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"Oxen": la battaglia di un pluridecorato tormentato dai suoi demoni

Il fascino scandinavo del mistero in un thriller firmato da Jens Henrik Jensen. Riflettori puntati anche su Jean Failler e Flavio Villani


25/03/2019

di Mauro Castelli


“Si chiama Niels Oxen, ha 44 anni ed è un veterano pluridecorato delle forze speciali. Soffre di sindrome da stress postraumatico ed è ossessionato da incubi ricorrenti che riguardano il suo passato in guerra. Un uomo tormentato che anche da sveglio è afflitto da continui flashback che lo portano a non fidarsi più di nessuno”. 
Ed è lui l’intrigante quanto affascinante protagonista della trilogia scritta dal cinquantatreenne danese Jens Henrick Jensen, che soltanto in patria ha venduto 350mila copie (una enormità per un Paese piccolo come la Danimarca). Trilogia che sta conquistando gli amanti del giallo nordico di mezza Europa, con traduzioni, oltre che in Italia, anche in Germania, Spagna, Svezia, Finlandia, Norvegia, Olanda, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Turchia, Ungheria e Slovenia. 
Ed è la casa editrice Salani a proporre sui nostri scaffali - con un adeguato battage pubblicitario (espositori, cartelli da vetrina, inviti alla lettura, segnalibri, un’ampia campagna di stampa sui principali periodici e quotidiani nazionali nonché sull’online) il romanzo che ha dato il via alla serie, ovvero Oxen. La prima vittima (pagg. 506, euro 19,90, traduzione di Margherita Podestà Heir). 
Di che si tratta è presto detto: di un lavoro complesso seppure di piacevolissima lettura (non a caso ha vinto il Reader’s Crime Award 2017 e diventerà presto un film prodotto dalla principale casa scandinava), a fronte di una storia che si rapporta alla battaglia di un uomo contro i suoi demoni. Il tutto mischiato a un intrigo di potere che induce alla riflessione sui molti mali del nostro quotidiano. Risultato? Un lavoro giocato, con grande abilità, nell’ambito di una strana indagine che però avvince e convince; una indagine, nemmeno a dirlo, ricca di colpi di scena e di inaspettati saltafossi. 
La qual cosa non stupisce vista la mano calda dell’autore, che ha lavorato per 25 anni nel campo del giornalismo (“Ma essere giornalisti - tiene a precisare - non rappresenta una garanzia”) per poi dedicarsi alla narrativa sfornando un romanzo e ben tre trilogie di successo (nelle altre due a tenere la scena sono di personaggi di Kazanski e di Nina Portland). Ferma restando una sua precisazione: “Alcuni autori impiegano un niente a diventare delle stelle. Per me invece è stata lunga la strada per arrivare al successo e potermi quindi dedicare soltanto alla scrittura. Un passo necessario in quanto, per completare un libro, mi serve almeno un anno…”. 
Fermo restando che i suoi lavori si nutrono, per un verso o per l’altro, di sofisticate trame incentrate su personaggi ambigui, piani segreti e spie, nonché ambientazioni che lasciano il segno. Un tutto che deve superare “diversi esami personali”, dal momento che, a suo dire, non è “facile imbastire storie credibili”. Tanto più che “non mi piace farmi influenzare dagli altri. E appunto per questo leggo pochissimo”. 
Di fatto le tematiche trattate da Jensen (sposato e padre di due figli) sembrano rientrare in corde vincenti vista l’innata capacità nel saper mixare azione e suspense, fantasia e realtà. Lui che, “avendo studiato alla scuola di giornalismo”, si rende conto dell’importanza di addentrarsi nella “verità vera” dei luoghi e dei fatti (“Occorre pertanto molto lavoro di ricerca”) per poterla inserire all’interno della finzione. Così eccolo, a uso e costume del lettore, dare voce anche a una breve postfazione nella quale cerca di chiarire alcuni perché e percome relativi al romanzo del quale stiamo parlando. 
Ma veniamo al dunque. Niels Oxen, il citato pluridecorato delle forze speciali, per cercare di trovare pace si trasferisce con il suo cane in una foresta, dove si accampa per beneficiare di una vita semplice, a contatto con la natura. Ma non durerà molto, in quanto due degli uomini più influenti della Danimarca muoiono in circostanze misteriose. Fra i due casi non sembra esserci un nesso, se non fosse per un inquietante particolare: i cani delle vittime sono stati impiccati poco prima della loro morte.  E quando anche un ex ambasciatore viene trovato cadavere nel suo castello, dopo che il suo bracco è stato a sua volta impiccato, risulta chiara la matrice seriale dei delitti. 
E Oxen che c’entra? C’entra in quanto finisce per trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nel senso che si era accampato nel bosco di Rold Skov, proprio nei pressi del castello medievale dell’ex ambasciatore Hans-Otto Corfitzen. E lì ha la malaugurata idea di recarsi, più per curiosità che per altro, in visita notturna al maniero. Da qui l’accusa di aver ammazzato il padrone del castello, un uomo discusso in quanto fondatore di una potente organizzazione conosciuta come Danehof. E siccome uno più uno fa due, eccolo trovarsi sospettato anche degli altri delitti. Unica via d’uscita quella di collaborare con gli inquirenti per scoprire il vero colpevole. 
Il caso viene assegnato all’agente Margrethe Franck, che inizialmente non riesce a legare con Oxen. Ma dopo una partenza burrascosa i due troveranno un certo feeling e uniranno le loro forze per scovare l’assassino, addentrandosi fra gli oscuri segreti della citata organizzazione e delle persone senza scrupoli che ne fanno parte. 
Che dire: un canovaccio di prim’ordine dall’inizio alla fine, incredibilmente ben scritto come ha avuto modo di commentare il quotidiano tedesco Der Speigel. Una storia che lascia il dolce in bocca al lettore, in attesa che arrivi anche da noi la seconda puntata.


Voltiamo libro, dando la parola a un veterano delle librerie, il francese Jean Failler, nato a Quimper il 26 febbraio 1940, un autore che si è fatto conoscere e apprezzare da un largo pubblico internazionale per aver scritto 45 romanzi, tutti ambientati in Bretagna e incentrati sulla figura di Mary Lester. Una poliziotta bretone che incontriamo per la prima volta ne Il respiro della marea (Tea, pagg. 200, euro 12,00, traduzione di Alessandro Zabini) come giovane recluta uscita dalla scuola di polizia. Un’ispettrice già dotata delle connotazioni - è infatti testarda, tenace e volitiva - che la caratterizzeranno strada facendo nel suo girovagare di servizio da Brest a Saint-Malo, da Nantes a Saint-Quaty-Portrieux. Non a caso ogni romanzo è ambientato in una città o in una provincia della regione, i cui nomi sono peraltro riportati dopo il titolo originario. 
Per la cronaca Il respiro della marea, che si propone come il primo lavoro di una lunga serie, risale al 1992 ed era già stato dato alle stampe in Italia (quindici anni fa) dalla Robin sotto il titolo di Omicidio a Lorient. Robin che in seguito ne avrebbe dato alle stampe anche diversi altri. Ma senza ottenere, c’è da ritenere, quel riscontro che avrebbero meritato. Ecco quindi il “ritorno” grazie ai tipi della Tea che, se i risultati saranno buoni (le storie sono fresche, leggibilissime e di intrigante lettura, mentre la distribuzione risulta capillare), non mancherà di rimettere in scena nuove indagini di questa singolare protagonista. 
Come da sinossi, fra Lanester e Lorient, due tranquille cittadine sulla costa bretone, al ritirarsi della marea viene trovato il cadavere di Toutousse, così lo chiamava la gente, un cinquantenne vagabondo benvoluto da tutti. Non bastasse viene denunciata la scomparsa di Antoine Sallabert, direttore del supermercato locale. In parallelo viene ritrovato il furgone (rubato) con il quale un gruppo di balordi ha svaligiato una casa della zona. L’ispettore capo Marc Amédéo banalizza gli eventi cercando di distogliere Mary dall’ipotizzare chissà cosa, se non l’accidentale caduta di un ubriaco e la fuga di un uomo per ragioni passionali. E per quanto riguarda i ladri, ordinaria amministrazione. 
Insomma, per il capo del commissariato di Lorient non c’è nulla di anomalo in tutto questo. Ma non certo per Mary Lester che, fresca di diploma, sinora si era occupata di noiose statistiche, a verbalizzare denunce per furti di conigli e altri piccoli reati. Cercando di non perdere l’entusiasmo, di sopravvivere in un ambiente chiuso e decisamente maschilista. E, soprattutto, di non dare nulla per scontato. 
Nonostante le pressioni Mary si affiderà quindi al suo al suo istinto, in quanto ritiene che, nonostante le apparenze, gli ultimi fatti risultino imparentati. Ma riuscirà la giovane recluta a farsi dare una mano nelle indagini e portare a galla la verità? C’è da ritenere di sì. Di certo, lo possiamo anticipare, il piglio e la caparbietà della nostra giovane ispettrice le consentiranno, via via, di affrontare con successo una lunga serie di indagini, destinate a conquistare un ampio consenso del pubblico d’Oltralpe e non solo. 
Detto del libro, spazio ad alcune note sull’autore, nato in una famiglia umile (il padre faceva il carpentiere e la madre la lavandaia) che gli avrebbe comunque consentito di portarsi a casa un diploma di contabile. Così a soli 17 anni si dava già da fare come impiegato postale, quindi sarebbe approdato in una agenzia di assicurazione e infine avrebbe gestito una pescheria a Quimper. Peraltro alternando il lavoro con la scrittura di alcuni racconti. 
In realtà i primi risultati sarebbero arrivati soltanto a 43 anni, quando si impose nel concorso nazionale di Metz con un testo teatrale. E di teatro avrebbe continuato a scrivere per diverso tempo, per poi dirottare sulla narrativa di settore inventandosi il personaggio di Mary Lester, tanto apprezzato da guadagnarsi una serie televisiva andata in onda su France 3. Ma dopo soli sette episodi Failler si sarebbe dissociato dal lavoro degli sceneggiatori che, a suo dire, travisavano i suoi testi. 
Che altro? Ricordiamo le cinque incursioni di questo autore nel campo dei romanzi storici, ma anche altri cinque lavori d’avventura dedicati ai ragazzi con protagonisti i personaggi di Filosec e Biscoto. 


Il terzo e ultimo consiglio per gli acquisti risulta legato alla penna del cinquasettenne milanese Flavio Villani, di professione neurologo con esperienze di ricercatore negli Stati Uniti nel campo della neurofisiologia. Una penna che, dopo aver esordito nel 2007 con la raccolta di poesie Gli assedi del nulla, era tornato sugli scaffali con L’ordine di Babele nel 2013, quindi aveva dato voce al graffiante romanzo Il nome del padre (Neri Pozza 2017, Beat 2018, candidato al Premio Scerbanenco) e infine è arrivato sugli scaffali con Nel peggiore dei modi. Le inchieste del commissario Cavallo (Neri Pozza, pagg. 382, euro 18,00). 
In buona sostanza, visto che genere vincente non si cambia, Villani ci proporre il secondo capitolo di una serie imperniata sulla intrigante figura del commissario che il lettore aveva già incontrato negli uffici di Città Studi a Milano quando, nel 1972, lui giovane viceispettore arrivato a Milano dal Sud, gli era stata affidata la sua prima inchiesta scottante: quella relativa al ritrovamento, nel deposito bagagli della Stazione Centrale di Milano, del cadavere fatto a pezzi di una donna e stipato in una valigia. 
Ma chi è Rocco Cavallo? Un poliziotto onesto, dall’apparenza dimessa, che conosce bene il suo mestiere, che ama indossare il loden e fumare (troppe) sigarette. Un tipo fuori dalle regole che per seguire il filo dei propri pensieri non utilizza quasi mai la macchina di servizio, in quanto preferisce i mezzi pubblici, se non addirittura camminare. La qual cosa lo aiuta a rimuginare sulle variegate ipotesi legate alle sue indagini. Insomma, una di quelle rette figure di poliziotto che, assieme ai componenti della sua squadra, possono ancora regalare qualche speranza al Paese. 
Ma c’è un altro protagonista silenzioso in questo libro: la Milano dei tempi andati (siamo nel 1990), imparentata con le ramificazioni della mafia siciliana, segnata dai delitti e alle prese con politici e imprenditori corrotti. Una città che tuttavia si propone al lettore in tutta la sua vitalità culturale e che l’autore - quasi senza darlo a vedere - ci fa visitare puntando su quartieri che non sono il quadrilatero della moda e del design, bensì quelli dove si annidano miseria e delinquenza, omertà e spaccio. 
Nel peggiore dei modi si apre con una chiamata (c’è stata una sparatoria con morto) al centralino della Terza Sezione della Questura di Milano, meglio nota come Squadra Omicidi. A occuparsi del caso il commissario Cavallo che, appena avvisato, si reca con l’ispettore Montano sul luogo del delitto. Al loro arrivo l’area della sparatoria non è stata ancora transennata. Il cadavere giace a terra con il cappotto di cachemire intriso di sangue. A mezzo metro dal corpo una scarpa ancora allacciata, persa probabilmente nella caduta. Poco distante, una Mercedes parcheggiata di sbieco sul marciapiede. 
Nel portafogli di coccodrillo della vittima la patente: quella di Giacomo Riva, un piccolo immobiliarista che era nato e abitava in città. All’omicidio ha assistito dal sedile dell’auto - il padre, che lo stava accompagnando a scuola, si era fermato un momento per comprare un pacchetto di sigarette - l’undicenne figlio della vittima, Andrea, che è riuscito a vedere quel che stava succedendo. Ma ci sono anche altri due testimoni: la pediatra del bambino, che passava di lì per caso, e una giornalista freelance, che si rivelerà moglie del giudice incaricato dell’inchiesta. 
Tutto fa supporre che l’assassinio dell’uomo sia maturato nell’ambito della criminalità organizzata, magari per mano di un killer arrivato dalla Sicilia se non addirittura dall’estero. Ma il commissario Cavallo è abituato a non fidarsi delle apparenze. Intanto a stupirlo è la fedina immacolata della vittima. Un paravento che gli avrebbe potuto consentire, senza destare sospetti, di coltivare amicizie pericolose. Ma sono anche altri gli interrogativi che inquietano Cavallo: come poteva permettersi, la vittima, un tenore di vita così alto, visto che era titolare di una modesta agenzia? Come mai vantava amicizie altolocate? Cos’era successo durante gli Anni di piombo quand’era scomparso per un certo periodo? E perché sua moglie, proveniente da una facoltosa famiglia, si dimostra reticente nel collaborare con la polizia? E a chi si riferisce il piccolo Andrea, traumatizzato da quanto accaduto, nel disegnare un uomo grosso con i capelli lunghi? 
Secondo logica narrativa, Cavallo e il suo giovane vice si mettono a indagare, spinti dai loro superiori sulla strada della malavita mafiosa che si sta spartendo il mercato milanese della droga. Ma ben presto il nostro commissario si renderà conto che c’è dell’altro. Che questa brutta storia affonda le radici negli anni Settanta, quelli del terrorismo e dei fiancheggiatori di bande eversive... 
Che dire: a fronte di personaggi ben tratteggiati, una robusta attenzione ai luoghi e ai particolari, una scrittura condita di frasi brevi e a volte appuntite, questo romanzo si rivela ben congegnato. Tanto da meritare una sufficienza piena. 

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