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"Qualunque cosa sia accaduta, in quel posto, non è certo normale"

Paure striscianti sull’orlo dell’abisso nella storia horror firmata da Pietro Grossi. A seguire una trasferta nell’antico Egitto con Christian Jacq e una chicca di Don Winslow


16/07/2018

di Mauro Castelli


Quarant’anni, narrativamente parlando, spesi bene per il fiorentino Pietro Grossi. Una penna che non manca, libro dopo libro, di sorprendere e di intrigare per i suoi cambi di ritmo, messi al servizio di tematiche che spaziano a largo raggio. Anche in quelle che non ti aspetti. Come nel caso del suo ultimo romanzo breve, Orrore (Feltrinelli, pagg. 138, euro 14,00), incentrato su una storia di strane quanto misteriose tensioni. Un horror, a detta dell’autore, scritto “nel tentativo di investigare spazi più oscuri di quelli solitamente seguiti”. In questo spinto, probabilmente, dalla sua vecchia passione per certe angolature narrative in nero legate a maestri del passato come Poe, Gogol, Kafka, Landolfi, Conrad, Dostoevskj. Risultato? Un intrigante lavoro, peraltro proposto all’insegna di uno slogan che, nella sua semplicità, lascia il segno: “Qualunque cosa sia accaduto, in quel posto, non è normale”. 
Già, in quel posto. Ovvero una casa nel bosco, apparentemente abbandonata. Che si trova al centro di inquietudini non facili da interpretare, “immergendo il lettore in ombre popolate da paure striscianti, inesprimibili, per poi farlo precipitare nell’abisso”. Catturandolo e costringendolo alla lettura dalla prima all’ultima pagina. 
Insomma, un’altra prova vincente per Pietro Grossi, una “penna inquieta” che, a seconda delle occasioni, riesce a incidere nello spaccato di trame che poco hanno a che vedere le une con le altre. In buona sostanza canovacci diversificati, a partire - dopo l’uscita in sordina, nel 2000, di Touché per i tipi della Pagliai Polistampa, lavoro inserito nella collana diretta da Enzo Siciliano - dalla raccolta di racconti Pugni, pubblicata nel 2006 da Sellerio, una antologia che ha collezionato premi (ad esempio il Piero Chiara e il campiello Europa) e che gli ha spalancato le porte del grande pubblico. Lettori che, in seguito, non hanno mancato di apprezzare - sempre per i tipi della casa palermitana - i romanzi L’acchito e Martini
Un successo che lo avrebbe portato ad accasarsi in Mondadori, pubblicando Incanto (Premio nazionale Pisa) e quindi la raccolta L’uomo nell’armadio e altri due racconti che non capisco. A seguire un nuovo cambio di casacca con il passaggio, nel 2016, alla Feltrinelli a fronte della pubblicazione de Il passaggio (un romanzo incentrato sul difficile rapporto fra un padre e un figlio, vincitore del premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante) e ora, appunto, di Orrore
Un canovaccio - come accennato - impregnato di ossessioni, al punto da indurre il protagonista, uno scrittore italiano residente degli Stati Uniti, a separarsi dalla famiglia. Ma anche un testo che trae spunto dal racconto di un amico, “il quale mi confidò di essersi ritrovato in una baracca in un bosco che custodiva cose strane. E mentre lo sentivo parlare mi sono trovato a immedesimarmi in una persona che, abbandonata la famiglia, si mette a investigare su inspiegabili misteri…”. La casa, se vogliamo, non rappresenta infatti una specie di metafora della vita, del rischio di finire preda del male, prigionieri di qualcosa che non ci riusciamo a spiegare? 
Detto questo, spazio alla sinossi, che ci porta ad addentrandoci in quella casa nel bosco che, almeno in apparenza, pare abbandonata. “Al suo interno polvere e muffa dappertutto, a eccezione di alcuni angoli lindi e scrupolosamente ordinati. E poi una maschera demoniaca di cartapesta, il disegno di un bambino che sembra appeso al frigo da qualche giorno soltanto, forniture ospedaliere. Al piano superiore, una maschera ancora più inquietante, ricavata da una tanichetta opaca. L’intera casa urla che qualcosa di sinistro accade fra quelle mura, ma cosa? Il protagonista e sua moglie sono appena rientrati in Italia per Natale: vivono a New York, e da poco è nato il loro bambino. Ancora immersi nell’atmosfera morbida dei loro primi mesi di felicità ne approfittano per rivedere i vecchi amici”. Due dei quali, Diego e Lidia, si mettono - mentre si trovano seduti al tavolo di un ristorante - a raccontare la storia di una misteriosa casa. 
Il nostro autore ne rimane ovviamente colpito in quanto, come tutti gli scrittori, è sempre in cerca di storie. La moglie si rende conto di quanto gli sta succedendo e - al momento di rientrare negli Stati Uniti - gli propone di restare, da solo, a fare qualche ricerca. Due settimane, non di più. “Ma quel mistero è così inesplicabile, qualcosa lo attrae così visceralmente, che il tempo e le distanze - la distanza dalla famiglia, ma anche quella dal se stesso che credeva di conoscere - si dilatano. Gli appostamenti davanti alla casa diventano infatti - giorno dopo giorno, notte dopo notte - qualcos’altro”, come se lo sguardo si spostasse dall’esterno al centro della sua nuova visione della vita. 
Detto del libro, altri brevi appunti sul privato dell’autore. Grossi è nato a Firenze il 19 aprile 1978, città dove è cresciuto, “a fronte di qualche turbolenza”, sino ai vent’anni. Quindi divagazioni di vita, studi di Filosofia, frequenza della scuola Holden di Torino (quella voluta da Alessandro Baricco). Poi un biennio a New York per studiare regia e religioni comparate, guadagnandosi la pagnotta come traduttore, ma anche lavorando per una società di produzione cinematografica. Al ritorno in Italia si sarebbe accasato (fra il 2002 e il 2006) prima a Roma e quindi a Milano, dandosi da fare come correttore di bozze, barman, traduttore e copy-writer per una grande agenzia pubblicitaria. Poi il successo sugli scaffali e il cambio di rotta della sua vita…

A questo punto ridiamo voce a quel funambolo della parola che è Christian Jacq, nato a Parigi il 28 aprile 1947, con un venduto di oltre quattro milioni di copie soltanto in Italia e una presenza allargata a mezzo mondo - a fronte di più di sessanta di romanzi e una ventina di saggi - grazie alla sua abilità nel raccontare l’Egitto dei tempi andati, una civiltà da sempre fonte di ispirazione per la narrativa a cavallo fra archeologia e storia, esoterismo e avventura. Intrigando, giocando sui misteri, impastando realtà e fantasia come pochi altri sanno fare. 
Lui che - come già raccontato - aveva scoperto la sua strada leggendo l’Histoire de la civilisation de l’Egypte ancienne dello storico Jacques Pirenne. Una illuminazione che lo avrebbe portato a inventarsi il suo primo libro ancora giovanissimo. Tanto è vero che a soli 18 anni ne aveva già scritti otto. Ma fra scriverli e pubblicarli di acqua ce ne corre. Sta di fatto che il suo primo ritorno commerciale - strada facendo aveva utilizzato anche gli pseudonimi di J.B. Livingstone e Christopher Carter - arrivò nel 1987 con Champollion the Egyptian. Anche se il vero successo internazionale risulta datato 1995 grazie ai cinque libri della saga su Ramses II, saga che ha battuto ogni record di vendita. 
E a distanza di vent’anni la casa editrice Tre60 ha riportato l’autore in classifica con i libri di un’altra saga, quella di Setna, Il figlio di Ramses, raccolti in un unico volume. Uno straordinario successo proseguito con la serie dedicata ai grandi personaggi dell’antico Egitto: Nefertiti, la regina del sole (la più bella fra le belle, una donna carismatica quanto indomabile, lucida quanto determinata. Capace di conquistare con l’arma dei sentimenti); Cleopatra, l’ultima regina d’Egitto (colei, che a soli 18 anni, era salita al potere con unico obiettivo: riportare l’Egitto alla grandezza di un tempo avendo ragione di una infinità di nemici, Roma in primis) e Il mago del Nilo, Imbotep e la prima piramide (una storia fuori dalle righe imbastita su un’oscura forza malefica, l’Ombra rossa, intenzionata a prendere il sopravvento e a trasformare l’opulenta terra dei Faraoni nel Regno delle Tenebre). 
E ora ecco la Tre60 riproporre questo geniale scrittore in una nuova serie, ovvero Lo scriba di Osiride * L’albero della vita (pagg. 424, euro 12,90, traduzione di Maddalena Mendolicchio e Sara Arena), romanzo che a settembre avrà un seguito con la pubblicazione de La cospirazione del male, sempre ispirato allo scriba Iker. Che nel nostro caso incontriamo ancora giovane, con la “sensazione di essere stato manipolato da una forza occulta e potente. Ma chi può volere la sua morte, e perché? C’è solo una strada per scoprirlo: diventare scriba... 
Una storia che vede il nostro protagonista rapito e malmenato, mentre il faraone Sesostri III ha la sensazione di una sciagura incombente, visto che l’acacia del tempio di Abido si sta seccando. Perché l’acacia è l’albero della vita nato sulla tomba di Osiride. Poche cose, in Egitto, sono più preziose: quell’albero infatti custodisce il mistero della nascita e della morte, essenziale perché gli Dei continuino a guardare con benevolenza a tutto il popolo egizio. Ora però l’albero sta perdendo le foglie, come se un male oscuro stesse prosciugando la sua linfa vitale. Sesostri sa che deve fare qualcosa: in gioco c’è infatti il destino dell’intero Paese, che potrebbe addirittura scomparire in un gorgo di violenze e di sciagure. 
E il giovane Iker? La sua vita non è mai stata facile. Povero e orfano, mai avrebbe pensato di finire prigioniero su una nave per essere offerto in sacrificio alle acque del Nilo al fine di placare il furore degli dei e la tempesta che hanno scatenato. Miracolosamente sfuggito alla morte, Iker ha tuttavia la sensazione di essere manipolato. E c’è solo una strada per scoprirlo: diventare scriba, così da entrare in contatto con coloro che guidano il Paese. Magari addirittura con il faraone stesso… 
Sintetizzata la storia, un passo indietro per regalare ai nuovi lettori alcune altre note su Christian Jacq. Un personaggio fuori dalle righe, portatore di un dottorato sull’Antico Egitto conseguito alla Sorbona; un autore giramondo che con la moglie (sposata quando aveva soltanto 17 anni) ha fondato l’istituto Ramses per gestire un importante archivio fotografico relativo ai siti archeologici egiziani; una figura che ha saputo sfruttare il proprio background accademico nella rielaborazione delle leggende e dei miti, guadagnandosi una schiera di fan lunga sempre; una penna il cui pregio è legato all’attualizzazione dei personaggi, facendo partecipe i lettore delle loro gioie, dei loro dolori e delle loro ambizioni… 
Lui massone appartenente alla Gran Loggia di Francia che, dopo esserne divenuto Maestro venerabile, l’avrebbe manipolata a piacimento, finendo sotto accusa per aver fondato una setta. Da qui il trasferimento da Aix-en-Provence, dove abitava negli anni Novanta, a Blonay, in terra elvetica. Risultato? Un’altra accusa, per non farsi mancare nulla, di essere andato a vivere in Svizzera per motivi fiscali.

In chiusura di rubrica puntiamo sul sicuro su quel geniaccio di Don Winslow, del quale Einaudi ha dato alle stampe (e siamo a quota quindici) un romanzo scritto nel lontano 1994 che risulta incentrato - a fronte di una invidiabile freschezza narrativa - su una nuova storia incentrata su Neal Carey, il personaggio che incarna uno spirito punk sotto un blazer blu, che avvince, intriga e rappresenta il frutto forse non ancora del tutto maturo dell’inventiva giovanile di questo autore. Ovvero Lady Las Vegas (pagg. 334, euro 15,00, traduzione di Alfredo Colitto), una vicenda che si dipana dai deserti del Nevada alle mille tentazioni della città del vizio, Las Vegas appunto. 
Luoghi dove il protagonista si trova alle prese con una cliente da proteggere, bella quanto indisponente, che meriterebbe di essere fatta fuori con le sue stesse mani. Un’esagerazione? Forse. Ma a Don Winslow, nato a New York il 31 ottobre 1953, piace certamente calcare la mano. Nel senso che pur di regalarsi l’aureola di scrittore maledetto è disposto a raccontare fantasiose bugie, pur rivendicandole all’insegna di una cordialità e di una simpatia davvero uniche. 
Ad esempio millantando - lui che prima di sfondare sugli scaffali aveva fatto di tutto: dall’investigatore privato al giornalista, dal venditore di condimenti per insalata alla comparsa cinematografica, dal consulente di studi legali e assicurazioni a prima guida di safari fotografici in Kenya, sino a rivestire il ruolo di regista teatrale e televisivo - di essere approdato, narrativamente parlando, nel mondo del… crimine grazie a sua nonna. La quale, negli anni Trenta, risultava al soldo - ne abbiamo già parlato - di certi mafiosi gestendo scommesse e gioco d’azzardo, lei che andava in giro con la pistola nascosta nel reggicalze; lei che quando lui era ancora bambino lo imbrogliava a poker per “fregargli” i giocattoli. 
Bugie in bilico, lo ripetiamo, fra realtà e fantasia. Mentre una verità vera risulta quella legata alla sua passione per la lettura, con un debole dichiarato per autori del calibro di Elmore Leonard, Robert B. Parker, James Ellroy, Lawrence Block, Raymond Chandler e via dicendo. Sta di fatto che, bugiardo o no, la sua penna si sarebbe guadagnata un indiscusso ruolo di primo piano nell’ambito del poliziesco internazionale contemporaneo. 
Detto questo torniamo al dunque. Ovvero a una nuova avventura di Neal Carey, il personaggio cui aveva dato vita nei suoi primi romanzi, sempre di genere noir ma non ancora all’altezza dei suoi più migliori lavori (L’inverno di Frankie Machine, Il potere del cane, Satori, Morte e vita di Bobby Z e Le belve). In tutto cinque libri che affondano le radici nei primi anni Novanta, e precisamente fra il 1991 e il 1996, che tuttavia colpiscono e intrigano il lettore. Come appunto nel caso di Lady Las Vegas
E questa è la sua sinossi: “Neal avrebbe di gran lunga preferito continuare il suo lavoro alla tesi di laurea su Smollett, ma i suoi mentori, gli Amici di Famiglia, gli affidano un caso che deve sbrigare alla svelta. Polly Paget, una rossa esplosiva con gli occhioni verdi e le gambe sempre in mostra, è braccata da Fbi, killer, mafiosi, magnati del porno e una quantità di giornalisti”. Un richiamo evidente, questo, all’hard boiled a stelle e strisce, il genere poliziesco che si distingue dal giallo deduttivo per una rappresentazione realistica della violenza e del sesso, che aveva trovato le proprie radici nei romanzi di Dashiell Hammett verso la fine degli anni Venti e che era stato poi perfezionato, nel decennio successivo, da Raymond Chandler.  
Ma cosa ha combinato questo schianto di ragazza? Ha osato denunciare per stupro Jack Landis, un noto conduttore televisivo del Family Cable Network, famoso soprattutto per le sue posizioni supermoraliste. Ecco perché tutti le stanno alle calcagna. E “se vuole avere uno straccio di credibilità nelle aule del tribunale, è necessario che da bambolona sexy si trasformi in una lady. Sempre che arrivi viva al giorno del processo. Ed è appunto di questo che dovrà occuparsi Neal Carey…”.

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