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"Le parole di Sara": il tempo del silenzio è finito e la donna invisibile è tornata

Il prolifico Maurizio de Giovanni rimette in scena, per la seconda volta, una protagonista difficile da dimenticare. Addentrandosi, con il suo solito garbo, fra le pieghe dei nostri mali quotidiani


08/04/2019

di Massimo Mistero


Maurizio de Giovanni, un nome una garanzia. Un prolifico autore capace di spaziare a 360 gradi. Giocando a rimpiattino tanto con i sentimenti quanto con i lati oscuri della vita. Senza mai dimostrarsi ripetitivo, grazie a una fantasia e a una sensibilità fuori dal comune sia nell’approcciare fatti e situazioni, amori e tradimenti, sia nel trattare misteri e delitti, giustizieri e uomini di legge. Spesso mettendo al centro delle sue storie una Napoli gravata da tante, troppe debolezze, sempre trattandole con il garbo che gli è congeniale. 
Lui portatore di una robusta cultura, che comunque non fa pesare fra le pagine dei suoi libri, dove peraltro è sempre presente ma mai sbandierata. Lui che da ragazzo aveva amato “la letteratura popolare, con un debole dichiarato per la fanta-archeologia di Peter Kolosimo, Philip Dick e Isaac Asimov”. Fermo restando il ricordo del primo libro letto: Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, “un romanzo impregnato di vendetta e sofferenza che non mancò di catturarmi”. E che ancora rilegge ogni tanto “scoprendo nuove quanto impensate angolature”. 
Maurizio de Giovanni, nato a Napoli il 31 marzo 1958, anche se il suo lavoro iniziale (quello in banca) lo aveva portato lontano, se non andiamo errati in Sicilia. Lui che, da buon partenopeo, qualche scaramantica mania se la porta al seguito. Come quella di un fermacarte risalente al primo conflitto mondiale, forse realizzato - ne abbiamo già parlato - utilizzando il metallo di una scheggia che aveva sfiorato suo nonno mentre era in guerra. “Per me è un simbolo di pericolo e salvezza al tempo stesso. Così non manco di accarezzarlo e coccolarlo quando sono in cerca di ispirazione”. 
Di fatto un simpatico numero uno, quanto mai attento al sociale, che ha vinto - fra gli altri - il Premio Viareggio, il Premio Camaiore nonché il Scerbanenco, oltre a essere stato tradotto in una ventina di Paesi (come in Francia e negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Germania, in Spagna e in Russia, in Danimarca e via dicendo). 
Lui che nel 2005 aveva iniziato la carriera di scrittore partecipando a un concorso, peraltro vinto, indetto da Porsche Italia e riservato a giallisti emergenti, con un racconto ambientato nella Napoli degli anni Trenta e intitolato I vivi e i morti. Un racconto che l’anno successivo sarebbe stato alla base del romanzo Le lacrime del pagliaccio, poi riproposto sotto il titolo Il senso del dolore. Il protagonista? L’azzeccato quanto malinconico commissario Ricciardi, che in seguito avrebbe tenuto banco in altre tredici storie, tutte ambientate negli anni Trenta in una Napoli “cupa e corrotta, miserabile e di grande dignità, dolorosa e forte al tempo stesso”. 
Altro protagonista di peso delle trame di de Giovanni l’ispettore Lojacono, che l’ha fatta da padrone nelle nove avventure legate ai Bastardi di Pizzofalcone. Una serie probabilmente ispirata all’87º Distretto di Ed McBain, peraltro approdata sul piccolo schermo per la brillante interpretazione di Alessandro Gassmann. 
Lui che avrebbe dato alla luce anche opere teatrali, per non parlare della sua passione per il calcio sviscerata in sette romanzi. Già, il calcio, per lui “la più importante delle cose importanti, oltre che una specie di malattia necessaria”. A fronte di un debole dichiarato, ci mancherebbe, per gli azzurri del “suo” Napoli, una squadra ovviamente trattata come si conviene. Vale a dire in guanti bianchi. 
E ora eccolo far tornare sugli scaffali Sara Morozzi, una investigatrice in pensione fuori dalle righe, precocemente invecchiata e per certi versi invisibile, capace di decifrare il linguaggio labiale. La qual cosa le consente di muoversi fra le pieghe del male senza farsi notare. In altre parole il personaggio che aveva debuttato lo scorso anno in Sara al tramonto (un romanzo per il quale esiste un progetto di fiction televisiva), e che ora rimette in pista, sempre per i tipi della Rizzoli, ne Le parole di Sara (pagg. 348, euro 19,00). Un libro che si fa carico anche di un racconto, Sara che aspetta, pubblicato nel 2018 nell’antologia Sbirre, un libro che de Giovanni aveva firmato insieme a Massimo Carlotto e Giancarlo De Cataldo. 
Sara, appunto, una specie di giustiziera secondo l’autore, che non si è mai pentita di aver abbandonato il marito e il figlio in età scolare per seguire il sogno del grande amore (che oltre tutto era il suo capo e che sarebbe morto dopo una lunga malattia, così come avrebbe perso il figlio in un tragico incidente). 
Insomma, una tipa tosta che aveva presto imparato a non sottovalutare le conseguenze dell’amore, mentre Teresa Pandolfi - l’altra donna protagonista della storia e che ora è a capo dei servizi segreti (la sezione nella quale si erano conosciute) - l’ha capito troppo tardi. Succede anche che trent’anni dopo Sara provi a uscire dalla solitudine in cui è sprofondata in seguito alla scomparsa del suo compagno e che Teresa si renda conto di aver commesso un errore, facendosi ammaliare dagli occhi di Sergio, un giovane e fascinoso ricercatore. 
Così, quando il ragazzo (che sta seguendo uno stage nell’unità speciale) sparisce senza lasciare traccia, non le resta che chiedere aiuto all’amica di un tempo. E Sara torna in pista, affiancata dal goffo ispettore Davide Pardo (un finto duro, pragmatico sognatore, comunque dotato di fiuto investigativo, e il cui cagnone, un Bovaro del Bernese, semina il panico nel quartiere) e dalla fotografa Viola, l’ultima compagna del figlio, che da poco tempo l’ha resa nonna regalandole una nuova speranza. Nel senso che, se prima voleva solo stare in disparte, ora si rende conto che il mondo può anche essere un posto migliore. 
In buona sostanza in questa inchiesta l’autore finisce per rimescolare ruoli ed emozioni, passato e presente, commistioni fra mafia e politica, debolezze e ripicche, nonché il cinismo di chi non guarda in faccia a nessuno per il proprio tornaconto. Peraltro esplorando “la profondità del silenzio e celebrando il coraggio della rinascita, perché niente è davvero perduto finché si riescono a pronunciare parole d’amore”. 
In sintesi: un romanzo che merita di essere letto, che affronta il problema della Rete e dell’utilizzo dei dati personali, che naviga a vista fra le commistioni politiche e malavitose, che tira in ballo l’immigrazione, che si fa carico delle angherie subite dalla gente che non ha voce in capitolo. Fermi restando personaggi ai quali è facile affezionarsi. Come nel caso di Andrea, un ex archivista diventato cieco a causa di una malattia degenerativa, le cui capacità deduttive - legate all’udito e all’olfatto - non sono seconde ad alcuno. Riuscendo in tal modo a vedere meglio di altri anche senza vedere…

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