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"Peste e corna": come disintossicarci da luoghi comuni, frasi fatte e compagnia bella

Ancora una volta Massimo Roscia sbarca sugli scaffali con un irriverente quanto piacevole lavoro. E lo fa riprendendo un’affermazione di Samuel Becket - “Anche se ci mancano le parole dobbiamo usarle lo stesso” - per poi bacchettarlo: “E allora vediamo di usarle bene”


28/05/2018

di Catone Assori


Un personaggio, Massimo Roscia, che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. E che nella campagna a ridosso di Frosinone - dove da diversi anni, lasciata la Capitale, vive a spizzichi e bocconi (in quanto bene e spesso è in viaggio) con Alessandra, sposata nel 2001 “dopo cinque anni di convivenza riscattabile” - lo conoscono bene e quasi certamente se ne sono fatti una ragione. Lui che, nella terza di copertina del suo ultimo libro Peste e corna (Sperling & Kupfer, pagg. 212, euro 15,90) si prende garbatamente in giro (o forse prende garbatamente per le terga il lettore) con quel suo profilo, proposto in terza persona, che lascia piacevolmente di stucco. E allora divertiamoci a scorrerlo insieme. 
Massimo Roscia, nato a Roma nel 1970 circa (in realtà il 20 aprile, aggiungiamo noi), è un personaggio proteiforme e di difficile catalogazione. Critico enogastronomico, collaboratore del Gambero Rosso, già condirettore editoriale del periodico Il Turismo Culturale, pifferaio magico, mimo parlante, decente docente (insegna, tra l’altro, comunicazione, tecniche di scrittura, editing e marketing territoriale), incensurato, automunito, militassolto, collezionista di periodi ipotetici del terzo tipo e, non ultimo, scrittore. Ha infatti firmato romanzi, racconti, saggi, guide turistiche, sceneggiature televisive e biglietti per biscotti della fortuna; ha vinto diversi premi letterari e partite a tressette; ha esordito con Uno strano morso ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo (Edizioni della Meridiana, 2006). A seguire, dopo il fortunatissimo romanzo La strage dei congiuntivi (Exòrma, 2014), è tornato a occuparsi della lingua italiana con il saggio Di grammatica non si muore (Sperling & Kupfer, 2016). Non pago, ha scritto ora anche Peste & Corna
Che altro? Un impenitente bugiardo, verrebbe da dire. In quanto, avendolo contattato per fargli scrivere qualcosa su questo suo ultimo irriverente lavoro - visto che il cartaceo non ci era ancora arrivato in quanto, benché in Italia si legga poco, il libro era andato per così dire a ruba - ha avuto la faccia tosta di dire che non si sentiva all’altezza. Una scusa impossibile da parte di chi di italiano si nutre e nutre soprattutto gli altri, sia pure all’insegna del sorriso e dell’ironia. 
Peste e corna, si diceva. Si tratta - come lo stesso autore annota nell’introduzione - dell’ennesima eccezione che conferma la regola: “Avrei potuto tirare i remi in barca, cullarmi sugli allori e godermi il meritato successo dei miei precedenti libri, ma è più forte di me, in quanto amo scrivere, scrivere, scrivere come se non ci fosse un domani. Anche perché ogni lasciata è persa, visto che il ferro va battuto sin che è caldo”. Fermo restando che “adoro vivere alla grande, volare alto, prendere il toro per le corna, mangiare a quattro ganasce, bere a garganella, fumare come un turco, tirare tardi la notte, nuotare nel miele, sognare a occhi aperti, innamorarmi perdutamente” e via di questo passo. 
Salvo poi andare al sodo annotando, alla sua maniera, di essersi messo di buzzo buono per infilare, “nel calderone dell’aria fritta, metafore logore (ce ne sono a bizzeffe), cliché (tutto fa brodo), luoghi comuni (molti dei quali terra terra) e poi, visto che una  ciliegia tira l’altra e l’appetito vien mangiando, anche i modi di dire (che affondano le radici nei tempi andati), le combinazioni di parole (il suo chiodo fisso), le formule di presunta saggezza un tot al chilo, i sintagmi stereotipati (che gli hanno dato del filo da torcere), la filosofia spicciola” e compagnia bella.  
E appunto in tale ottica eccolo mettere in guardia il lettore sull’ovvietà “delle frasi fatte, delle espressioni idiomatiche, dei modi di dire, delle metafore logore e dell’invadente burocratese”, devianze che spesso “appiattiscono la comunicazione in un prevedibile ammasso verbale trito e ritrito, con il risultato di parlare molto senza dire niente”. 
Un altro affresco impietoso, in buona sostanza, del nostro quotidiano linguistico. Che si nutre della storia di Mario, un impiegato romano dal cuore d’oro, il quale, ovunque si volti, si imbatte nella quintessenza della banalità espressiva, a partire da quella della madre. Una donna che ha la testa fra le nuvole, che non manca di ricordargli di coprirsi bene perché a Milano fa freddo, di mettersi la canottiera, di non farla stare in pensiero, di non dare retta agli sconosciuti (sebbene abbia quasi 48 anni), di essere prudente, di non correre, di cambiarsi le mutande, di portarsi dietro le chiavi di casa, di non bere, di non mangiarsi le unghie...”. D’altra parte così va il mondo, i figli crescono e spiccano il volo, ma la mamma è sempre la mamma
“Frasi - aggiunge Roscia - che abbiamo sentito un milione di volte, allegri motivetti dello stesso carillon che si tramandano come un sacro retaggio di generazione in generazione”. Da qui il suggerimento, fra il serio e il faceto, di voltare registro, magari dicendo le stesse cose ma in maniera diversa. Una specie di gioco a fronte di uno scopo preciso: quello di insegnare ai nostri figli a riscoprire le parole giuste, magari anche gentili, a rischio di estinzione, come buongiorno, grazie, prego e per favore”. 
Ma torniamo alle frasi fatte al centro di questo intrigante lavoro che si propone utile sia ai genitori che ai ragazzi. “Frasi immediate, che sentiamo in ogni dove, perché chiunque le capisce (o almeno finge di farlo). Frasi che quando non abbiamo altre parole fungono da salvifico pronto soccorso linguistico”. 
Più precisamente Roscia si riferisce alle espressioni idiomatiche, ai modi di dire, alle metafore logore e alle formule preconfezionate che hanno invaso ogni ambito semantico. Perché “il burocratese ne abbonda, il giornalese ne abusa, in cucina sono uno degli ingredienti principali e nel meteo mietono più vittime dei violenti nubifragi. A volte servono anche a dare colore al discorso o a rompere il ghiaccio, ma più spesso appiattiscono la comunicazione in un prevedibile ammasso verbale trito e ritrito, con il risultato di parlare molto senza dire niente”. 
È questo il nuovo verbo di Massimo Roscia, “il non-linguista, non-lessicografo e non-grammatico più innamorato dell’italiano che ci sia”, il quale si diverte a prendere in giro la nostra inveterata tendenza a usare formule stereotipate a ogni piè sospinto. Giocando con le parole come Flaiano e Campanile, ma soprattutto facendo riflettere. Tanto di cappello, quindi, per questo disincantato guardiano della nostra lingua. Una lingua che sta subendo sconfitte a ripetizione da parte di tutti, in primis da coloro che dovrebbero dare il buon esempio: ovvero insegnanti e giornalisti. 
Per la cronaca Roscia - repetita iuvant - dopo aver frequentato il liceo classico a Roma, si era laureato in Scienze politiche per poi iscriversi alla facoltà di Lettere e filosofia. Salvo lasciar perdere a causa della sua passione per i viaggi “mascherata dalla volontà di apprendere le lingue”, con prolungati soggiorni in Inghilterra e Spagna. 
Lui che si professa “orgogliosamente pigro” (quindi niente hobby e niente attività sportive), ma con una grande attenzione per la carta: “Leggo di tutto e di più, con la casa che trabocca di libri. Fortuna vuole che anche mia moglie viaggi sulla stessa lunghezza d’onda…”. Lui che si nutre di un carattere “socievole e solare”, oltre a proporsi decisamente “ottimista” in quanto adora la gente (“Non mi stanco di dare e ricevere, di prendere e apprendere, perché questo è in fondo il carburante della vita”). 
In buona sostanza un numero uno che ama giocare al diverso (ma ce ne fossero tanti di diversi come lui), il quale, tanto per non smentirsi, questa volta sembra propenso a voler entrare nel Guinnes dei primati con i suoi ringraziamenti: sei pagine zeppe di nomi, infilati uno dietro l’altro, che nessuno si sognerebbe mai di leggere. O forse no.

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