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"Se non ti vedo non esisti", ma si tratta forse di una grande bugia

Levante, nome d’arte della cantante Claudia Lagona, dà voce a una storia segnata dalle inquietudini e dalla paura di rimanere ostaggi dell’amore


08/05/2017

di Maddalena Dalli


Si chiama Claudia Lagona la quasi trentenne Levante (questo il suo nome d’arte) che, dopo aver esordito con successo con il singolo Alfonso, ha fatto centro anche con i primi tre album: Manuale distruzione (premiato come “migliore opera prima” dall’Academy Medimex), Abbi cura di te e il recentissimo Nel caos di stanze stupefacenti (dove tiene banco un duetto con Max Gazzè). Lei che a gennaio è sbarcata sugli scaffali con il suo primo romanzo, Se non ti vedo non esisti (Rizzoli, pagg. 262, euro 17,00), un lavoro che sta andando forte al botteghino tanto da farle ironizzare: «Pazzesco, vendo più libri che dischi. Che sia questa la mia nuova strada da seguire?».
Nata a Caltagirone il 23 maggio 1987 ma cresciuta a Palagonia, in provincia di Catania, Levante è ora accasata a Torino, dove lei e la madre si sono trasferite dopo la morte del padre. E proprio in questa città Claudia ha iniziato a coltivare l’interesse per la musica. Ma dopo aver firmato un contratto con l’A&A Recordings Publishing e poi con l’Atollo Records, si è trasferita a Leeds, un ambiente in cui si è potuta nutrire di contaminazioni britanniche che l’hanno portata a incidere con l’etichetta INRI, nel 2013, il citato brano Alfonso, assurto agli onori della cronaca anche per quel provocatorio ritornello, Che vita di merda, elevato dai giovani al rango di bandiera espressiva. In realtà, i sentimenti di questa cantante-scrittrice viaggiano in tutt’altra direzione: «Abbiamo una vita sola, quindi non dobbiamo sprecarla andando a tentoni. Anche se a volte può capitare di non sapere dove stiamo andando o dove vogliamo andare».
Detto dell’autrice, spazio a Se non ti vedo non esisti, un romanzo che si rapporta, con il dovuto garbo e a fronte di una scrittura efficace, alle variegate angolature del nostro quotidiano, fatto di bugie che non si vogliono affrontare, ma anche di storie sentimentali nate e vissute con uomini sbagliati: vale a dire con quelli che magari tradiscono sin dall’inizio, che confondono l’amore con il possesso, che «ti parlano guardando altrove».
A tenere la scena è Anita, redattrice in una rivista di moda, che si racconta in prima persona: bella, giovane, elegante e colta, ma anche tremendamente complicata. Sua madre e sua sorella, che viaggiano invece all’insegna della concretezza, «non capiscono da dove arrivi la sua inquietudine, quella voglia di mangiarsi ogni attimo come fosse l’ultimo e di scappare a gambe levate non appena qualcuno minaccia di metterla in gabbia. Anita però lo sa bene: quando si guarda allo specchio, le sue mille me - così le chiama lei - riflettono i suoi cambiamenti di umore e la incoraggiano, la contraddicono, la rimproverano quando sbaglia. Perché Anita sbaglia spesso, soprattutto quando si tratta di uomini».
In particolare, sono tre i grandi errori che fanno parte della sua vita: «Filippo, affascinante e indisponibile, incontrato per caso su un volo per New York; Flavio, un incrocio di sguardi che si è trasformato in passione; e poi Jacopo, il marito che le è sempre stato accanto, ma che ultimamente sembra non capirla più. Anita crede di amarli tutti, ma forse la verità è che la vita le sta sfuggendo di mano, come la sua immagine riflessa nello specchio. Dovrà quindi scavarsi dentro e fare i conti con un passato ancora dolorosissimo, per imparare a prendersi cura di se stessa senza smettere di innamorarsi e di sbagliare: solo così potrà ricominciare a vedersi, e a esistere, davvero».
Che dire: un racconto che si addentra nei meandri della quotidianità con un linguaggio che strizza l’occhio alle giovani leve («Jacopo fu splendido, nonostante il nostro rapporto sbriciolato come una crostatina nello zaino sotto i libri di scuola»); una storia che si rifà in parte ad angolature personali dell’autrice (ma solo «nei racconti dell’infanzia sono io, per Anita mi limito invece ad attingere da quello che mi circonda»); infine una riflessione sul “vezzo dell’errore” che molte ragazze si portano dietro nelle loro storie d’amore, finendo spesso confinate in una instabile prigione di speranze deluse.

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