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"Rimbaud e la vedova": genio e sregolatezza sotto la Madonnina

Con taglio accessibile e linguaggio garbato Edgardo Franzosini si fa carico del breve periodo trascorso a Milano dal poète maudit transalpino


04/06/2018

di Catone Assori


Non appena mi sono trovato fra le mani il saggio firmato da Edgardo Franzosini dal titolo Rimbaud e la vedova (Skira, pagg. 92, euro 12,90) il ricordo è andato a sessanta e passa anni fa (Dio come sono vecchio) quando frequentavo le medie, da esterno, in un collegio privato che teneva banco, unico in zona, in una frazione di Zocca, sulle colline modenesi. Un istituto gestito da un prete, Don Magnoni, che per noi ragazzi rappresentava una istituzione in quanto, oltre a proporsi come preside, ci insegnava anche il francese. 
Un personaggio di quelli di una volta, che prendeva sul serio il suo ruolo di prima guida coinvolgendoci anche in iniziative, chiamiamole così, extrascolastiche. Magari sfidandoci per via della sua prodigiosa memoria. E il sottoscritto, che già a quei tempi amava giocare al bastian contrario, lo punzecchiai dicendogli che di memoria ne avevo più io di lui. Così mi sfidò a imparare, appunto a memoria, una poesia, scritta guarda caso da Jean Nicolas Arthur Rimbaud. Risultato? Il giorno dopo lo umiliai non sbagliando una virgola del lungo quanto complicato testo in lingua originale che rappresentava, appunto, l’oggetto del contendere. Guadagnandomi così la stima e il rispetto dei miei compagni che già mal digerivano, ieri come oggi, i ruoli di potere. 
Un lungo quanto inutile preambolo, il mio, per arrivare ai contenuti di questo breve e leggibilissimo lavoro firmato da Edgardo Franzosini (nato a La Valletta Brianza, in provincia di Lecco, il 14 agosto 1952, ma milanese d’adozione), un autore che, oltre a proporsi traduttore dall’inglese e dal francese, ha firmato lavori di indubbio interesse. Partendo dal suo esordio nel 1989 con Il mangiatore di carta, proseguendo nel 1995 con Raymond Isidore e la sua cattedrale (Premio l’Inedito-Maria Bellonci nonché Premio Procida - Elsa Morante) e confermandosi tre anni dopo con Bela Lugosi. Biografia di una metamorfosi (Premio Filmcritica-Umberto Barbaro). Nel 2013 sarebbe stata la volta di Sotto il nome del Cardinale e nel 2014 di Sul Monte Verità. Tempo un anno e avrebbe pubblicato Questa vita tuttavia mi pesa molto (Premio Dessì e Premio Comisso), un lavoro nel quale ricostruisce la vita dello scultore Rembrandt Bugatti. Insomma, libri di un certo peso, peraltro tradotti in Spagna, Francia, Germania e Stati Uniti.
Ma di quali contenuti si nutre Rimbaud e la vedova, peraltro presentato qualche tempo fa a Milano dallo scrittore Hans Tuzzi e dal poeta Valerio Magrelli? Del ben definito periodo storico post-asburgico di una città ancora di modeste dimensioni, ma alle prese con la trasformazione di interi quartieri; una città che nel 1867 aveva visto l’inaugurazione della Galleria Vittorio Emanuele segnata dal primo scandalo edilizio che portò alle dimissioni del sindaco Antonio Beretta. E sarebbe stato nel 1875 l’arrivo di Rimbaud a Milano, anno in cui decise di rinunciare alla letteratura.
Già Rimbaud, personaggio dal carattere provocatorio, scostante e polemico; dalle grandi mani e dagli incredibili occhi azzurri che mettevano a disagio chi li guardava. L’uomo che ispirava, secondo l’amico Paul Verlaine (altro poeta maledetto), misticismo e sensualità. Il quale Verlaine non mancò di rifilargli, in quel di Bruxelles, un colpo di pistola. Risultato? Finirono entrambi in carcere, dove subirono un’umiliante visita corporale da parte delle guardie.
Ovviamente è sul periodo milanese di Rimbaud che indaga Franzosini. Anche se si trattò di un periodo breve, quello compreso fra l’aprile e il maggio del citato 1875. E a Milano - certezze comunque non ce ne sono - venne ospitato nella casa di una misteriosa vedova affacciata su piazza Duomo. Ma chi era questa caritatevole dama? Quante settimane trascorse da lei? Come passava le giornate? E poi, Milano rappresentava una tappa intermedia di un viaggio che avrebbe dovuto portarlo a Brindisi (destinazione Grecia) o a Civitavecchia per imbarcarsi per la Spagna? Ed è appunto a queste e altre domande che cerca di rispondere Franzosini, attingendo a piene mani dalle citazioni e annotazioni di scrittori, poeti e biografi.
Ma torniamo al dunque. In questo suo breve soggiorno milanese il ventunenne Rimbo, come veniva chiamato dagli amici, decise di rimpiazzare la vena poetica con la dedizione all’eros e all’alcol. Trasformandosi, per dirla con Mallarmé, in “qualcuno che era stato lui, ma che non lo era più, in alcun modo”. Sta di fatto che, strada facendo, sarebbe diventato soldato mercenario al soldo degli olandesi nell’isola di Giava, avrebbe fatto parte dello staff di un circo in tournée a Stoccolma e Copenaghen, si sarebbe proposto come sorvegliante di una cava e poi capo squadra di un cantiere a Cipro, quindi impiegato in una ditta di import-export di stanza ad Aden. Non bastasse si sarebbe dedicato al commercio di caffè, cuoio e avorio ad Harar, macchiandosi la coscienza (ma allora chi ci faceva caso?) dell’avvelenamento con la stricnina di una decina di cani che avevano preso la brutta abitudine di far pipì sui suoi sacchi. Per non parlare del periodo in cui si era dato a mercanteggiare armi in Abissinia sino a diventare, ricostruzioni peraltro mai confermate, monaco in un monastero cristiano affacciato sulle rive del Mar Rosso nonché stregone presso una tribù di selvaggi. Troppi ruoli e troppi mestieri per un uomo che era campato soltanto 37 anni. D’altra parte, si sa, quando la leggenda si impossessa del personaggio se ne inventano di tutti i colori.
In ogni caso quella di Franzosini rappresenta un’attenta quanto sapiente ricostruzione investigativa del soggiorno milanese di Rimbaud. E lo fa attraverso “le tracce lievi e suggestive lasciate dal poeta delle Illuminations”. Nell’anno cioè in cui era iniziato il cosiddetto “silenzio di Rimbaud”, ovvero l’abbandono della poesia, tanto che la questione “venne liquidata dal connazionale Remy de Gourmont (a sua volta poeta, romanziere, giornalista, scrittore e critico d’arte, vicino al movimento dei simbolisti) con queste lapidarie parole: Rimbaud visse da poeta quanto vive un fungo velenoso. Forse. Già, forse.

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