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“Riformare l’Italia: è questa la grande sfida che l’Esecutivo si troverà a dover affrontare”

Secondo l’ex parlamentare europeo Roberto Speciale sarà però necessaria un’adeguata operazione politica (il complesso lavoro per uscire dalla crisi è in corso) che tenga conto di una serie di obiettivi portanti. In primis ambiente, energie rinnovabili, digitalizzazione, riassetto idro-geologico. Ma anche innovazione tecnologica e riforma della Pa


25/01/2021

di Giambattista Pepi


Roberto Speciale

Con le dimissioni consegnate da Giuseppe Conte nella mani del capo dello Stato, Sergio Mattarella, la crisi di Governo è entrata nel vivo. Come da prassi il presidente della Repubblica ha invitato il presidente del Consiglio uscente a rimanere in carica per il disbrigo degli affari urgenti ed ha avviato le consultazioni legate, oltre che ai presidenti di Senato e Camera, ai vari gruppi parlamentari. Con l’intenzione di accelerare sui tempi vista l’emergenza legata sia alla pandemia che alla crisi dell’economia. 
A guidare il nuovo Esecutivo potrebbe essere ancora Conte che gode (almeno sulla carta) della fiducia dei gruppi della vecchia maggioranza. I capi delegazione del M5s Alfonso Bonafede, del Pd Dario Franceschini e di Leu Roberto Speranza gli avrebbero ribadito, in occasione dell’ultimo Consiglio dei ministri, il loro sostegno. A sua volta il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, ha assicurato di non voler porre veti. Al contrario, il Centrodestra appare unito nel rimettersi alle decisioni del Capo dello Stato, preferendo tuttavia le elezioni anticipate. 
Intanto, sono in corso riunioni all’interno dei gruppi Maie e Italia2023, che potrebbero eventualmente entrare a far parte della futura maggioranza. Tutto dipenderà da chi sarà il premier incaricato di formare il nuovo Gabinetto e dal programma. 
Su questa caotica situazione politica abbiamo chiesto a Roberto Speciale (ex parlamentare europeo per otto anni, eletto prima nelle liste del Pci, poi in quelle del Pds, e dei Democratici di Sinistra, fondatore e coordinatore a Genova dell’associazione Centro in Europa) di fornirci il suo punto di vista sulla genesi della crisi, sugli ipotetici sbocchi e sulle prospettive di rilancio del Paese. 

Il Governo Conte saprà e potrà rafforzare la maggioranza e metterla al sicuro da trappole e cadute proprio quando si avvicinano alcuni tornanti pericolosi, ovvero lotta alla pandemia, danni provocati dalla crisi economica, messa a regime degli interventi del Recovery Plan?  
Me lo auguro. Deve essere comunque una quarta forza strutturata (che andrebbe ad aggiungersi ai gruppi di Movimento 5 Stelle, Pds e LeU - ndr) non possono essere singoli parlamentari a fortificare la maggioranza. Potrebbe avere senso un gruppo liberaldemocratico che diventa parte organica della maggioranza, se è significativo, formato da persone limpide, ed è capace di offrire una prospettiva duratura”.

Come si è giunti a questo punto? 
Questa è una crisi che è precipitata ad iniziativa del senatore Matteo Renzi, ma anche per una certa inerzia della maggioranza e del presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Secondo lei dove la maggioranza è rimasta indietro? Cosa non avrebbe funzionato? 
Io quando è nato il secondo Governo presieduto da Conte, o Conte bis, l’ho ritenuto una soluzione interessante perché archiviava una esperienza fallimentare, quella del primo Governo con Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che aveva alcune caratteristiche negative per l’Italia.

Quali? 
L’antieuropeismo, il contrasto e il conflitto con l’Europa, che non possono giovare all’Italia, oltre alle due ossessioni che in campo in quella maggioranza: una era quella degli sbarchi e dell’immigrazione come se fosse il problema centrale del Paese; l’altro era il reddito di cittadinanza. Due ossessioni, oltre all’antieuropeismo, che impedivano lo sviluppo dell’Italia. La nascita del secondo Governo Conte, invece, l’ho salutata con piacere e speranza. E anche la sfida che era implicita di creare un’alleanza anche più strutturata tra Pd e M5S, a condizione che quest’ultimo non fosse più schiacciato e succube in certe posizioni rispetto alla Lega. Questo è avvenuto, ma solo in parte, con lentezze e contraddittorietà.

Chi avrebbe dovuto prendere l’iniziativa politica di dare impulso al programma del Governo? 
Doveva essere soprattutto il Partito democratico a imporre un passo diverso al Governo perché eravamo di fronte a nodi fondamentali. Credo che l’anno scorso il Governo si sia comportato bene nella prima fase della pandemia. Devo riconoscere al ministro della Salute, Roberto Speranza, di essere stato bravo, attento. Ma non bastava: bisognava dar vita ad un processo diverso di sviluppo del Paese e questo non c’è stato.

Eppure il Pd aveva proposto un patto di legislatura… 
Sì, è vero. Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ne ha parlato in diverse circostanze e occasioni, ma poi non succedeva. Da settembre in poi non si è fatto quel passo avanti auspicato e nessun patto di legislatura è stato proposto e sottoscritto dalle forze della maggioranza. E l’idea di un coinvolgimento complessivo per avere una visione politica del futuro dell’Italia non c’è stata. Sì, si è fatto un passo avanti importante rompendo l’antieuropeismo e recuperando una corretta e proficua interlocuzione con le istituzioni europee, soprattutto con la Commissione europea presieduta da Ursula Von der Leyen, con il Consiglio europeo presieduto da Charles Michel e con diversi Stati membri importanti e influenti. Penso alla Germania della cancelliera Angela Merkel e alla Francia del presidente Emmanuele Macron. Bisognava fare di più e quel che si è fatto farlo meglio.

L’Italia non è stata a guardare, ma si è mossa fin dai primi mesi della pandemia recitando un ruolo incisivo in Europa nonostante i dissensi manifestati dai cosiddetti Paesi frugali. In altre parole ritenendo che fosse necessaria una risposta comune a una crisi simmetrica… 
Sì, è vero. Il Recovery Plan è una grande progetto per la modernizzazione dell’Italia. E l’Italia ha avuto i suoi meriti nel persuadere le grandi cancellerie europee a vararlo. È un’occasione storica straordinaria, che deve essere sfruttata bene perché - questo è certo - non si ripresenterà più.  Proprio per questo occorre che questo Governo serri le fila, si rafforzi e rilanci il programma con un patto di legislature.

L’inchiesta della Dda di Catanzaro sulle cosche della ‘ndrangheta lascia senza guida l’Udc e spiazza i negoziatori di Conte. Il leader dell’Udc, Lorenzo Cesa, che è stato indagato per associazione a delinquere aggravata da metodo mafioso, ha rassegnato le dimissioni. 
Intanto la magistratura deve fare il suo corso. Se l’Udc e il suo segretario dovevano essere la cosiddetta “quarta gamba” della maggioranza, l’inchiesta complica le cose. Se non erano il perno cui pensava Conte e gli altri esponenti della maggioranza il problema non si pone. Allora bisogna pensare ad altri gruppi già formati o da formare.

Per allargare ai “volenterosi” si potrebbe puntare su Bruno Tabacci, leader del Centro Democratico che alla Camera lavora alla formazione di un gruppo. 
Perché no. L’operazione per rinsaldare la maggioranza va fatta, ma va fatta politicamente. Cioè con idee chiare, persone limpide, con una componente culturale e politica che sia omogenea. O comunque assimilabile o in sintonia con il resto della maggioranza. Se queste forze ci sono, si devono manifestare: che esse siano nel Gruppo misto, che siano nel partito di Renzi o in Forza Italia, l’importante è che sia una realtà vera, non posticcia, non di raccogliticci. Insomma deve essere politicamente e culturalmente vera.

Riccardo Nencini, segretario uscente del Partito socialista, l'uomo che ha reso possibile a Matteo Renzi la formazione del gruppo di Italia Viva mettendogli a disposizione il simbolo con cui si era presentato alle elezioni, è stato anche quello che ha consentito al Governo Conte di avere una maggioranza dignitosa al Senato (156 sì). 
Questo lo deve decidere lui. Nencini lo conosco: eravamo parlamentari europei insieme sia pure per un breve periodo. So che è un europeista, ha una concezione democratica e riformista. Si tratta di capire se ci sono altre forze simili disponibili a fare un percorso insieme. Bisogna far capire che la posta in gioco non è salvare il Governo Conte e non andare a elezioni anticipate, ma fare un’operazione politica sull’Italia. Il vero punto è questo: accettare la sfida del cambiamento del Paese avviando le riforme indispensabili per attuare le linee strategiche e raggiungere gli obiettivi di modernizzazione individuati nel Recovery Plan.

Cose da fare ce ne sarebbero molte. 
Certamente. C’è un problema grande come una casa: l’ambiente. L’Italia è un Paese fragile, semidistrutto: ovunque ci sono segni dei terremoti, delle inondazioni, delle mareggiate. C’è bisogno di mettere a punto un grande progetto di riassetto idro-geologico del territorio. Soprattutto di energie pulite, rinnovabili. C’è un problema di digitalizzazione dell’Italia e di innovazione tecnologica nelle imprese. 
Bisogna favorire le imprese che abbiano un futuro, che vogliano utilizzare la tecnologica per creare occupazione ed essere competitive in Europa e nel mondo. Bisogna riformare la Pubblica amministrazione, Se non lo si fa, non potremo utilizzare i fondi che otterremo dall’Unione Europea con il programma Next Generation UE, o si utilizzeranno solo in parte. L’impegno di questo Governo di Centrosinistra deve essere quello di riformare l’Italia. Questa deve essere la sfida che devono affrontare.

Ma questo non potrebbe farlo un Governo istituzionale coinvolgendo anche le opposizioni? 
Non credo proprio. Questo deve farlo un Governo politico. Sarebbe oltremodo difficile far entrare in una sorta di grande coalizione forze sovraniste, nazionaliste, antieuropeiste, che hanno una visione differente di quella dei partiti dell’attuale maggioranza.

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