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"Per aggirare la crisi bisogna ripartire dalle riforme e dagli investimenti. Altrimenti…"

Secondo l’economista Carlo Secchi la recessione è legata a vecchi problemi irrisolti. Purtroppo la Legge di Bilancio risulta inadeguata, e se si vuole ridare slancio al sistema produttivo servono urgenti rinnovi strutturali e finanziamenti per le grandi opere


25/02/2019

di Giambattista Pepi


Carlo Secchi

Siamo in recessione. Bisogna agire con urgenza. La Legge di Bilancio 2019 è inadeguata a far fronte al peggioramento dell’economia: non aiutano le misure come il reddito di cittadinanza, ci vorrebbero piuttosto le riforme e gli investimenti in opere infrastrutturali, i provvedimenti che gioverebbero a ridare vitalità al nostro sistema produttivo. Quanto al Mezzogiorno, è sicuramente una causa della debolezza dell’Italia. Per risollevarne le sorti occorrerebbe un piano straordinario di investimenti e di sostegno allo sviluppo economico. 
È questo, in sintesi, il pensiero dell’economista Carlo Secchi sulla fase travagliata che sta attraversando da qualche mese l’economia italiana e su cosa occorrerebbe per impedire che la congiuntura peggiori. 
Laureato in Economia e commercio all’Università Bocconi, Secchi (che abbiamo intervistato) è professore emerito di Politica economica europea presso l’Università commerciale Luigi Bocconi, di cui è stato rettore dal 2000 al 2004. Secchi ha ricoperto inoltre incarichi pubblici elettivi: è stato eletto deputato europeo alle elezioni del 1994 ed è stato senatore della Repubblica dal 1995 al 1996 con il Partito popolare Italiano.  

Volendo ricorrere a una metafora, che tempo fa nel barometro dell’economia italiana? Siamo veramente sull’orlo del precipizio e potremmo cadere in recessione, oppure si tratta più semplicemente di un normale rallentamento dopo la ripresa ripartita a fine 2014? 
Il barometro non segna bel tempo, anzi dà indicazioni di continuo peggioramento. Siamo in recessione o no? Tecnicamente siamo in recessione sulla base dei dati resi disponibili aggravati da quello della produzione industriale di dicembre che ci riporta indietro negli anni dal punto di vista di performance particolarmente negative. Quindi in effetti, dal mio punto di vista, è una situazione molto preoccupante rispetto alla quale bisognerebbe fare qualcosa e che è ulteriormente resa critica dal fatto che la congiuntura internazionale non è nelle condizioni migliori: c’è un certo rallentamento generalizzato a partire dai grandi produttori ed esportatori, la Cina e la Germania anzitutto; vi sono notevoli tensioni di carattere geo-politico che poi si tramutano in “guerre commerciali” che, come l’esperienza ci insegna, portano a mosse e contromosse che vanno verso il peggioramento del clima nelle relazioni politiche e negli scambi commerciali tra i Paesi coinvolti. Il contesto non è certo favorevole ed in questo contesto internazionale l’Italia, a mio giudizio, si presenta in questo momento particolarmente svantaggiata.   

Centro studi Confindustria, Fmi, Commissione Europea, Istat, Banca d’Italia, agenzie internazionali di rating nelle proprie stime prevedono per il 2019 una crescita del Pil compreso in un range tra lo 0,6 e lo 0,2%. Che cosa stiamo pagando? 
Davanti a queste stime che spero non si rivelino troppo pessimiste, stiamo pagando per i fattori di appesantimento del nostro sistema che ci trasciniamo da tempo. L’incapacità di attuare riforme incisive che diano maggiore vigore al funzionamento dei meccanismi del mercato e dell’economia. Un debito pubblico elevato che continua a crescere invece di diminuire e che comporta una tensione costante sui mercati finanziari per finanziarlo. Un’incertezza che è andata aumentando nelle ultime settimane e mesi a fronte di provvedimenti da parte del Governo non certamente pro crescita ed a tutta una serie di annunci, poi in parte smentiti ed in parte cambiati, che scoraggiano certamente l’attività economica. Penso ai nostri imprenditori, ma mi preoccupo anche per gli investitori internazionali i quali guardano di nuovo il nostro Paese come una sorte di oggetto misterioso rispetto al quale stare lontani se non di fronte ad occasioni irrinunciabili di fare business. 

La Legge di Bilancio 2019 è adeguata a far fronte a questi evidenti e costanti segnali di deterioramento della nostra economia? 
No. Non la ritengo adeguata. In primo luogo per il quantum, cioè per il disavanzo previsto che va al di là di quello che sarebbe stato compatibile secondo stime fatte in periodi più favorevoli tra l’altro con la buona tenuta dei conti pubblici e con un percorso virtuoso del debito pubblico: virtuoso nel senso di cominciare a diminuire lo stock del nostro debito. Ma soprattutto non la ritengo adeguata perché si focalizza molto su provvedimenti che possono sostenere la domanda, anche se non è sicuro che lo facciano, ma ignora completamente gli investimenti. Anzi, al di là di alcune piccole misure che vengono molto decantate ma restano piccole, gli investimenti che possano poi fare da traino a tutto il sistema economico sono stati accantonati, ridotti, penalizzati, sottoposti ad un’incertezza notevole: basti pensare al tema delle grandi opere di trasporto. Si pensi alla Tav Torino-Lione, al collegamento Brescia-Verona-Veneto e molte altre ancora. Un’economia che non investe è difficile che possa crescere.

Di fronte agli ultimi dati macro allarmanti, si ipotizza il ricorso a una manovra correttiva.  Il ministro dell’Economia, Tria, la esclude. Dello stesso avviso il premier Conte, che si premura di far sapere che ci sarebbe un “tesoretto” di due miliardi per far fronte a un eventuale aggiustamento dei saldi concordati con la Commissione europea. Qual è la sua opinione? 
Credo che il ministro Tria faccia bene a cercare di mantenere la calma e diffondere sentimenti di fiduciosa attesa sull’evolversi della situazione. Mi meraviglierei del contrario. Il problema è che, estrapolando i dati attualmente disponibili, è difficile vedere come questa manovra non si renda necessaria. Vedremo l’aggiornamento del Documento di economia e finanza di aprile che cosa conterrà, ma chiaramente non potrà che riflettere la situazione. E se la situazione economica va continuamente peggiorando bisognerà prenderne atto. Il Governo fa molto conto sulle misure di sostegno alla domanda tramite il reddito e la pensione di cittadinanza, quota 100 e la flat tax però la portata in termini di sostegno della domanda di questi provvedimenti è tutta da dimostrare: non sembra che stiamo procedendo con la speditezza che era stata auspicata, ma soprattutto la crescita affidata solo al sostegno della domanda non ha grande fortuna. Può produrre qualche effetto. Ma la crescita nasce dalle riforme e dagli investimenti. 

Alla luce del dibattito pubblico sulle prospettive della nostra economia, lei ritiene che, nel caso in cui fosse necessaria una manovra correttiva che assicurasse una maggiore spinta all’economia, i rapporti tra l’Italia e la Commissione europea tornerebbero a peggiorare, a pochi mesi dalle elezioni del Parlamento europeo? 
Temo proprio di sì. In quanto con il Documento di programmazione economica e finanziaria previsto per aprile, cioè un mese prima delle elezioni europee, bisognerà mettere le carte in tavola e metterle in modo convincente. E vedremo quanto convincente sarà il Documento che il Governo progetterà. Oggi come oggi è difficile immaginare che la Commissione europea ed il Consiglio europeo possano accontentarsi di dichiarazioni abbastanza generose ma infondate, vorranno vedere la realtà dei numeri ed oggi la realtà dei numeri non è affatto confortante. In più il clima pre-elettorale che sicuramente caratterizzerà quel periodo non aiuterà il rapporto tra Roma e Bruxelles. Si vede già adesso che tutti i partiti, e tra questi quelli della maggioranza di governo, hanno in testa le elezioni e spesso si comportano in funziona di quelle, ma questo avviene in tutto il resto dell’Europa. La scadenza elettorale vale per tutti per cui non si vede perché un Paese come l’Italia debba essere oggetto di un trattamento di favore in un periodo così delicato.

L’Italia è stretta tra l’incudine della crescita bassa ed il martello del debito elevato. Si è ipotizzato a più riprese (ma per la verità se ne parlava anche negli anni scorsi) all’introduzione di una patrimoniale per aggredire il debito e farlo scendere. E’ un’ipotesi verosimile? Quali potrebbero essere i vantaggi e gli inconvenienti per quella che potrebbe essere l’extrema ratio? 
In Italia una patrimoniale c’è già. Nel senso che vi sono varie tasse e tributi che hanno quella natura: l’Imu, la tassazione sugli utili guadagnati con i prodotti e gli strumenti finanziari, la tassa di circolazione sui veicoli a motore. Quindi non è che siamo un Paese che ignora l’esistenza delle imposte patrimoniali. Una patrimoniale importante sarebbe certamente un segno di disperazione. Ciò vuol dire ammettere di non essere riusciti, con i normali strumenti che la politica economica mette a disposizione e per di più cogliendo l’opportunità di una situazione economica che fino a pochi mesi fa era favorevole, ad imprimere al Paese un percorso abbastanza virtuoso. Quindi sarebbe una mossa che avrebbe certamente delle ripercussioni molto pesanti sulle aspettative e la fiducia delle imprese e delle famiglie e soprattutto sugli investimenti stranieri. Secondo me è ancora possibile evitare una prospettive del genere facendo ricorso a quei normali strumenti che abbiamo a disposizione per il rilancio degli investimenti, ad un corretto utilizzo delle risorse già disponibili che vengono mantenute oziose a causa dei dibattiti in corso. Cito ancora una volta il tema delle grandi infrastrutture. È da lì che bisogna partire per dare un nuovo slancio all’economia del Paese.

Resta sullo sfondo il convitato di pietra: quel Mezzogiorno che sembra interessare a pochi, se non a nessuno. Gli ultimi dati della Svimez confermano un quadro drammatico che rivela che il divario nel Pil, nel reddito pro capite, negli investimenti, nei servizi, rispetto alle regioni del Centro e del Nord piuttosto che ridursi, si sta accentuando. Non pensa che avere mantenuto in questo stato di depressione una parte preponderante del Paese qual è il Mezzogiorno possa rappresentare una delle cause che ne hanno determinato negli ultimi venti anni e ancora oggi una crescita così flebile ed impalpabile? 
Certamente ciò che lei dice è condivisibile. Cioè la performance economica del Mezzogiorno è un fattore di appesantimento dell’intero sistema economico italiano. Si parlava a lungo negli anni passati di dualismo, di misure per superarlo. Il problema del Mezzogiorno è di nuovo un problema di riforme, di investimenti in infrastrutture e di rivitalizzazione della performance economica. Mentre noi abbiamo assistito negli ultimi mesi a dibattiti molto infuocati sulla cessazione di determinati investimenti: pensiamo all’Ilva di Taranto, alla Tav Torino-Lione, al gasdotto in Puglia. Pensiamo a tutte quelle opere che o non si fanno, oppure se si fanno avanzano alla velocità delle lumache. Il Mezzogiorno ha certamente bisogno di un piano straordinario di intervento ma che assolutamente non sia un piano di assistenzialismo come purtroppo invece si vede da alcune delle misure prese, in primis il reddito di cittadinanza. Occorre un piano di investimenti in grado di ridare ossigeno ad un’economia che ha poche luci e molte ombre.

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