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"Nostalgia del sangue: il primo serial killer italiano è tornato"

Un caso editoriale, con diritti venduti in 15 Paesi prima ancora dell’uscita sui nostri scaffali. Ma chi si nasconde dietro la firma di Dario Correnti?


19/02/2018

di Massimo Mistero


Il giochetto editoriale è noto: buttare il sasso per poi tirare indietro la mano. Ovvero utilizzare uno pseudonimo per indurre critici e lettori a darsi da fare per scoprire chi si nasconde dietro una firma che in realtà non esiste. In alcuni casi i veri autori sono stati stanati nel giro di poco tempo; in altri si è andati per le lunghe, come successo per Elena Ferrante, che il settimanale Time aveva addirittura inserito, nel 2016, fra le cento personalità più influenti al mondo. Un’autrice che, furbizia nella furbizia, è stata etichettata come nata a Napoli nel 1943 e poi con tanti bla-bla-bla al seguito. E in molti - negli ultimi anni - si sarebbero sbilanciati, assicurando di averne scoperta la vera identità. 
Come ad esempio il dantista e petrarchista Marco Santagata, peraltro vincitore di un Supercampiello e finalista al Premio Strega 2015, che dalle colonne del Corriere della Sera assicurava di aver individuato il colpevole, anzi la colpevole, nella storica Marcella Marmo dell’Università di Napoli. Complici alcuni “particolari topografici, certe incongruenze rintracciate nei romanzi, alcune sottigliezze linguistiche e taluni soprannomi di strutture universitarie tipici del gergo dei normalisti. Indizi che si rifacevano a una delle due protagoniste dei libri - cioè Elena, la scrittrice, detta Lenù - e a una città, non Napoli, bensì Pisa”. Città dove questa storica ha appunto insegnato alla Normale. Teoria certamente suggestiva, supportata da riferimenti plausibili, ma sbagliata. 
Così come sbagliate, fra le altre ipotesi formulate sulla vera identità della Ferrante, c’è quella legata alla penna di Anita Raja, traduttrice e saggista partenopea: ipotesi peraltro rafforzata nel 2016 in seguito alla pubblicazione di un articolo sul Sole 24 Ore, ripreso dalle principali testate internazionali, che faceva riferimento alle transazioni finanziarie della sua casa editrice, la e|o. Fra le altre teorie anche quelle che puntavano su Domenico Starnone, marito della stessa Raja, su Goffredo Fofi e sugli editori Sandro Ferri e Sandra Ozzola. Ma la verità-verità, ancora oggi, resta ancora un mistero. 
Di fatto il giochetto dell’autore ignoto ha sempre stuzzicato l’immaginazione dei più, diventando una specie di intrattenimento da salotto per gli intellettuali che hanno spesso tempo da perdere. Anche per questo motivo ricordo che, ai tempi in cui ricoprivo il ruolo di caporedattore centrale de Il Sole 24 Ore, avevo concordato con Armando Torno, allora alla guida dell’inserto culturale del quotidiano confindustriale, di scrivere un piccante Manuale del novello libertino, ovviamente nuovo di zecca in termini d contenuti, nel quale lui avrebbe messo, oltre alla sua penna, le sue entrature editoriali e io le mie (millantate) esperienze sul campo. Eravamo sicuri che, attraverso una campagna gestita ad arte di illazioni e piccole ma ben pilotate bugie, il libro avrebbe potuto beneficiare di robuste vendite. Purtroppo non se ne fece nulla, in quanto l’amico prof se l’era fatta sotto - lui autore raffinato di testi seri su religione e dintorni, mentre io soltanto uno sciamannato masticatore di interviste ai grandi dell’economia - per la paura di essere scoperto e compromettere in questo modo la sua sacra immagine. Secondo il sottoscritto, in un paese di falsi bacchettoni come il nostro, ne avrebbe invece trovato soltanto giovamento. E sostegno. Insomma, ci perdemmo per strada prima di arrivare alla meta. 
Un lungo preambolo, questo, per arrivare al dunque: ovvero al thriller Nostalgia del sangue. Il primo serial killer italiano è tornato (Giunti, pagg. 536, euro 19,00) firmato da Dario Correnti, un nom de plume dietro al quale si nascondono - questo almeno è dato saperlo - due autori nostrani di un certo livello. E il giochetto è stato così ben gestito che il libro (un testo per la verità scritto come si deve e di piacevole lettura, che suona anche come una specie di denuncia ai mali dei nostri giorni) è diventato un caso editoriale, con diritti venduti in quindici Paesi prima ancora che arrivasse nelle librerie italiane. Insomma, il primo risultato, forse quello più importante, è già stato raggiunto. 
A tenere la scena di questo lavoro ben congegnato - anche se con qualche peccato veniale legato alla professione giornalistica (oddio, con i tempi che corrono certe penne di redazione lasciano spesso a desiderare) - è un assassino-emulatore che prende a modello delitti efferati avvenuti nell’Ottocento e sul cui operato si danno da fare un cronista vicino alla pensione, il cinquantottenne Marco Besana, e una goffa stagista. 
Più in particolare la storia - che si dipana fra il 9 dicembre e il 5 febbraio - parte da Milano per poi spostarsi sulla Bergamasca, un territorio ricco di greggi e di sale da gioco, centri commerciali e villette a schiera, dove i campi si perdono nella nebbia, le case sembrano tutte uguali e la gente vive all’insegna della riservatezza. O meglio dell’indifferenza verso il prossimo, in altre parole “una specie di omertà che poco ha da invidiare a quella dei paesi dove comanda la mafia”. 
Si tratta, come da sinossi, degli stessi luoghi che “più di cento anni fa, infestati dalla miseria, dalla denutrizione e dalla pellagra, videro gli spaventosi delitti di Vincenzo Verzeni, il vampiro di Bottanuco, il primo serial killer italiano, quello studiato da Lombroso con la minuzia farneticante che caratterizzava la scienza di quel periodo e aggiungeva orrore all’orrore. E il nostro serial killer sembra rifarsi al modus operandi di quel primo assassino. Ma non è però un giovane campagnolo con avi cretinosi. Semmai una mente lucidissima, affilata, che uccide con rabbia per poi dilettarsi a prendersi gioco degli inquirenti”. 
A raccontare ai lettori le sue imprese - si parte con il ritrovamento del cadavere di una ragazza, orrendamente eviscerato, che porta la polizia a sospettare che in zona agisca una setta satanica dedita al cannibalismo - e, a un certo punto, anche a tentare in prima persona di dargli la caccia, è una intrigante coppia: quella appunto composta da Marco Besana - un uomo disilluso, troppo preso dal suo lavoro e per questo piantato dalla moglie (che ora vive con l’Armando, un tizio che peraltro lui non sopporta) - e una giovane stagista, la ventiseienne Ilaria Piatti, detta Piattola. Una ragazza che non si sa vestire, senza l’ombra di un corteggiatore, “priva di protezioni, traumatizzata da un dolore che l’ha segnata nell’infanzia e che non potrà abbandonarla mai; ma anche una giovane donna intelligentissima, intuitiva, fatta apposta per un mestiere dove sono in molti ad andare avanti con tutt’altri mezzi”. 
Sta di fatto che sarà proprio Besana a ritenere che l’omicidio sia opera di un killer che potrebbe beneficiare delle informazioni fornitegli da un ex cognato attivo nella giudiziaria, mentre La Piattola suggerisce una similitudine fra il comportamento dell’omicida e quelli di vecchia data messi in atto dal citato Berzeni. Un killer che nel presente, nemmeno a dirlo, continuerà a uccidere e a mutilare le sue vittime. 
Insomma, due personaggi accattivanti, dal linguaggio molto milanese (e questo potrebbe servire da indizio per chi si vorrà cimentare nell’individuazione dei due autori), che sembrano stati studiati per il piccolo o il grande schermo e che si propongono come “rappresentanti emblematici delle due categorie più deboli della società italiana di oggi, pronti a unire le loro fragilità e le loro impensabili risorse per raccogliere la sfida lanciata dal Male”. Ci riusciranno? Leggere per scoprirlo.

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