Share |

"Silenzi e stanze": ma cosa c'è dietro un quadro di Edward Hopper?

Michele Mozzati, abbandonati i panni di autore nonché imprenditore teatrale e televisivo, torna a dedicarsi al suo pittore preferito. E lo fa da numero uno dando voce a dodici storie surreali ispirate dalle luci, dalle persone e dagli oggetti dipinti dal celebre artista Usa


29/10/2018

di Mauro Castelli


Gli stereotipi sono duri a morire. Così come il sodalizio passato alla storia sotto l’etichetta di Gino & Michele, quelli - per intenderci - che nel 1991 avevano monopolizzato gli scaffali con una raccolta di aforismi pubblicata da Einaudi - Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano - proseguita l’anno dopo con Baldini & Castoldi e poi trasformatasi nella saga Le cicale per i tipi della Kowalski - serie che avrebbe venduto, per dirla alla loro maniera, un fantastiliardo di copie. In effetti quegli irriverenti spezzatini di comicità li avrebbero proiettati sotto le luci della ribalta, benché il loro lavoro, frutto di un interesse comune per il genere comico, fosse già da tempo apprezzato e riconosciuto da molti. 
Entrambi milanesi, Gino e Michele si erano conosciuti a metà degli anni Sessanta e avevano subito coltivato interessi comuni. “Ricordo - annota Mozzati - che incontrai Gino, mentre frequentavo l’ultimo anno di liceo classico, a una festa: di quelle che venivano organizzatore in casa per cercare di cuccare. In quel periodo io cantavo e recitavo in uno spettacolo contro la guerra in un centro cattolico e lui, insieme a un paio di amici, mi venne per così dire a visionare. In buona sostanza, in seguito, avrebbero sostenuto di avermi scelto. In realtà a scegliere ero stato io in quanto, fra i molti creativi che in quel periodo mi facevano la corte, mi sembravano i più simpatici. Sta di fatto che nel 1970 fondammo un gruppo cabarettistico, composto appunto da quattro persone, che battezzammo I Bachi da sera
Gruppo che si sarebbe sciolto con la fine degli studi universitari. “Mentre Gino, dopo la laurea in Economia alla Bocconi, si era dato da fare come controller di gestione in un paio di aziende, io - che sono nato sotto la Madonnina il 15 maggio 1950 - dopo essermi laureato in Lettere sarei diventato (non a caso provenivo da una famiglia di educatori) professore di Italiano, Storia e Geografia. D’altra parte insegnare mi piaceva, tanto è vero che avevo iniziato con le prime supplenze alle medie già a partire dal secondo anno di università. Salvo poi lasciare quando mi venne offerto un posto, meglio pagato, di redattore presso la casa libraria Emme di Rosellina Archinto. E al suo fianco mi sarei dato da fare per cinque anni. Sin quando avrei chiesto prima il part-time e poi me ne sarei andato per seguire la mia vera strada, quella della scrittura satirica e comica. In altre parole trasformando un hobby in un lavoro vero e proprio”. 
In effetti il sodalizio artistico Gino-Michele, che in realtà non si era mai fermato, sarebbe proseguito contribuendo alla nascita e alla crescita di Radio Popolare, anche se il successo sarebbe stato toccato con mano grazie ad alcune trasmissioni satiriche controcorrente, ideate da Antonio Ricci, come Drive In, Matrioska e L’araba fenice. Primi passi di una carriera, lunga sempre, in campo televisivo, cinematografico, teatrale, giornalistico ed editoriale. Firmando ad esempio a quattro mani una quindicina di titoli, di editoria satirica ovviamente (per esempio Rosso un cuore in petto c’è fiorito - un libro di satira non rivolta al potere, ma alla sinistra. Non era mai successo e non sarebbe più successo - o Saigon era Disneyland in confronto), ma anche di narrativa (come nel caso di Neppure un rigo in cronaca). 
Mettendo peraltro a segno altri colpacci da maestro, come il loro contributo alla nascita e al successo di Zelig a partire dalla fine degli anni Ottanta, diventandone direttori artistici e di programmazione per lunghi periodi. E a questa esperienza avrebbe fatto seguito la fondazione di Bananas, l’organizzazione attiva nel mondo dello spettacolo che avrebbe portato Zelig ad accasarsi sul piccolo schermo. Per non parlare dell’ideazione con Nico Colonna, a metà degli anni Settanta, dell’agenda Smemoranda (il diario scolastico più utilizzato in Italia), della quale Michele è tuttora condirettore. 
Michele Mozzati, si diceva. Sposato due volte; due figli di secondo letto (Martina, 22 anni, che si sta specializzando in Spagna in Museologia, e Marco, vent’anni, con la passione dell’arte visiva e della grafica. E in tale ottica si sta dedicando all’apprendimento delle tecniche di sceneggiatura dei videogiochi); un carattere “incazzoso” a fronte di una memoria da elefante (“Purtroppo la mia educazione cattolica, benché non sia praticante, mi porta a perdonare. Forse perché in fondo sono un buono, anche se ho un sacco di difetti”). Lui con un debole dichiarato per il cinema; lui che, non volendosi fare mancare nulla, ha “manovrato” anche il pennello per un certo periodo (puntando sull’astratto, molto meno sul figurativo), “ma con scarsi risultati”. 
Che altro? Il pallino per lo sport giocato: in primis il pallone, “con una caviglia al seguito distrutta per averla usata male”, e poi la pallavolo (“Essendo alto un metro e ottanta nei tempi andati ero considerato alto”), la bicicletta, lo sci (“Ho imparato tardi, ma mi sarei rifatto”) e infine il tennis (“Mi è sempre piaciuto il doppio e, pur scoordinato com’ero, la pallina la buttavo sempre al di là dalla rete. Ma erano in molti a storcere il naso. Tanto che un maestro del circolo che frequentavo non ce la fece più a stare zitto e un giorno mi disse: siamo disposti a pagarti se non giochi più, perché sei un cattivo esempio per i giovani in quanto, sfidando la forza di gravità, fai cose impossibili”). 
Un lungo quanto obbligato preambolo di vita, questo, per arrivare - vista la curiosità critica di Mozzati - al dunque: ovvero a Silenzi e stanze. Altre storie da Edward Hopper (Skira, pagg. 70, euro 13,50), una raccolta di dodici racconti che fanno da corollario a un altro lavoro che l’autore aveva già dedicato al celebre pittore americano, Luce con muri, edito nel 2016 sempre da Skira e “impostato sulla fase delle luci e delle ombre”. 
Insomma, quello che non ti aspetti da un maestro della comicità. Una rivisitazione pittorica attraverso la fantasia contaminata dalle immagini che tengono banco sulle tele. In che modo? “Difficile spiegarlo. E come se chiedessimo a un calciatore come sia riuscito a fare un lancio da manuale per un collega. La risposta sarebbe scontata: mi è venuto bene perché me lo sentivo. Ecco, per quanto mi riguarda, visto che sono un inventore di storie, è successa la stessa cosa. Mi sentivo portatore della giusta interpretazione delle sue tele”. 
Magari con un debole dichiarato per Les deux pigeons del 1920, dove in una scena in bianco e nero tengono banco due innamorati che si baciano mentre a lato c’è l’oste, in mezz’ombra, che li osserva con studiata indifferenza. “In effetti questo quadro, che non ho mai visto di persona (al contrario di molti altri), mi riporta agli anni della giovinezza, quando passavo le vacanze in Liguria e, con la ragazzina di turno, si andava a cercare qualche angolo dell’entroterra che pensavi fosse sconosciuto agli altri anche se non era vero. E se nel racconto la Liguria è diventata Versilia poco importa”. 
Ma perché proprio Hopper è al centro delle attenzioni di Michele Mozzati? E come è nato il rapporto quasi ossessivo per i suoi quadri? “Tutto successe durante una noiosa riunione di redazione di Smemoranda. Così, per distrarmi un po’, mi misi a osservare un megaposter attaccato a una parete che riproduceva appunto un quadro di Hopper, quadro che, attraverso una vetrata ricurva, lasciava intravvedere tre avventori e un barista di un locale notturno. Una caporedattrice si accorse del mio interesse e mi chiese se ritenevo che la donna raffigurata fosse la moglie o l’amante dell’uomo che le stava accanto. Per me si trattava invece di una segretaria e lui era un giornalista che, terminato il lavoro, era andato a farsi un whisky”. Insomma, ognuno poteva pensarla come voleva. 
“La qual cosa mi indusse a riflettere e a ripensare su quello che il pittore aveva voluto intendere con la sua rappresentazione, via via allargando la mia attenzione ad altri suoi lavori. Rendendomi conto che i suoi quadri mi intrigavano in quanto riconducevano, per un vero o per l’altro, alla nostra vita, ai nostri problemi. Mai però platealmente messi in mostra. Semmai lasciati al giudizio di chi osserva la tela. Con figure sfuggenti sullo sfondo, ognuna - volendo - portatrice di una diversa storia. Perché Hopper, pittore realista, il suo realismo lo racconta a modo suo, in maniera curiosamente surreale. Fra luci e ombre che si rincorrono, vetrate e silenzi, particolari che a prima vista sfuggono e che invece in seguito portano a riflettere. 
Insomma, “quasi un invito all’osservatore a entrare nei suoi meccanismi e a chiedersi: ma cosa sta succedendo a queste persone? Stimolandone in tal modo la fantasia, facendo domandare ai più cosa ci possa nascondere dietro l’immagine”. 
Già, Hopper. Che l’autore ama trattare da critico attento, annotando come le inquadrature sembrino tutte sbagliate. “La sua macchina da presa pare infatti non vedere certe cose. A me sembra un gioco meraviglioso per cercare di capire cosa stia in realtà succedendo appena fuori dalla cornice”. Inoltre le sue “tele si propongono come dei fermo-immagine che piacciono tanto a chi fa cinema e che inducono a porsi un interrogativo: ma cosa è successo un secondo prima e cosa succederà un secondo dopo? Sta di fatto che io amo questi quadri capaci di trascinarmi nei contenuti per andarci a spasso, con una gran voglia al seguito di cercare di capire”. 
Salvo poi lasciarsi andare - perché al passato non si può sbattere la porta in faccia - a intriganti momenti di dietrologia. Magari ricordando che i lavori di questo artista non arrivavano mai dal cavalletto ma dal cervello, in quanto prendeva “appunti” sui luoghi e sulle persone per poi travasarli soltanto in studio sulla tela. “E mai utilizzando modelle, visto che glielo imponeva la moglie (a sua volta pittrice) portatrice di una gelosia folle. E lui per vendicarsi, ma forse si tratta di leggenda, avrebbe fatto distruggere i quadri della compagna di vita in quanto non li riteneva all’altezza dei suoi…”.       
A completare il contesto le “note” avvolgenti riportate nella seconda di copertina: Sono sempre stato un batterista, un solista del rumore, ma la musica è un’altra cosa. Il batterista nasce Maestrale e finisce Föhn, un vento inutile e fastidioso. Bambino, adolescente, è una presenza che ingombra, da protagonista. Detta i ritmi di una vita che è ancora senza suoni, è rumore. È intorno a lui che si forma il gruppo. Tatatàn tatatàn, tan tantàn… tatatatatatatatatà! (…) Poi a suonare ti mettono in fondo perché hanno bisogno di te, perché hanno paura di te. Aspetta, un giorno dal fondo della sala arriverà quella pelle bianca piena di lentiggini a dirti che siccome non ti trovava al telefono è venuta a prenderti per andare via. Col suo culo strepitoso e i suoi occhi che non si possono raccontare. Applausi, sipario e trionfo dei ringostarr”
E questo è tutto, anzi no. In quanto - chiuso il suo rapporto narrativo con Hopper - l’idea di una nuova storia Mozzati ce l’ha già in mente. “Una storia romanzata, per la quale dovrò documentarmi come si conviene, che si dipanerà - a partire da metà Ottocento - da Milano verso gli Stati Uniti, o l’America come si diceva allora. Ma diamo tempo al tempo”. 
Ferma restando una sua condivisibile osservazione: “La cosa eccezionale è imparare a essere normali. Sarebbe bello che tutti si comportassero di conseguenza”. Come dire: meglio restare con i piedi per terra che partire per la tangente. “Anche per questo preferisco leggere sei volte I promessi sposi di Manzoni che un romanzo astruso e complesso scritto da uno che se la tira. E non mi faccia dire chi…”. 

(riproduzione riservata)