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La generazione perduta annegata dal debito: un epilogo avvilente per il nostro Paese

Francesco Vecchi denuncia gli errori commessi dalla nostra classe dirigente, errori che hanno ipotecato il futuro dei giovani. Piangersi addosso è però inutile, assicura. La soluzione? Non occorre lasciare il Paese, ma cercare di cambiarlo con pazienza e coraggio


09/12/2019

di Giambattista Pepi


Un libro normalmente si comincia a leggere dal primo capitolo. Anzi dall’introduzione, o dalla prefazione. Quando ho preso in mano I figli del debito (Piemme, pagg. 158, euro 16 e 50) di Francesco Vecchi ho cominciato a leggerlo partendo proprio dall’ultimo capitolo, che si intitola Un nuovo patto. È questo l’epilogo avvilente del ritratto di una generazione arrabbiata con la politica, la conclusione amara di un viaggio alla radice economica del malessere e delle frustrazioni di chi ha cominciato a lavorare e ad affacciarsi alla vita pubblica dalla metà degli anni Novanta in poi, ed è arrivato quando i cordoni della borsa erano ormai chiusi e il tavolo spazzolato. 
In quelle sette pagine è condensato il presente di una “generazione” perduta, quella naturalmente italiana, zavorrata dalla palla di piombo del debito pubblico accumulato negli ultimi tre decenni da una classe dirigente crapulona, corrotta e spregiudicata, che ha finito per ipotecare il futuro di molti e, con loro, quello del nostro Paese. 
Ciò che balza agli occhi per la loro crudezza sono le cifre del nostro debito pubblico, degli interessi che paghiamo ai creditori che ci finanziano sottoscrivendo i titoli di Stato e che cosa potremmo fare con quei soldi se potessimo risparmiarli e investirli nella ricerca, nell’istruzione, nell’integrazione delle pensioni sociali, nel reddito di sussistenza, a favore dei nuovi nati, nella realizzazione di infrastrutture materiali e immateriali. Potremmo realizzare molte cosa belle e utili che potrebbero ridare slancio alla nostra economia, trattenere in Italia i nostri talenti, dare occupazione ai giovani, e migliorare la qualità della vita dell’intera comunità nazionale. 
Come l’Idra di Lerna, il mitologico serpente acquatico, che aveva sei o sette teste che, se tagliate, ricrescevano, il nostro debito pubblico cresce incessantemente. 
Nel libro non viene indicato, ma per curiosità sono andato a vedere a quanto ammontava al 30 settembre scorso. La Banca d’Italia nell’ultimo Bollettino statistico lo fissa a 2.439 miliardi di euro, con un calo di 23,5 miliardi rispetto ad agosto, dopo aver toccato il massimo storico a luglio (2.466 miliardi). 
Nel 2012, quando la crisi del debito sovrano scuoteva l’Europa, inquietava le cancellerie europee, la speculazione finanziaria scommetteva sul collasso dell’euro, e meno male che il nostro Mario Draghi (presidente della Bce), disse nel corso di un meeting a Londra che avrebbe fatto qualsiasi cosa per salvare la moneta unica, lo spread (è l’indicatore della capacità di un paese di restituire i prestiti e per tale ragione viene utilizzato come parametro di riferimento per determinare la sua stabilità economica in correlazione con il contesto internazionale) si portò al massimo storico. 
Con lo spread alle stelle, pagavamo 80 miliardi di euro di interessi sul debito; ora, per fortuna, ha cambiato direzione, ed è cominciato a scendere. Nel 2019, tuttavia, per i soli interessi spenderemo circa 65 miliardi di euro, ma continuando di questo passo, tra quattro anni ne spenderemo quasi dieci in più e tra quindici, se non vi porremo rimedio, più del doppio. Dal 1992, quando l’Italia firmò il Trattato di Maastricht, ad oggi, il nostro Paese ha speso 2.300 miliardi di euro di interessi sul debito. Una cifra enorme. 
“Il debito pubblico ha fottuto il futuro del Paese” dice sconsolato l’autore (che conduce assieme a Federica Panicucci Mattino 5, programma di Canale 5). “Ha fottuto la possibilità di governarlo, di crearlo a nostra immagine e somiglianza”. 
Si pensi che se nel 1982, l’anno in cui è nato l’autore, ogni italiano aveva già un debito di 3.300 euro, oggi la situazione è decisamente peggiorata: ad ogni persona, neonati compresi, non basterebbe il reddito guadagnato in un intero anno, per ripagare il debito pubblico di 38mila euro che grava sulle sue spalle. Capito? Praticamente, con un rapporto tra debito e Pil al 132%, chi nasce oggi è già fallito. Chi è arrivato ora ha le mani legate e l’unica cosa che può fare in concreto è “ripagare i nostri creditori”. 
Di errori fatali che ci hanno portato sull’orlo della bancarotta il Paese ne ha compiuto. Qualche esempio? La riforma del 1969 che consentita di andare in pensione a 60 anni (55 per le donne) con il 70-80% dell’ultimo stipendio. Nel 1978 poi arrivò il Servizio sanitario nazionale che estese universalmente le migliori prestazioni sanitarie per tutti. Le aziende partecipate dallo Stato si riempirono di dipendenti: passarono dai 460mila del 1971 ai 600mila del 1980. E potremmo continuare per un pezzo a snocciolare le tante nefandezze della nostra classe dirigente: che comprende, si badi bene, non solo la casta dei politici, ma anche quelle dei sindacalisti, degli imprenditori, dei boiardi di Stato, e compagnia bella. 
E allora? Qual è la ricetta che può permettere al Paese di ricominciare? Non l’austerità, questo è certo, perché ha solo depresso i consumi, gli investimenti e dunque l’economia, ma nemmeno è servita a farci rendere più sopportabile, facendolo diminuire, il debito pubblico, che sta condizionando la vita di molti italiani, che, anzi, paradossalmente, è continuato a salire. 
“Da ventisette anni veniamo bacchettati da Bruxelles, da Washington, da Francoforte - scrive tra il serio e il faceto Vecchi - e pende su di noi un giudizio morale, al quale è impossibile sfuggire. Sei indebitato? Allora sei colpevole”.  E la cosa buffa è che pensiamo (a torto) che sia l’Europa ad averci privato della sovranità, mentre siamo noi stessi ad averci tirato la zappa sui piedi. 
E allora in definitiva siamo spacciati? C’è qualcosa che possiamo fare prima di tirare le cuoia? In concreto cosa dobbiamo fare? “Bisogna ridare alla generazione più giovane e a quelle che verranno la libertà che i figli del debito non hanno avuto. Scegliere. Cambiare il Paese invece di cambiare Paese” è la ricetta di Vecchi. 
Purtroppo, lo sanno coloro che ambiscono a governare, gli spazi di manovra sono stretti. La coperta è corta: se riduci le tasse, rinunci alle entrate; se aumenti la spesa, devi aumentare le tasse; se vuoi tagliare le spese, rinunci a dare servizi ai cittadini. Insomma è un circolo vizioso, dal quale è difficile uscire. E la ragione è che il nostro debito pubblico è divenuto insostenibile. E non serve dire che il Paese è ricco, perché la ricchezza in mano ai privati vale da 4 a 5 volte il nostro debito. Ma accetterebbe mai un cittadino di dare l’oro per la sua Patria? Ma quando mai! Se gli italiani sottoscrivono i titoli dello Stato non lo fanno per solidarietà, ma per conseguire un rendimento, o, in caso di tassi negativi, per metterli in cassaforte convinti che lo Stato italiano non fallirà mai. 
Occorrerebbe dire la verità al Paese, senza girarci intorno come fanno ipocritamente i nostri politici (e gran parte della classe dirigente), ma non sarebbe popolare, non assicurerebbe consensi, tessere, prebende. Eppure qualcosa, prima o poi, bisognerà pur fare, si chiede l’autore: “o ci si siede al tavolo e si rimettono in discussione i diritti e i doveri di tutti gli italiani oppure non ci si salva”. 
Il debito purtroppo non è solo un vincolo che imbriglia, un peso che ci schiaccia, è anche una barriera che si frappone, che divide le generazioni, “tra chi è arrivato prima e chi dopo, tra chi è responsabile e chi non lo è”. 
Così come non è tutto oro quello che luccica, non è nemmeno carbone tutto ciò che è scuro. Ma il Paese - conclude con una nota di ottimismo l’autore - ce la può fare. E la risposta non può che venire da noi stessi, dagli italiani. Ma bisogna volerlo e tirare fuori gli attributi! 
Una chiosa finale. Ci sembra – ma vorremmo sbagliarci – che l’autore insista un po’ troppo nello scaricare le responsabilità del debito pubblico accumulato dal Paese agli errori commessi dalla generazione precedente, che hanno tarpato le ali alle nuove rendendo complicato il loro futuro. 
Questo ci sembra fuorviante e ingiusto. Anzitutto perché non è andata proprio così e, comunque, questo non può valere per tutti: i requisiti per andare in pensione sono stati sempre stabiliti dal Legislatore, quindi dal Parlamento e non certo dai cittadini, i quali sono costretti ad adeguarvisi. Ci sono stati errori. Sì, ad esempio, le baby pensioni. Ma questo non riguardò tutti i pensionati cui genericamente si riferisce l’autore. 
Inoltre, per la più gran parte le pensioni sono state conseguite al termine di un periodo di lavoro che è andato ben oltre quelli stabiliti dalla riforma fatta dal ministro Elsa Fornero durante il Governo dei tecnici presieduto da Mario Monti. Che lo stesso autore per altro ha intervistato, comprendendo quanto sia difficile far passare una legge che ha reso sostenibile il sistema pensionistico. Solo che non sono mai stati capaci di saper comunicare quali sarebbero stati i benefici a medio – lungo termine di quella riforma così tanto invisa a gran parte degli italiani, sebbene non sia stata esente da difetti. Uno dei quali è stato aver creato la categoria dei cosiddetti esodati: coloro che, durante la transizione tra le vecchie norme e quelle nuove, si sono trovati senza lavoro e senza pensione, e che lo Stato ha poi dovuto “salvare” perché altrimenti sarebbero finiti in mezzo alla strada. 
Infine, la generazione a cui appartiene l’autore, è per certi versi fortunata: perché vive in un Paese in pace da oltre 70 anni, in uno Stato di diritto, che tutela le libertà fondamentali dell’uomo, in un Paese integrato all’interno di un’Europa nella quale le persone, i capitali e le merci circolano da oltre tre decenni liberamente, in una Nazione che attraverso l’istruzione pubblica e il diritto allo studio, consente a tutti l’istruzione obbligatoria e quella superiore e universitaria, il Servizio sanitario nazionale (SSN) che consente l’accesso a costi calmierati ai servizi sanitari, e ancora più opportunità per studiare, formarsi, viaggiare e lavorare all’estero come le generazioni precedenti non si sognavano nemmeno lontanamente di poter mai fare. 
Il problema vero è un altro: è far diminuire per tutti in maniera graduale e proporzionale al patrimonio e al reddito di ciascuno, sinecure, prebende, contributi, incentivi e agevolazioni varie, che appesantiscono oltremodo il bilancio dello Stato, e a cui nessuno è disposto a cuor leggero a rinunciare. E nello stesso tempo lavorare di più, investire di più, consumare di più. Insomma creare più ricchezza, perché già per questa via si potrebbe diminuire il deficit e il debito. 
È una strada stretta e impopolare, che nessun partito e nessun politico è disposto a imboccare e nessuna categoria è disposta a condividere e avallare. Ma non ce ne sono altre se si vuole effettivamente cominciare ad aggredire lo stock del debito pubblico, liberando risorse per la crescita. Tutto il resto è retorica e piagnistei che non servono a nulla e a nessuno.

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