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"Solo a chi non ha più nessuno da cui tornare è concessa la libertà di non avere paura"

Ancora una volta Mimmo Gangemi racconta la sua Calabria e la ’ndrangheta come pochi altri sanno fare. Giocando a rimpiattino - fra brutalità, violenze e soprusi - con il destino: un appuntamento che nessuno è in grado di pilotare


16/09/2019

di Catone Assori


Subito un onesto mea culpa: l’aver lasciato poltrire oltre il lecito, nel limbo del dimenticatoio, un libro che merita invece di essere letto, sia per la sua elaborata struttura che per i suoi contenuti. Contenuti peraltro intrisi di ricordi e di dolore che non mancheranno di indurre il lettore alla riflessione. Fortuna vuole che il tempo non scalfisca il valore di un racconto ben scritto e altrettanto ben congegnato. 
Così eccoci a proporre, e consigliare, l’acquisto di Marzo per gli agnelli (Piemme, pagg. 284, euro 17,50), altra convincente prova firmata da Mimmo Gangemi, all’anagrafe Domenico, nato il 19 ottobre 1950 a Santa Cristina d’Aspromonte, che oggi vive da pensionato a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, città dove - forte di una laurea in Ingegneria conseguita a Catania, bissata da una seconda in Ingegneria clinica a L’Aquila - è stato dirigente dell’Azienda sanitaria provinciale, alternando il suo lavoro con la passione per la scrittura. 
Una passione iniziata quasi per gioco all’inizio degli anni Novanta, quando si era messo a scrivere su La Stampa di cronaca e cultura calabrese (rapporto che dura tuttora), per poi allargare le sue collaborazioni a diverse altre testate. Lui che aveva debuttato in libreria nel 1995 con Un anno di Aspromonte, seguito tre anni dopo da Un acre odore di aglio e da Pietre del levante, lavori in verità passati quasi sotto silenzio. 
Dopo aver pubblicato per le edizioni del “Sole 24 Ore” Il passo del cordaio nel 2004 e 25 Nero per Pellegrini due anni dopo, Mimmo Gangemi sarebbe arrivato alla notorietà in seguito alla pubblicazione, da parte della Einaudi, de Il giudice meschino (dal quale è stata tratta una serie televisiva interpretata da Luca Zingaretti e Luisa Ranieri), seguito da La signora di Ellis Island. Poi il cambio di casacca pubblicando per Garzanti Il patto del Giudice e La verità del giudice meschino, due lavori forti di uno stile tanto personale quanto accattivante. 
Su questa falsariga il nostro premiatissimo autore (molto apprezzato anche in Francia) sviluppa la vicenda sulla quale è incentrato Marzo per gli agnelli, lavoro nel quale dimostra ancora una volta di saper raccontare la sua Calabria e la ’ndrangheta come pochi altri sanno fare. Giocando a rimpiattino, fra brutalità e violenze, con il destino: un appuntamento che peraltro nessuno è in grado di pilotare. Facendosi carico di una visione dolente e disillusa di quel che succede dalle sue parti e non solo, in quanto ci sono diverse Calabrie in giro per il mondo, tutte alle prese con un caleidoscopio di connivenze e forze di potere, omertà e sudditanza. Ma anche disquisendo sui molti mali che ci assillano e che risultano contaminati dallo strapotere delle infiltrazioni mafiose, che - come ben si sa - è difficile se non impossibile arginare. Tanto più se lo Stato si è dimenticato di certe zone calde, come quelle dell’Aspromonte, della Locride, della Piana, delle periferie di Reggio. Spazi senza “riferimenti” che sono stati appunto appannaggio delle mafie. 
Risultato? Una storia, come lo stesso Gangemi ha tenuto a precisare ad Anna Mallamo, nata per caso, “senza un perché. Né occorre trovarlo, un perché. Avevo questa storia che mi cresceva dentro, che spingeva per essere raccontata, e ho seguito l’istinto. Un narratore non ha obbligo di adeguarsi all’opinione, sempre più diffusa, che certi mali bisogna tacerli, quasi che, muto tu e muto io, si riesca ad abbatterli. La conoscenza è il primo passo da cui partire per ricostruirsi migliori. Ma non è stato neanche questo a spingermi. Semplicemente, succede. In altri tempi ho avvertito la necessità di scrivere saghe familiari contadine, che erano storie di emancipazione e di riscatto sociale del popolo calabrese, e l’ho assecondata. Il dolce e l’amaro, insomma, senza vincoli e lasciando strada piana all’immaginazione”. 
A tenere la scena in Marzo per gli Agnelli è Giorgio Marro, brillante avvocato penalista, ma anche uno sconfitto dalla vita, “il cui destino si è compiuto nel momento stesso in cui un dramma ha colpito la sua famiglia in diversi modi, tutti disastrosi: il figlio piccolo ora trova spazio soltanto in un’immagine sorridente da una lapide; il figlio maggiore, in sospensione tra un inganno di vita e di morte, non manca di prendersela comoda; la moglie, a sua volta, risulta alle prese con un delirio doloroso che l’ha indotta a… scendere dal mondo. E lui? È impaziente che si consumi la caduta interminabile e giunga finalmente il tonfo”. 
Succede che mentre annaspa tra limacciosi pensieri di distruzione, “Giorgio intravveda i bagliori di una battaglia che è disposto a combattere solo chi non ha più niente da perdere, solo chi, dopo aver vissuto con le spalle voltate, può smettere di avere paura. C’è infatti la ’ndrangheta dietro la pressante richiesta di acquistare un suo terreno a picco sul mare dello Stretto, brullo e arso dal sole, che non vale nulla; c’è la ’ndrangheta dietro la scomparsa di due malavitosi, padre e figlio, che lui è stato l’ultimo a vedere vivi, lassù nella proprietà contesa, e che immagina incappati nella lupara bianca; c’è la ’ndrangheta dietro le prepotenze per convincerlo a vendere. E da quelle parti la ’ndrangheta è zi’ Masi, un capobastone che non sa rinunciare all’antico; la ’ndrangheta sono i Survara, che hanno abbracciato la modernità delittuosa e le nefandezze a essa appiccicate”. 
Marro indaga. E si spinge lontano, “fino a disturbare l’avidità feroce, fino a restare ingabbiato nei contrasti tra le due ’ndrine, fino a impattare nella brutalità della violenza criminale, fino a stagliarsi ombra solitaria, lunga di un sole già basso...”. 
Sta di fatto che in un contesto di bellezze deturpate, di una onorata società forse scomparsa (“Lo stesso zi’ Masi ne è un surrogato, uno che si è riciclato e che si camuffa, che si veste d’antico per ingannare”), a tenere banco è una gramigna che trova terreno fertile nelle scuole, nelle famiglie e nell’indifferenza dei più. Il tutto segnato anche da briciole di speranza: sì, perché il riscatto è ancora possibile. A patto che Stato, Giustizia e tutti quanti non si propongano come agnelli sacrificali...

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