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"Quel fascista di Pansa" raccontato da Giampaolo Pansa

Il grande vecchio del nostro giornalismo torna sul luogo del delitto e parla di quanto gli accadde quando, nel 2003, pubblicò Il sangue dei vinti. Per poi allargare il tiro sui suoi vari passaggi di vita, dando voce a uno spaccato d’Italia che non fa sconti ad alcuno: nemmeno a se stesso


04/03/2019

di Mauro Castelli


“Se mi avessero chiesto quel che sarebbe accaduto con la pubblicazione, nel 2003, de Il sangue dei vinti, non lo avrei mai immaginato. A posteriori posso invece affermare - annota  Giampaolo Pansa - che sarebbe stata la stoltezza della sinistra italiana a rifiutare questo mio libro, in abbinata alla stupida violenza nell’accusarmi di averlo scritto”. Trovandosi, lui stimata penna del giornalismo italiano, esposto al pubblico ludibrio soltanto per aver messo nero su bianco (“Tutto documentato”, ci mancherebbe) le barbarie che avevano insanguinato il nostro Dopoguerra. 
Ben presto scoprendo - con l’arrivo di Ezio Mauro alla direzione de la Repubblica dove lui lavorava (“Aveva rimpiazzato Scalfari, con il quale io avevo percorso molto strada. Purtroppo Eugenio non lo sento da un paio d’anni, forse perché siamo due vigliacchi. Ma gli ho già scritto il coccodrillo…”) - di essere diventato il suo unico nemico. “Scagliandomi addosso - ha avuto modo di annotare recentemente sulle colonne di Panorama - una muta di cani da caccia. Ma quando seppe che quel libraccio stava vendendo un numero strabiliante di copie, comprese di non poter più fare nulla. E provò a battere la strada dei consigli. Un giorno, con un sorriso volpino, mi disse: Giampaolo, devi riprendere a scrivere libri per i tuoi vecchi lettori! Gli replicai di andare a insaccare il fumo e tutto finì lì”. 
La Repubblica, come abbiamo già annotato, sarebbe stato il luogo del cuore di Pansa. Dov’era arrivato come inviato per poi diventarne vicedirettore, rischiando peraltro la vita negli anni caldi del terrorismo. E su quella testata avrebbe via via regalato ai lettori ficcanti spaccati di un Paese che hanno lasciato il segno. Prendendosela ad esempio con i politici (“Inadeguati, non più rispettati e voltagabbana”), con la mancanza di libertà (“Siamo diventati una Repubblica in tenuta anti-sommossa”), con l’arroganza del potere, con gli eccessi di esibizionismo, con il bullismo, con la corruzione della lingua italiana, ma anche con i giovani che, anziché cercare l’indipendenza, preferiscono restare nella cuccia di casa. 
Insomma, visto quel che era successo, era inevitabile che Giampaolo Pansa sarebbe tornato sul luogo del delitto, quello che lo aveva visto - dopo tanti anni di militanza a sinistra, ma a fronte di una onestà intellettuale che, ieri come oggi, gli rende onore - squarciare il velo che sino ad allora aveva avvolto la storia del nostro Paese, relegando nel dimenticatoio la sequela di violenze, omicidi ed esecuzioni sommarie ai danni di ex fascisti, o presunti tali, che aveva insanguinato il nostro Dopoguerra. 
Con il risultato di guadagnarsi accuse, attacchi e intimidazioni e finendo - ma guarda un po’ - anche nel limbo del politicamente scorretto. Con “una supercongrega di supercritici - annota l’autore - a spararmi addosso le accuse più pazze. E ogni volta le vendite del libro schizzavano, spesso a un ritmo surreale. E i promoter di quel saggio appartenevano quasi tutti a una stessa parrocchia: quella rossa, un residuato del vecchio Pci. Ma non mancavano anche i democristiani di sinistra ed erano i personaggi che mi suscitavano maggiore sorpresa e amarezza…”. 
Pansa, si diceva, che ora si è voluto prendere la sua brava rivincita, dando voce a un libro che solo dal titolo si capisce dove voglia andare a parare: Quel fascista di Pansa (Rizzoli, pagg. 230, euro 20,00), dove sulla prima di copertina appare una sua foto quando aveva quasi otto anni. Una foto, come lui stesso annota nella presentazione, che gli aveva scattato suo padre Ernesto nel giugno 1943. 
E poi eccolo in pista nel raccontare e raccontarsi in prima persona. “Gli italiani della mia generazione (sono nato il primo ottobre 1935) portano sulla gobba una colpa che non verrà loro mai cancellata. È quella di essere stati fascisti. A nostra difesa va detto che era quasi impossibile non esserlo. Certo, ci sono state delle minoranze eroiche di oppositori. Ma il regime di Benito Mussolini si era rivelato molto pervasivo, lasciando la sua impronta nell’intera società italiana. Anche il Pansa è stato fascista per un paio di anni, dai sei ai sette, quando frequentava la prima elementare. Il bambino che vedete in copertina mentre fa il saluto romano sono io. Indosso la divisa di figlio della Lupa, il primo gradino dell’organizzazione della gioventù mussoliniana. E nell’autunno di quello stesso anno sarei diventato un balilla, ma in luglio il regime fascista cadde e non mi fu possibile continuare la mia carriera di militante”. 
E ancora: “Conservo quella piccola foto e ho chiesto alla Rizzoli di metterla nella copertina di questo libro un po’ strano. Un libro che racconta quanto mi accadde dopo aver pubblicato nel 2003 il mio lavoro più noto: Il sangue dei vinti. Era dedicato alle vendette compiute dai partigiani trionfanti sui fascisti repubblicani sconfitti. Ed ebbe un successo di vendite travolgente che né io né l’editore ci aspettavamo. Segnò l’inizio di una serie di vicende che in qualche modo riflettono l’Italia entrata nei nevrotici anni Duemila. Prima di tutto non sono più stato ritenuto un rosso come credevo di essere, bensì un nero: Pansa il fascista ha gettato la maschera. Questo accese la rabbia di una serie di eccellenze presunte democratiche, più ridicole che tragiche. Venni aggredito e messo all’indice da parrocchie politiche che prima stravedevano per me e volevano eleggermi in Parlamento”. 
Beccandosi peraltro del fascista, del revisionista, del nazista, del repubblichino. “Ma pensate quello che vi pare - ha avuto recentemente modo di ironizzare - tanto sono un vecchio acido e scorbutico a un passo dalla bara. E quindi chi se ne frega”. In ogni caso troverete tutto in questo libro. 
“Semmai raccomando agli eventuali lettori di considerarlo soprattutto un ritratto del mondo di oggi dove i faziosi e i pagliacci siedono accanto a persone serie che hanno dimostrato di avere fiducia in me narrandomi le loro storie. Infine c’è una parte del libro dove ha il sopravvento l’Italia che di solito sta in silenzio. E presenta anche una scelta delle tantissime lettere che mi sono arrivate dopo i Vinti. Scritte da italiani che mi ringraziavano o mi insultavano con rabbia. Un test che garantisce la verità dei miei racconti”. 
In effetti lui si è sempre proposto come un portatore sano della verità, che strada facendo ha infastidito sia la destra che la sinistra. Un uomo convinto che “in una società democratica, nata dalla vittoria contro una dittatura, tappare la bocca a chi ha perso significa contraddire un principio che tutti dovremmo avere caro: la superiorità del sistema liberale rispetto a qualunque regime autoritario, nero o rosso che sia”. 
Che altro? Soltanto qualche appunto di vita. Lui capace di ripercorrere gioie e dolori con la stessa intensità, partendo da quello che gli era successo l’11 novembre 2017, quando era morto suo figlio Alessandro (ex amministratore delegato di Finmeccanica) per un infarto dorsale, “una specie di fucilata che ti schianta il cuore. Quando me lo dissero, se non mi avessero preparato, ci sarei rimasto secco. Di certo un padre che perde un figlio non può più essere lo stesso uomo”. 
Lui poco ottimista sull’attuale situazione politica (“Non voto, mi limito da accompagnare Adele, la mia nuova padrona, al seggio”) e che si dice orgoglioso di “non essere al servizio di nessuno”, in quanto sono troppi a essere senza arte né parte. A fronte di un Paese segnato dall’arroganza, dalla malaburocrazia, dall’esibizionismo, dal bullismo. Un’Italia oltre tutto in vendita o già svenduta. 
Insomma, un personaggio scomodo - come abbiamo già avuto modo di raccontare - che non le manda a dire (molti politici ne hanno pagato il conto, come il parolaio rosso Fausto Bertinotti, ma anche i Dalemoni, frecciata che alludeva all’inciucio fra D’ Alema e Berlusconi ai tempi della Bicamerale). Finendo per essere messo in discussione sia dalla sinistra che dalla destra (“Di detrattori ne ho avuto parecchi, forse perché ritengo di scrivere senza inventarmi nulla e nel rispetto della storia”). 
Lui molto legato ai ricordi (“Mia madre gestiva una modisteria, mentre mio padre, dopo essere stato operaio, era diventato commesso presso le poste centrali. Un uomo che non si era mai potuto permettere un’auto, ma i libri in casa nostra non erano mai mancati”). Lui che, pochi lo sanno, da piccolo faceva il chierichetto, con il ricordo di quando “accompagnava il prete a benedire le case dei benestanti della cittadina e le signore a volte gli regalavano qualche soldino”. 
Lui che, da bambino curioso qual era, voleva conoscere sempre la rava e la fava; lui che non stava mai zitto, che ficcava il naso dappertutto e che era più avanti degli altri. Tanto è vero che in quarta elementare il suo maestro, che si chiamava Dondero, propose a sua madre di fargli saltare la quinta. Così a dieci anni si ritrovò alle medie, “affascinato dal lato B della mia professoressa di matematica, che mentre scriveva alla lavagna dimenava le terga. E a mamma, che non si rendeva conto dei bei voti in una materia che non era la mia preferita, quella prof, che era anche cliente della sua modisteria, spiegò che il merito era tutto del suo didietro”. 
Lui che a un certo punto aveva ricevuto in regalo dal padre una macchina per scrivere Underwood e che, appunto per questo, era stato iscritto a un corso di dattilografia in una scuola fondata da un prete spretato in quanto ritenuto comunista. Ma gli sarebbero bastati pochi giorni per imparare quello che gli altri imparavano in due mesi. E via allora a mettersi a scrivere. E da allora in poi non avrebbe più smesso.

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