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"Pronomi personali" stilati da Marco Corsi. Cercando di spiegare la sua verità


30/07/2018

di Luca Minola


Noi sappiamo la verità. Sappiamo quello che ci conduce, quello che ci spinge avanti. Marco Corsi in Pronomi personali (euro 12,00), opera del 2017 che inaugura la collana “Lyra” di Interlinea, dedicata ai giovani e curata da Franco Buffoni, prova a spiegare la sua verità.  I tratti e le caratteristiche di questo poeta si conoscono già da qualche anno ormai. Questo libro era stato anticipato da alcune plaquette e dall’uscita della silloge Da un uomo a un altro uomo, uscita con una nota di Niccolò Scaffai nel Dodicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos 2015, sempre a cura di Franco Buffoni. Quindi un percorso impegnato, mosso da tante piccole soste che sicuramente aiutano. 
Pronomi personali semplicemente unisce anni di lavoro, mostrando un’opera compatta che si risolve in puntuali reazioni al mondo, in tentativi di resistenza: “dove siete stati a cancellarmi/per ogni nutrimento di sostanze/o di acque dense”. Corsi parla principalmente a un “tu” vorace e amato e a un “noi” prezioso e costantemente alla ricerca di verità e testimonianze: “ci guardano intorno dalla terra/ hanno periodi lunghi e fuochi/lontani: inorganiche creazioni del tuo niente,/ lana fitta di stelle/ oppure misera espansione per occhi e mani/ data la formazione del globo/ e la trappola visibile del vuoto./ allontanandoci la notte si fa carne,/ tutte le pieghe si rinserrano,/ sotto le gengive hai pezzi di rame/ o costellazioni celesti disperse per paura,/ in una gara a come si resta insieme piccoli,/ piccoli sussulti del creato”. 
Questi sono i pronomi personali che Corsi cerca realmente nella quotidianità e nella propria vita. Pronomi come desideri, per avvicinarsi agli altri, per scrutare inevitabilmente il vivere degli altri. Corsi non ostenta mai, non produce mai colate di versi, tenta sempre di racchiudere la poesia in movimenti brevi che difficilmente si espandono oltre la pagina ma in questo c’è la funzione dei contenuti, di voler far risaltare e fermare i propri temi senza vagheggiamenti. 
Sicuramente uno dei temi cardine di Pronomi personali è l’amore, l’impulso verso l’altro, che accetta una carneficina della lingua pur di vivere e realizzare le proprie volontà di resistenza e passione, di tormento e disgrazia: “la catastrofe è avvenuta in questo spazio/ dove tu non dimostri fingimenti/ mentre io mi costringo alle parole/ indispensabili, specie a settembre/ quando volge la bella stagione/ e diventiamo tutti più scuri/ compresi i pensieri/ tendenti allo zero/ o peggio al segno negativo”. 
La felicità che il poeta proietta e regala a chi si vuole accostare al suo lavoro, riflette il bisogno umano di voracità.  In questi versi di desiderio e materia, la lingua si rilassa, chiede con grazia un’immagine successiva che si presente alla vita e al suo moto infinito: “la felicità è saperti successivo/ dove non c’è evoluzione nei corpi/ solo la materia inerte/ di cui ti sei fatto bello/ a immagine di un dio solo/ senza padre e senza fratelli”. L’idea del viaggio scuote alcuni capitoli dell’opera, rendendo il percorso esterno realizzabile solo attraverso l’alternanza dell’altro, che non solo diventa nostra immagine e somiglianza ma anche nostra prosecuzione. I luoghi visitati ricalcano il coraggio di vivere le proprie scelte, quello che siamo e che vogliamo. Non ci può essere alternativa alle nostre volontà, alle nostre aspirazioni. 
Tutto questo si tocca in maniera sicura nell’opera di Corsi, si sente. Le esistenze che noi attraversiamo ci impregnano, propagano il loro calore in noi, saranno sempre uno dei tanti tasselli che compongono il nostro corpo e il nostro essere di gesti essenziali e unici: “doveva riprendere prima o poi/ l’usanza di mandarci cartoline/ o forse codici, messaggi più sottili/ quando il tempo affonda/ e nessuno torna per nessuno./ un rigo appena per finalmente dire/ che molto più ci sopravvive/ il saluto giunto da lontano,/ che va tutto bene, che la vita/ piano piano diventa/ un gesto inutile nell’aria”. Interessante per il tentativo discordante rispetto all’intero libro l’uso, nei capitoli finali, della prosa poetica, che gestisce, nel ricordo, riflessioni e immagini dense di memorie, di voluminose spensieratezze. 
Quello che si può aggiustare nella vita si calcola attraverso la rievocazione, attraverso la gravità concessa alle nostre scelte, per questo si eredita qualcosa. Marco Corsi chiude fra una tensione verso la vita e un’alternanza di immagini ricorrenti che includono tutto: “un diagramma così, fra boschi e mari, non sarà facilmente ripetibile. mentre il caro corpo cade. e poi si rapprende in luce. nella catena di molecole. in una sequenza da film dell’orrore. nella più tranquilla ipotesi del male. per questo non giungo, ma dico. per questo, in un solo momento. nella gravità della vita, nella più incessante scrittura. eredità io ti ho generato”.

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