Share |

"Libera uscita", ma da cosa? Dalla caserma e dalle costrizioni, oppure in cerca di una femminilità difficile da recuperare?

Debora Omassi racconta, con garbo e onestà intellettuale, una parte della sua vita. Intingendo la storia con spruzzate di fantasia e regalando ai lettori contorni e connotazioni che inducono alla riflessione. Perché, come tiene a precisarci…


10/06/2019

di Valentina Zirpoli


“Libera uscita”. Per chi ha fatto il militare sa bene cosa significa. È il momento in cui, smessa la divisa, puoi goderti un po’ di libertà. E questo lo sa bene Debora Omassi, libraia nel quartiere Isola di Milano assieme all’amica Elena, che la sua storia l’ha travasata in un libro, appunto Libera uscita (Rizzoli, pagg. 315, euro 18,50). Con ancora vivo il ricordo di quando, alla ricerca di se stessa, si era arruolata (“Dopo aver superato un difficile concorso”) nell’Esercito italiano. E per lei la possibilità settimanale di rilassarsi, sia pure per poco, rappresentava una manna dal cielo, in quanto significava “stare con il fidanzato (un rapporto sentimentale che “dura da dieci anni”), mangiare in piatti di ceramica utilizzando posate vere, lavarsi in una doccia pulita senza mille occhi puntati addosso”. 
Una storia, la sua, arrivata sugli scaffali dopo un esordio datato 2015 sulla rivista Nuovi Argomenti e la pubblicazione, l’anno successivo, di una antologia intitolata Fuori si gela (nove racconti imbastiti su una Milano cupa e invernale che si riflette sul gelo interiore dei protagonisti). Una storia “autobiografica ma non troppo” che si nutre di una “scrittura che arriva dritta al cuore, cruda ma traboccante di freschezza, che non lascia spazio all'immaginazione e che ci mette a parte di un mondo difficile attraverso gli occhi di una ragazza che prova a farsi strada nella vita”. In una maniera insolita e con una considerazione al seguito: soltanto sbagliando si potrà capire chi siamo. E, soprattutto, si potrà iniziare a vivere. 
Come tiene a precisare l’autrice - a suo dire “testarda, lunatica e con l’umore condizionato dal tempo”, oltre che forte di un passato agonistico sugli sci fra i tre e i 17 anni (specialità slalom speciale) - questo libro era nato “sotto forma di articolo mai terminato, uno sproloquio di invettive contro quel luogo che per mesi era stata la mia casa. Ma se c’era qualcuno con cui dovevo arrabbiarmi, quella ero io, perché nessuno mi aveva trattenuta a forza; nessun maresciallo nerboruto mi aveva obbligata ad arruolarmi, perché lo avevo deciso io e c’ero andata con le mie gambe e, soprattutto con la mia testa”. 
Anche se, in realtà, in caserma ad accompagnarla in auto era stato proprio suo padre Carlo. Peraltro “dopo mesi di bisticci perché io, la sua bambina, voleva appunto arruolarsi (come soldato semplice al Rav di Verona), lasciando un posto di lavoro a tempo indeterminato in una boutique. Lui che a giochi quasi fatti aveva tentato di giocarsi l’ultima carta: Se cambi idea faccio inversione, andiamo a prenderci un gelato sul lungolago e poi ti riporto a casa. Tempo perso, ovviamente. Sebbene, per come sono andate cose, gli incubi del periodo trascorso nell’esercito - dal quale sarei riuscita ad andarmene dopo tre o quattro mesi - ancora mi perseguitino e forse non passeranno mai”. Con il ricordo vivo di quanto sia duro per una donna portare la divisa. Ma anche “con la soddisfazione di aver riconosciuto lo sbaglio, che per me ha rappresentato una specie di rivincita”. 
Sta di fatto, tornando al dunque, che “quell’articolo - che nel frattempo avevo rimpolpato, trasformato, ingigantito, tagliato, reinventato - lo conservo ancora. Perché è da lì che è nata la mia creatura letteraria e hanno preso forma i personaggi, come Barbara, Luna, Cecilia, Claudio, Salvatore…”.  In fondo “le ho incontrate per davvero, seppure rielaborate a fini narrativi, queste persone, con le quali ho condiviso marce, bestemmie, camerate, razioni k, risate, lacrime”. Insomma, via via “avrei rimesso assieme quei tanti pezzetti di vita che nel tempo ero andata accumulando”.  
Il tutto all’insegna di una parola, femminilità, che “ancora mi spaventa e che ho delegato alla mia protagonista, Barbara appunto. Un tratto - come l’autrice ha annotato recentemente - che abbiamo cercato e ricercato entrambe, invano. Benché non l’abbia mai riconosciuta in me stessa, né ci riesco ora, dopo tante fatiche, sorrisi in camera e marce. Mica si trova in un armadietto militare. E nemmeno cercando di capire se le altre ragazze sono come te, oppure se hanno qualcosa in più, qualcosa che tu non hai mai avuto e mai avrai. E poi, una volta che l’hai scoperto, cosa potrebbe succedere?”. 
Barbara si diceva, che vorrebbe - e qui attingiamo dalla sinossi - guardarsi allo specchio e riconoscersi; che mentre cerca di pagare l’affitto con qualche servizio fotografico e prova a esercitare il suo fascino, non smette di domandarsi: "Chi sono? Cosa vede la gente in me?”. Perché lei, ventiquattro anni, in quel corpo magnetico di cui si serve come fosse una bacchetta magica dal potere sconosciuto, non ci si sente. O meglio: Barbara, in quel corpo, si sente un ragazzo. E nell’esercito vede l’occasione per riscoprirsi e andare altrove, lontana, spingersi oltre ogni limite per ritrovarsi e nascondersi sotto una divisa. 
Ma una volta dentro, tornare indietro sembra impossibile: allenamenti estenuanti, lenzuola ripiegate al millimetro (“Almeno fare il letto alla perfezione l’ho imparato, in abbinata al rispetto degli orari”), caporali senza scrupoli. Non bastano Luna, la minuta ragazzina con la forza di un leone e fedele alleata, e Salvatore, il suo punto di riferimento tra quelle mura grigie, ad alleviare il ricordo della famiglia e del fidanzato di una vita che la aspetta a casa. E così, dentro e fuori si mischiano in un caos, e Barbara comprende la portata di quella sfida solo quando ormai ha messo in gioco tutta se stessa. Il soldato Barbara ha giurato, ma si troverà di fronte a un’altra scelta: rimanere o andarsene? 
Che dire: un romanzo che si nutre di una buona scrittura, sia pure venata da qualche ingenuità (ma si tratta di peccati veniali); un racconto che sa di vissuto, che trasuda trafile a volte umilianti (come quelle relative alle approfondite visite mediche) e altre di routine; che racconta di amicizie che soltanto la vita militare può regalare; che spazia fra i rapporti di persone diverse anni luce una dall’altra; che parla di decisioni difficili da prendere e da portare avanti (nonché di errori riconosciuti). 
Tanto da far precisare all’autrice: “Nella vita sono una fifona che strilla anche alla vista di un ragnetto, eppure sono stata capace di mollare tutto per arruolarmi. Un passo nel quale vedevo una specie di missione. E se mi chiede se lo rifarei la risposta è no: non sempre ritorna infatti il coraggio per una scelta di questo genere”. Anche perché, come diceva don Abbondio nei Promessi sposi, se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare. 
Debora Omassi, invece, il coraggio, pur non avendolo, la prima volta se lo era fatto venire. Compiendo un passo che, come accennato, le sarebbe costato parecchio. Fortunatamente tutto passa, tutto scorre.  E succederà, ironizza ma non più di tanto, “che smetterò pure di avere quegli incubi. Benché - onestamente ammette - qualche lineetta di febbre ancora me la senta…”. 
Per la cronaca la nostra autrice è nata a Brescia il 27 aprile 1993, da una famiglia di stanza a Ospitaletto (“Mio papà gestore di una carrozzeria e mia madre Ornella casalinga”), paese dove avrei vissuto sino ai 19 anni, quando decisi di trasferirmi a Milano dopo aver frequentato il liceo artistico bresciano Matteo Ulivieri. E sotto la Madonnina “mi sarei inizialmente accasata in una agenzia di moda, cominciando a scribacchiare i primi racconti”. Supportata in questo dalla lettura (“Non ce la farei a vivere senza leggere” assicura) di molti autori, come Richard Yates (“Il mio preferito”), Philip Roth, John Steinbeck, Lauren Groff e “la mia coetanea Giulia Caminito, che mi ha incantato con Un giorno verrà edito da Bompiani”. 
Maturando, in questo modo, un legame stretto con la scrittura (“Che ritengo di portare avanti, dandomi da fare al mattino o nel tempo libero, in modo onesto sia per me che per il lettore”). Tanto è vero che “sto scrivendo, in abbinata a un robusto lavoro di ricerca, un nuovo romanzo ambientato nella Seconda guerra mondiale; romanzo che trae spunto da quanto ero successo a mio nonno, che era stato fatto prigioniero dagli americani…”.

(riproduzione riservata)