni l’interesse, in forma di “amore quasi ossessivo”, è rivolto a una Triumph vintage, “una moto che diventa sempre più bella per via delle mie assidue cure e con la quale mi diverto a scorrazzare con gli amici sulle colline genovesi”. 
E ancora: una figura casualmente prestata alla narrativa - come riferiremo in seguito - capace di spaziare a largo raggio. E a testimoniarlo sono i tredici libri pubblicati, alcuni arrivati nelle librerie di una decina di Paesi, come Germania, Russia e Giappone. Dieci dei quali sono romanzi (tre di stampo prettamente umoristico, ovvero Il privilegio di essere un guru, 7 uomini d’oro e Vorrei che fosse lei), oltre a un saggio e anche a quello che meno ci si potrebbe aspettare. Ovvero il recente Cerchiato di blu, edito dalla Fratelli Frilli, che si rapporta con la sua passione calcistica, quella per la Sampdoria. Un libro che, a fronte dell’immagine di un lupo che ulula a una luna blucerchiata, raccoglie un’ampia selezione degli articoli scritti per Il Secolo XIX a partire dal febbraio 2010, anno in cui ha visto la luce la sua ormai leggendaria rubrica “Cerchiato di Blu”. 
Lui che aveva esordito sugli scaffali nel 2003 con Io no, il romanzo edito dalla Fazi che sarebbe diventato un film diretto da Simona Izzo e Ricky Tognazzi e interpretato dall’attrice spagnola Inés Sastre. Lui che strada facendo avrebbe assaporato le luci della ribalta, aggiudicandosi il Premio Marisa Rusconi per il miglior romanzo esordiente, per poi collezionare medaglie al Bancarella, con un quarto, un terzo e un secondo posto (nell’edizione vinta da Gianrico Carofiglio). 
Lui che, curiosamente, non pensava nemmeno alla lontana di diventare scrittore, salvo poi sposare la penna per via di certi percorsi di vita. Quegli stessi che non manca di raccontarci. Ma andiamo con ordine. 
 “Intanto - tiene a precisare - a tenere banco nella mia vita è sempre stato il mio lavoro di psicologo. Con una variazione vincente al seguito. Successe quando, io e un mio amico ortopedico, decidemmo di rilevare una piccola casa di riposo (una ventina di posti letto in tutto) nel centro di Genova. Per pubblicizzare l’iniziativa, una delle prime in città, mettemmo un’inserzione sull’edizione domenicale di un quotidiano locale e al mercoledì avevamo già ricevuto trecento risposte. Insomma, partimmo alla grande e nel giro di sei mesi avevamo già attivato una seconda attività da 50 posti letto e via di questo passo, sino ad arrivare a dare lavoro a una cinquantina di dipendenti”. 
Ma forse Lorenzo Licalzi stava chiedendo troppo a stesso, visto che in parallelo al suo ruolo nelle case di riposo (dove si occupava di gestione del personale, risorse umane e rapporti con i pazienti) portava avanti anche un altro lavoro come psicologo presso la sede genovese del ministero della Difesa. Per non parlare delle sue passate attività nell’ambito dei servizi psichiatrici di diagnosi e cura, oltre che dell’impegno legato ai tossicodipendenti presso una Asl. Tutti lavori altamente logoranti. 
“In effetti, a un certo punto, l’avere a che fare con il dolore e la sofferenza si tradusse in un grande stato di stress e di ansia. Tanto è vero che, ogni volta che alla domenica mattina suonava il telefono di casa, avevo un sobbalzo. Fu così che decisi di prendermi un anno sabbatico dal mio impegno nelle case di riposo (ma conservando il lavoro al ministero) proprio nel periodo in cui stava nascendo il mio secondo figlio, con l’intenzione di scrivere un romanzo su una storia che mi frullava per il cervello. Ma dopo tre mesi mi trovai a scalpitare e, non volendo tornare al mio impegno imprenditoriale, chiamiamolo così, iniziai a darmi da fare anche come perito presso il tribunale di Genova”. 
Complice “il mio avvocato, il quale si disse disposto a passarmi le perizie in suo possesso a patto che sapessi utilizzare il computer e che i resoconti li sapessi scrivere bene, in quanto una buona stesura aveva il suo peso nella valutazione dei giudici. E visto che non ero un fulmine di guerra nell’utilizzare il Pc mi consigliò di ricopiare un libro. La scelta capitò su Va dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro, ma a pagina tre non ce la feci più a proseguire. Per contro mi misi a fantasticare mentre portavo a spasso mio figlio, inventandomi storie che iniziai - unendo l’utile al dilettevole - a scrivere con la penna per poi travasarle sul computer”. 
A questo punto una spruzzata di umorismo al seguito, di quelle che hanno sempre fatto parte del suo Dna. Eccolo pertanto raccontare: “Gli inizi non furono fra i migliori, in quanto mi ritrovai a battagliare con le virgole, nel senso che ritenevo si spostassero da sole durante la notte. In effetti in prima battuta la lettura del testo filava via liscia come l’olio, ma il giorno dopo, rileggendo quanto avevo scritto, mi sembrava che qualcuno avesse apportato delle modifiche…”. 
Tuttavia, strada facendo, il rapporto sia con la scrittura che con il computer sarebbe migliorato a vista d’occhio. “Anche perché mi ero lasciato prendere da una botta di fervore creativo”. E tutto sarebbe diventato più facile, tanto da indurlo a proseguire proprio su questa non facile strada. 
Un lungo preambolo il nostro - ma certamente ne valeva la pena per conoscere più a fondo questo singolare personaggio - per arrivare ai contenuti de Le alternative dell’amore, un libro “sui sentimenti in cui giallo, amore e mistero si intrecciano”. Di fatto un romanzo che parla d’amore e di guerra, di un omicidio che potrebbe essere un suicidio, di verità nascoste e coincidenze che forse tali non sono. Ma anche di cibo, di vini eccellenti e di un posto bellissimo come la Borgogna (“Che conosco molto bene, anche se inizialmente volevo ambientare il canovaccio in un paesino delle Langhe”). 
Al centro della trama sono due storie che si intrecciano a settant’anni di distanza l’una dall’altra: quella di Tristan Dubois, giovane scrittore parigino che si rifugia in un piccolo paese nel cuore della Côte d’Or in cerca dell’ispirazione perduta e per riconciliarsi con il ricordo di Isabelle, che lo ha lasciato da quattro mesi, ma che continua ad amare; e quella di Wilfred Baumann, ex ufficiale nazista che durante l’occupazione tedesca in Francia comandava un piccolo plotone dislocato nello stesso paese in cui, per oscure ragioni, è tornato a vivere dopo anni, comprando la grande villa che a quel tempo era la sede dei soldati. 
“Gli abitanti del posto, di questo Baumann, ne parlano mal volentieri e lo dipingono come una persona spregevole che si è macchiata di crimini orrendi, tra cui la fucilazione di dieci civili e l’istigazione al suicidio, se non addirittura l’omicidio, di una giovane cameriera che lavorava nella villa. Dubois, incuriosito dalla vicenda del vecchio ufficiale, comincia a indagare sul suo passato, scontrandosi però contro un muro di omertà”. Di fatto l’incontro tra i due uomini sarà illuminante, tanto da cambiare le loro vite in un turbinio di emozioni. 
E questo è quanto, sia pure con alcune postille al seguito. Ad esempio, la momentanea messa a riposo, da parte di Licalzi, della sua vena creativa nonché la sua curiosa presa di posizione nei confronti di coloro che si complimentano con lui millantando: Caro Lorenzo, il tuo libro mi ha cambiato la vita. “Semmai un libro - tiene a precisare - può arricchire, far capire alcune cose, ma mai contribuire a cambiare una vita”. Fermo restando, come ebbe a scrivere ne La vita che volevo, che “ogni piccola decisione che prendiamo cambia la storia del mondo”. Ma allora come la mettiamo?

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