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"Origin", "Mississippi Blood" e "L'inganno delle tenebre": le tre facce del successo sugli scaffali delle nostre librerie

La qual cosa non deve stupire in quanto a firmare queste storie sono altrettanti numeri uno: Dan Brown, Greg Iles e Jean-Christophe Grangé


20/11/2017

di Mauro Castelli


Tre proposte, nella rubrica di questa settimana, che non mancheranno di intrigare i lettori più attenti. Tre corposi ritorni all’insegna della qualità narrativa e a fronte di altrettante storie che hanno un unico comun denominatore: si tratta di romanzi bestseller. Ma di quali autori stiamo parlando? Degli statunitensi Dan Brown e Greg Ilees nonché del francese Jean-Christophe Grangé, tre penne che non hanno bisogno di presentazioni, in quanto tradotte in mezzo mondo all’insegna di milioni di copie vendute. E allora via ai nostri suggerimenti per gli acquisti. 
In pole position l’attesa rentrée di Dan Brown, tornato sugli scaffali delle librerie in contemporanea mondiale lo scorso ottobre (i suoi lavori sono tradotti in 56 lingue) con Origin (Mondadori, pagg. 554, euro 25,00, traduzione di Annamaria Raffo e Roberta Scarabelli), un thriller ricco di spunti colti e di invenzioni narrative nel quale “passato e futuro si incontrano in una contemporaneità sorprendente”.  Un romanzo che, secondo l’autore, deve più di qualcosa a suo fratello Greg, di professione compositore, “la cui fusione inventiva di antico e moderno nella Missa Charles Darwin gli ha fatto scattare la prima scintilla creativa”. 
A tenere la scena è ancora una volta Robert Langdon, professore di Simbologia e iconologia delle religioni ad Arward, il personaggio vincente che ha tenuto banco ne Il Codice Da Vinci, Angeli e Demoni, Il simbolo perduto e Inferno, lavori dai quali sono stati tratti altrettanti film di successo. E che in questo caso - sempre a fronte di ambientazioni cupe e minacciose, codici e simboli da decifrare, misteri e sfide tecnologiche, religioni e scienza in contrapposizione, storia e architettura a braccetto - lo incontriamo al Museo Guggenheim di Bilbao per assistere a una conferenza che, secondo l’invito, cambierà per sempre la storia della scienza rispondendo a due domande fondamentali: da dove veniamo? E, soprattutto, dove stiamo andando? 
Il relatore della serata è il suo amico ed ex studente Edmond Kirsch, quarantenne magnate dell’industria tecnologica. Le sue straordinarie invenzioni e le sue audaci profezie hanno fatto di lui una figura invidiata quanto controversa a livello mondiale. Sta di fatto che quando si alza il sipario, Langdon e le diverse centinaia di ospiti rimangono affascinati dall’originalissimo e spettacolare avvio dell’evento. Perché il futurologo sa come ipnotizzare il suo pubblico grazie a un eloquio fluente, fuori dal comune. Ma la presentazione, pur organizzata nei minimi dettagli, prende una piega imprevista poco prima che Kirsh sveli la sua scoperta. Scoperta che, da come si sono messe le cose, rischia di andare perduta per sempre. 
Scosso e incalzato da una minaccia incombente, Langdon è costretto a una disperata fuga con Ambra Vidal, l’affascinante ed elegante responsabile del museo che ha collaborato alla preparazione del provocatorio evento. Perché in gioco non c’è solo il patrimonio di conoscenze del magnate, ma le loro stesse vite. Così i due scappano a Barcellona seguendo la pista del segreto che dovrebbe sciogliere il mistero della scoperta non rivelata, cui il futurologo ha dedicato tutte le sue energie. Ma anche cercando di sfuggire, destreggiandosi nei labirinti del tempo e della religione, a un nemico letale, spaventoso quanto potente. Destreggiandosi su un sentiero contrassegnato dai simboli dall’arte moderna e da altri segni enigmatici (alla ricerca di una password volta a sbloccare il segreto del passato e del futuro dell’esistenza umana). 
Che dire: come da note editoriali, il lettore troverà a confrontarsi “con una brillante riflessione sull’eterno conflitto fra scienza e fede, nonché sulle sfide che le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale ci pongono quotidianamente”. 
Detto del libro, qualche nota - se mai ce ne fosse ancora bisogno - sull’autore. Quel Dan Brown pronto ad assicurare che “scrivere è divertente, ma anche molto faticoso. Quasi disumano”. Così, al mattino, ammette di bersi un miscuglio di spinaci, mirtilli, banane, mandorle e acqua di cocco. Un obbrobrioso beverone che, a suo dire, lo aiuta a pensare. Ma sarà vero? 
Per la cronaca Brown è nato il 22 giugno 1964 a Exeter, nel New Hampshire, figlio di un insegnante di matematica e di una musicista, genitori che gli avrebbero impartito un’educazione cristiana. Ma strada facendo avrebbe voltato pagina, guadagnandosi forti critiche da parte del Vaticano. Lui che - come abbiamo già avuto modo di annotare su queste stesse colonne - dopo essersi laureato all’Amherst College si era dedicato per alcuni anni all’insegnamento. Quindi il trasferimento a Hollywood per puntare sulla carriera di cantante e pianista, ma senza grande successo. Questo nonostante il sostegno di Blythe Newton, un’esperta del settore di dodici anni più grande di lui (nonché storica dell’arte e scrittrice) che sarebbe in seguito diventata sua moglie oltre che sua importante navigatrice
Sta di fatto che, abbandonata la strada musicale, Brown decise di scrivere un romanzo, sulla scia della lettura di un libro di Sidney Sheldon. Ovvero Crypto, che gli costò un anno e mezzo di lavoro e per il quale venne pagato diecimila dollari. Un mezzo fiasco, così come sarebbe stato per i due lavori successivi (Angeli e Demoni e La verità del ghiaccio, poi ristampati - alla stregua di Crypto - una volte raggiunte le luci della ribalta). Ma al quarto tentativo sarebbe stata tutta un’altra storia, a fronte però di una premessa dal robusto significato: il suo trasferimento a Siviglia, in Spagna, per studiare storia dell’arte. 
Fu infatti lì che Dan iniziò a nutrire interesse per la crittografia. Scienza che avrebbe rappresentato il cardine portante de Il Codice da Vinci, un romanzo che gli avrebbe fruttato la vendita, impressionante, di oltre ottanta milioni di copie. A fronte di una isteria collettiva supportata ad arte da polemiche, contestazioni e carte bollate (Brown venne infatti accusato dagli storici Michael Baigent e Richard Leigh di averlo scritto attingendo  dal loro libro The Holy Blood and the Holy Grail, edito nel 1982 e scritto insieme al giornalista Henry Lincoln. Ma la Corte d’appello di Londra lo ha però dichiarato non colpevole). Come dire, cosa non si fa per fare cassa.  

Altra bella penna - benedetta da numeri uno come John Grisham, Ken Follett, Clive Clusser e Spephen King - è quella di Greg Iles, un autore che ci ha abituato a mallopponi di grande leggibilità, grazie alla sua capacità di intrigare giocando su interpretazioni verosimili che conquistano: ovvero quella dell’avvocato Penn Cage, un uomo bianco al lavoro nel profondo Sud americano, per il quale “l’onore e la vergogna sono come testa e croce: non esiste il primo senza la seconda”. 
Un personaggio figlio della Grande Depressione e quindi della fame che, da ex avvocato e pubblico ministero, strada facendo sarebbe passato anche al ruolo di sindaco, senza tuttavia riuscire a far sì che il mondo del crimine invertisse la rotta. In ogni caso un uomo retto, che continua a credere profondamente in valori ormai fuori moda, come l’onore, la generosità e la giustizia. 
Penn Cage, si diceva, che dopo aver tenuto banco ne L’affare Cage e L’albero delle ossa torna ovviamente a occupare la scena in Mississippi Blood (Piemme, pagg. 784, euro 22,00, traduzione di Elena Cantoni e Rachele Salerno), “epica conclusione di una trilogia che lascia senza fiato per la forza narrativa e la potenza simbolica”. Serie peraltro opzionata da Amazon Studios per ricavarne una fiction televisiva imbastita sull’impatto emotivo legato ai problemi razziali in essere mezzo secolo fa in alcuni Stati americani, a fronte di una realtà che ancora oggi si propone come lo specchio di vecchie contraddizioni che si alimentano all’insegna del disonore e della vergogna, delle passioni e delle vendette. 
Una trilogia che non ha mancato di scuotere le coscienze degli abitanti di Natchez, nel Mississippi, città dove Iles è cresciuto (lui è comunque nato il primo gennaio 1960 a Stoccarda, in Germania, in quanto il padre faceva parte dello staff medico di una clinica legata all’ambasciata americana), dove ha studiato laureandosi nel 1983, dove abita tuttora con la moglie e i due figli e dove ha ambientato molti dei suoi romanzi. Lui che aveva debuttato nel 1992 con Spandau Phoenix, un thriller incentrato sulla figura del criminale nazista Rudolf Hess entrato subito nella classifica dei bestseller a stelle e strisce e che, strada facendo, avrebbe dato alle stampe altri sedici bestseller che hanno venduto milioni di copie. 
Lui che, oltre alla passione per la narrativa, si porta al seguito anche quella per la musica: non a caso fa parte della Rock Bottom Remainders, una band formata da soli scrittori (e precisamente Scott Turow, Stephen King, Matt Groening, Dave Barry, Ridley Pearson, Mitch Albom, Roy Blount Jr., Matt Groening, Kathi Kamen Goldmark, James McBride ed Amy Tan), che si dedicano al rock per puro divertimento. 
Ma non sono state tutte rose e fiori nella vita di Greg Iles, approdato nel 2002 sul grande schermo con la riduzione del suo Ore di terrore da parte del regista Luis Mandoki e l’interpretazione di Charlize Theron e Kevin Bacon. Il 7 marzo 2011 rimase infatti coinvolto in un pauroso incidente stradale mentre percorreva la statale 61 in Mississippi. Un pick-up, condotto da una ragazza di diciannove anni, non gli diede infatti la precedenza, investendolo e politraumatizzandolo. La qual cosa gli costò l’amputazione di una parte della gamba destra, fratture multiple costali e al bacino, una lacerazione dell’aorta e otto giorni di coma farmacologico, durante i quali perse anche il padre, medico, che considerava il proprio mentore. In quel periodo Iles stava scrivendo L’affare Cage e quella brutta esperienza - a suo dire - gli cambiò la visione della vita e la percezione psicologica dei suoi personaggi. 
Ma torniamo a Mississippi Blood, un romanzo inneggiato dal Washington Post come “una delle più grandi opere di narrativa popolare degli ultimi anni”, giocato com’è sul filone del legal tyriller in abbinata a una storia “più grande, che parla di padri e figli, di bianchi e di neri, di violenza e d’onore nella quale si specchia un intero Paese. Quell’America che, oggi come ieri, si affanna a cercare le stesse elusive risposte”. Un romanzo di fantasia accuratamente gestito grazie anche a un approfondito lavoro di ricerca. Tanto è vero che l’autore, in chiusura di libro, non manca di ringraziare i copiloti e gli esperti che gli sono stati d’aiuto nella sua stesura, i tanti “compagni di lotta per la causa dell’accuratezza storica”, le sue guide in campo legale e tutti i grandi nomi che si sono schierati in difesa degli abitanti del Mississippi. 
E per quanto riguarda la trama? In questo legal thriller incontriamo Cage alle prese con il processo per omicidio intentato nei confronti di suo padre, rispettato e onorato medico della città per quarant’anni, accusato di aver assassinato l’infermiera di colore Viola Turner. “Ma chi era davvero il padre di Penn? Con l’aiuto di Serenity Butler, una famosa scrittrice venuta a Natchez proprio per scrivere del processo, il nostro avvocato condurrà la sua personalissima indagine. E non avrà paura, questa volta, di guardare in faccia i trascorsi della propria famiglia e di sporcarsi del sangue che si potrebbe annidare fra le pieghe del passato”. 
Un lavoro che sin dalle prime battute si rivela duro quanto basta, tanto da far dichiarare al suo io narrante: “Se la verità vi disturba potete smettere di leggere adesso. Se decidete di proseguire, però, non dite che non vi avevo avvertiti”.

Di notevole caratura, infine, la scrittura di Jean-Christophe Grangé, giornalista, scrittore e sceneggiatore francese, un autore che, a detta dei critici, “ha ampliato i confini del thriller e del poliziesco tradizionali”. Ed è appunto grazie alla sua mano calda, quanto mai abile nel padroneggiare intrighi e misteri, che è riuscito a far breccia anche nel difficile mercato a stelle e strisce. Peraltro beneficiando di traduzioni in una trentina di Paesi a fronte di milioni di copie vendute. 
Nato a Boulogne-Billancourt (Parigi) il 15 luglio 1961, laureato in Lettere alla Sorbona con una tesi su Gustave Flaubert, Grangé aveva iniziato a darsi da fare nel mondo del giornalismo collaborando con una agenzia di stampa, sino a diventare firma costante - a soli 28 anni - per testate come Paris Match, Sunday Times e National Geographic. In seguito avrebbe creato la società L & G per cercare di finanziarsi direttamente i suoi viaggi in giro per il mondo. E ci sarebbe riuscito portandosi a casa, a fronte di avvincenti reportage, alcuni significativi riconoscimenti, come il Premio Reuter nel 1991 e il Prix World Press l’anno successivo. Viaggi che avrebbero anche rappresentato una fonte di ispirazione per i suoi romanzi, inframmezzati da puntate nel campo della sceneggiatura cinematografica e dalla scrittura di una storia a fumetti, La Malédiction de Zener, disegnata da Philippe Adamov. 
Che altro? Un autore capace di trascinare il lettore “nelle viscere dell’inconfessabile”, abile nel giostrarsi sul sottile crinale che separa il bene dal male, intrigante nel dare respiro a storie che catturano all’insegna dell’avventura e dei colpi di scena. Insomma, una penna graffiante quanto di piacevole lettura che - dopo aver debuttato nel 1994 con Il volo delle cicogne - aveva concesso il bis quattro anni dopo con I fiumi di porpora, dal quale venne tratto l’omonimo film diretto da Mathieu Kassovitz e interpretato da Jean Reno e Vincent Cassel. Una trasposizione che avrebbe rappresentato il trampolino di lancio per il suo decollo internazionale. 
Lui che si sarebbe riconfermato, nemmeno a ricordarlo, con una serie di altre prove vincenti (complessivamente siamo arrivati a quota undici) che vanno da Il concilio di pietra a L’impero dei lupi, da La linea nera (parte di una trilogia basata sulla “comprensione del male sotto tutte le sue forme”) a Il giuramento. E poi Miserere, Amnesia, L’istinto del sangue, Il respiro della cenere e Il rituale del male, tutti pubblicati in Italia da Garzanti, il suo editore di riferimento. 
E ora il suo ultimo lavoro, L’inganno delle tenebre (pagg. 694, euro 19,90, traduzione di Paolo Lucca), un thriller che segna il ritorno dell’inquietante Uomo Chiodo, lo spietato omicida seriale che aveva tenuto la scena nel suo precedente romanzo (Il rituale del male, appunto, dove questo brutale assassino era tornato a darsi da fare dopo un letargo durato quarant’anni e passa. Di fatto un riuscito personaggio che ha contribuito allo straordinario successo internazionale di questo libro a fronte di una storia imbastita fra passato e presente, Europa e Africa, superstizioni e credenze religiose). 
Ma veniamo al dunque. A tenere la scena nella parte del buono ne L’inganno delle tenebre è Erwan Morvan, il comandante della prestigiosa squadra omicidi di Parigi, il quale torna in Congo, il Paese che aveva visto imperversare la follia omicida del diabolico Uomo Chiodo, ma anche il Paese dove aveva fatto fortuna la sua famiglia. E qui Erwan e Grégoire, padre e figlio, si buttano sulle tracce di questo serial killer a fronte di una sfida senza vie d’uscita, “che dal cuore tenebroso dell’Africa si allarga alle piovose giornate parigine”. Perché a sostenerli è una incrollabile determinazione nel voler porre fine alla spirale di tenebre che da decenni sembra perseguitarli. E ancora una volta “passato e presente, lontano e vicino, si confondono in un incubo di macabri rituali e lugubri rivelazioni”. 
Ma c’è dell’altro: per Erwan scoprire la verità sull’Uomo Chiodo significa soprattutto fare luce sulla storia della propria famiglia e della sua stessa identità. Che cosa lega infatti suo padre alla morte della donna che per ultima aveva conosciuto la follia omicida dell’Uomo Chiodo? Come aveva fatto Grégoire a fermarlo? Inoltre, come si era arricchito e chi è veramente l’uomo che gli ha dato i natali? Sta di fatto che “mentre l’Africa rifiuta ostinatamente di appagare la sete di verità di Erwan, per la terza volta l’Uomo Chiodo tornerà a colpire, a migliaia di chilometri di distanza. In Francia. E questa volta il suo obiettivo sembra più chiaro che mai: sterminare i Morvan…”.

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