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"Non c'è nulla al mondo più pericoloso di una bugia detta bene"

Torna sugli scaffali Alafair Burke con una storia che induce alla riflessione. Tanto di cappello anche per Jon McGregor e Simon Scarrow


03/04/2018

di Mauro Castelli


Benedetta da numeri uno del calibro di Michael Connelly (“Un’autrice che continua a sorprendermi a ogni nuovo libro”), Dennis Lehane (“Una delle migliori penne attualmente in circolazione”) e Gillian Flynn (“Con i suoi romanzi siete certamente in buone mani”), è tornata sugli scaffali l’americana Alafair (S.) Burke, una donna di successo che alterna la professione di avvocato penalista a quella di scrittrice. E lo ha fatto con La ragazza che hai sposato (Piemme, pagg. 356, euro 19,50, traduzione di Rachele Salerno), un romanzo dal titolo a prima vista non particolarmente stuzzicante, anche se in termini di contenuti risulta graffiante e profondo quanto basta. Oltre che di piacevole leggibilità. 
Ricordiamo che la Burke è nata nell’ottobre del 1969 a Fort Lauderdale, in Florida, per poi crescere a Wichita, nel Kansas, dove si erano accasati i genitori. Dai quali ha peraltro ereditato la passione per i libri: non a caso sua madre, Pearl Pai Chu, si dava da fare come bibliotecaria in una scuola e suo padre, James Lee Burke, si sarebbe proposto come un autore di gialli di successo. Anche se, all’inizio, si era dovuto confrontare chissà quante volte con i rifiuti delle case editrici a pubblicargli i libri. La qual cosa lo aveva costretto a darsi da fare nell’industria petrolifera, nel campo del giornalismo, nonché come assistente sociale in una zona disagiata di Los Angeles. Sino ad arrivare a insegnare scrittura creativa presso la Wichita State University. Di fatto, per lui, il boom sugli scaffali - è stato uno dei pochissimi autori ad aver vinto per due volte il prestigioso Edgar Award - sarebbe arrivato nel 1987 con la creazione di Dave Robicheaux, il personaggio portato sugli schermi da Alec Baldwin in Omicidio a New Orleans e da Tommy Lee Jones ne L’occhio del ciclone
Più facile, au contraire, la strada verso le librerie per la figlia Alafair - già vice-procuratore distrettuale nell’Oregon e oggi docente universitaria di Giurisprudenza a New York, dove abita con il marito Sean Simpson, il suo “straordinario compagno di viaggio” - che, dal padre, ha certamente ereditato i geni della creatività. Alafair, si diceva, che ha raggiunto la notorietà con La ragazza del parco, candidato all’Edgar Award, seguito da Una perfetta sconosciuta: due lavori tradotti e venduti in una dozzina di Paesi, Italia compresa, punte di diamante di una quindicina di romanzi, due dei quali scritti a quattro mani con Mary Higgins Clark, a sua volta una prima della classe nella narrativa di settore. Spesso attingendo - più o meno direttamente - dalla sua esperienza professionale, in altre parole spaziando nel campo della violenza domestica. Storie che generalmente si nutrono di un’intrigante componente psicologica, oltre a essere giocate sul ritmo narrativo e sulla suspense. Ferma restando un’accurata attenzione ai dettagli, senza per questo appesantire il racconto. 
Ma veniamo alla sinossi de La ragazza che hai sposato, imbastita su un uomo al centro di uno scandalo e una donna alle prese con un pericoloso segreto. Il tutto giocato su una realtà che non è mai quella che appare e fermo restando che “non c’è nulla al mondo di più pericoloso di una bugia detta bene”. Una vicenda peraltro legata (ma sarà poi vero?) alla scontata prevedibilità degli uomini. 
Sta di fatto che quando incontra Jason Powell, Angela non immagina che il loro flirt possa trasformarsi in qualcosa di serio: gli uomini li conosce, e non si aspetta molto da questo piccolo e impacciato professore di Economia della New York University, peraltro corteggiatissimo dalle donne e destinato a trasformarsi in una icona politica e culturale.  Eppure, pochi anni dopo, eccoli sposati, con un figlio al seguito. 
“Quando però Jason viene accusato da una studentessa di averla molestata, e poco dopo un’altra donna avanza accuse simili, tutto sembra sul punto di spezzarsi e Angela è costretta a guardare da vicino la persona che ha accanto, in bilico fra l’istinto di proteggere la sua famiglia e la sensazione di essere vittima di un terribile tradimento”. Ma a chi credere? “Alla giovane poliziotta idealista che vuole aprirle gli occhi nei confronti del marito o all’avvocatessa di Jason determinata a portarsi a casa una schiacciante vittoria?”. Non bastasse, chi è Angela per poter giudicare? In effetti “quella che a prima vista sembra essere una moglie perfetta ha un segreto. Un segreto che nessuna donna sposata dovrebbe nascondere al marito. Un segreto che potrebbe rovinare per sempre la sua vita e quella della sua famiglia. E che a maggior ragione non deve venir fuori proprio in questo delicato momento...”. 

Tanto di cappello anche per Jon McGregor, definito da Paula Hawkins, l’acclamata autrice de La ragazza del treno, come uno “scrittore eccezionale, unico”. Del quale Guanda propone l’ultimo dei suoi romanzi, ovvero Bacino 13 (pagg. 294, euro 18,50, traduzione di Ada Arduini), finalista lo scorso anno al Booker Prize. Una storia ben strutturata, dalla forza visionaria, incentrata su una scomparsa e giocata sul corollario di un vuoto che, anno dopo anno, finirà per essere inevitabilmente colmato dal trascorrere del tempo, l’inesorabile macchina volta a cancellare anche i ricordi più tragici. 
McGregor, si diceva, che è nato alle Bermuda nel 1976, ma che è cresciuto in Inghilterra, dove la famiglia si era trasferita. Passando l’infanzia fra Norwich e Thetford, nel Norfolk, per poi laurearsi in Media Technology and Production alla Bradford University. E sarebbe stato appunto durante l’ultimo anno di università - a suo dire influenzato da penne importanti come quelle di Alice Munro, Douglas Coupland, Raymond Carver, Richard Brautigan e Charles Simic - che avrebbe iniziato a scrivere racconti apparsi su Granta, ma anche trovando spazio, con While You Were Sleeping, in un programma trasmesso da Bbc Radio 4. 
Completati gli studi, Jon si sarebbe trasferito a Nottingham, dove attualmente vive, mantenendosi con lavoretti saltuari, come magazziniere, lavapiatti, panettiere nonché operatore di call center. E qui - mentre viveva su una chiatta ormeggiata in un canale - avrebbe dato voce al suo primo romanzo, Se nessuno parla di cose meravigliose, pubblicato in Italia da Neri Pozza. Un lavoro, finalista al Man Booker Prize e vincitore del Betty Trask Prize, del Somerset Maugham Award e dello Young Writer of the Year Award del Sunday Times, molto apprezzato dai critici inglesi. 
Il suo secondo romanzo, Diversi modi di ricominciare, approdato sui nostri scaffali sempre per i tipi della Neri Pozza, sarebbe stato a sua volta finalista al Man Booker Prize. Per contro Neanche i cani, il suo terzo lavoro ripreso dalla milanese Isbn, avrebbe vinto l’International Impac Dublin Literary Award e lo avrebbe consacrato come uno degli autori contemporanei più apprezzati della letteratura britannica. 
Detto questo, briciole di trama di Bacino 13: “Inverno, campagna inglese. Rebecca Shaw ha tredici anni ed è in vacanza quando scompare misteriosamente. I volontari del paese cominciano le ricerche, la polizia indaga e i giornalisti accorrono, stravolgendo la calma e i silenzi abituali della zona. Ma di lei nessuna traccia. Così la vita lentamente riprende, assorbendo il dramma nel falso movimento delle stagioni che si succedono, nel periodico allungarsi e accorciarsi dei giorni e delle notti, nel ritmico mormorio della natura vegetale e animale che fa il suo corso. Nei tredici anni che seguono il vuoto lasciato da Rebecca, in abbinata agli altri accadimenti umani che hanno luogo nel paesino (il lavoro nella campagna, le dinamiche familiari, l’amicizia fra adolescenti, gli amori e i disamori, la malattia, la morte), appaiono come piccole accelerazioni all’interno di un ciclo che inesorabilmente perdura. E il vuoto piano piano si riempie, quasi, si direbbe, per il solo effetto del tempo, grande protagonista di questo romanzo”. 
Che dire: un lavoro di alto livello, che si nutre di personaggi ben tratteggiati, che gioca sulle tragedie del quotidiano in maniera unica, lasciando scorrere il tempo all’insegna di una poetica dimenticanza. A fronte di una sola recriminazione: peccato che la penna di Jon McGregor sia così avara di romanzi: soltanto quattro nell’arco di sedici anni.

Il terzo suggerimento per gli acquisti lo dedichiamo agli amanti dei romanzi storici. Che in Simon Scarrow - nato a Lagos, in Nigeria, il 3 ottobre 1962 e poi approdato, dopo un lungo pellegrinaggio in diversi Paesi, in Inghilterra - potranno trovare una penna illuminata sui tempi andati, con mirino puntato sull’impero romano all’apice del suo fulgore. Lui che, dopo essersi laureato presso l’Università dell’East Anglia a Norwich, si sarebbe dedicato all'insegnamento prima all’East Norfolk Sixth Form College e poi al City College di Norwich. Sin quando, nel 2005, la passione per la scrittura lo avrebbe travolto costringendolo a lasciare, sia pure “a malincuore”, l’insegnamento. 
Considerato uno dei maggiori esperti di storia romana, strada facendo Scarrow ha dato alle stampe una quarantina di lavori suddivisi in cinque diversi filoni (diciassette dei quali già proposti dalla Newton Compton), che gli hanno fruttato la vendita di oltre un milione di copie. E appartenente alla serie più corposa, The Eagle, la casa romana ha dato ora alle stampe Invictus, un lavoro del 2016, proposto nelle nostre librerie come L’armata invincibile (pagg. 382, euro 12,00, traduzione di Rosa Prencipe). 
Una storia che si rifà alla formazione d’élite dell’esercito romano, una guardia curiosamente di umili origini come lo stesso autore tiene a ricordare una corposa nota finale. Annotando che i compiti dei pretoriani - ogni soldato veniva pagato il triplo rispetto ai legionari e beneficiava di diversi altri privilegi - erano quelli di proteggere la persona dell’imperatore sia a Roma che nei suoi viaggi nonché, ci mancherebbe, nelle campagne belliche. Ma questi soldati potevano essere impiegati nella Capitale anche per controllare la folla e, se necessario, scoraggiare - distribuiti com’erano non sotto un unico tetto, ma in diversi punti della città - complotti o sedare malcontenti. Non a caso, all’occorrenza, fungevano anche da squadre della morte. E guai se l’imperatore non riusciva a tenerseli buoni questi pretoriani… 
Come da canovaccio, L’armata invincibile la incontriamo nel 54 dopo Cristo, disposta lungo i confini del gigantesco impero romano, che va dal Mediterraneo al Mare del Nord, dall’Atlantico alle rive del Nilo. Con questi soldati Roma è riuscita brutalmente a imporre il suo dominio in quanto le sue legioni rappresentano l’arma più efficiente e letale di tutto il mondo conosciuto. In tale contesto due esperti veterani, il prefetto Catone e il centurione Macrone, sopravvissuti alle sanguinose campagne in Britannia, vengono finalmente richiamati a Roma. Ma il tempo trascorso in seno alla “città della politica” è breve, perché vengono nuovamente inviati con la guardia pretoriana in Spagna, l’indomita colonia nella quale i nativi ancora si ribellano al potere imperiale, alimentando non poche tensioni. Di fatto la nuova sfida che i due vecchi amici dovranno affrontare sarà diversa da qualunque altra si siano mai trovati di fronte: perché in ballo c’è una terra definita indomabile… 
Il giudizio? Un romanzo incalzante, che si rifà a una profonda conoscenza di un periodo storico segnato da una vicenda che cattura e sorprende. Giocando su inaspettate rivelazioni relative a un passato che, noi italiani, dovremmo conoscere bene e che invece ci riserva sorprese una dopo l’altra. Regalandoci il fascino di momenti storici sconosciuti. Il tutto all’insegna di una leggibilità mai lasciata al caso: a partire dai feroci quanto rabbiosi e drammatici scontri in battaglia.

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