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"Sotto il cielo d'Europa" con l'intrigante pennello di Ewa Barbara Konopka

In mostra a Modena una personale dell’artista polacca che, complice un gentiluomo emiliano che le ha rubato il cuore, nel Belpaese ha dato sfogo, all’insegna del rispetto per gli altri, a una contrastata passione giovanile. Risultato? Quadri che catturano e inducono alla riflessione, sempre giocati sul filo delle emozioni


23/11/2017

di Mauro Castelli


“La mia pittura è stata definita in diversi modi: metafisica, simbolica, surreale. Personalmente ritengo sia il frutto delle emozioni. In effetti parto sempre da un’idea che mi ha colpito, senza però sapere dove mi condurrà. Così strada facendo rifletto, elaboro, rielaboro e a volte mi concedo pause per rinfrescarmi la mente, mai soddisfatta di quello che vorrei trasmettere agli altri. E finisce che lo spunto iniziale si trasformi, al novanta per cento, in qualcosa di diverso”. Risultato? Tele che catturano, che parlano linguaggi diversificati, che soprattutto fanno ragionare e indurre alla riflessione. Tele che ora possono essere ammirate nell’ambito di una personale allestita presso il Centro Studi L.A. Muratori - Circolo degli Artisti di Modena dal 2 al 24 dicembre. Una location di prestigio e di vecchia data che fa capo a Giancarlo Corrado, le cui mostre “hanno fatto il giro d’Europa e delle Americhe”. 
Di chi stiamo parlando è presto detto: di Ewa Barbara Konopka, l’artista polacca che, complice l’amore di un “gentiluomo come ce ne sono pochi”, ovvero Maurizio Lelli, è diventata italiana. Dapprima convivendo e poi capitolando davanti all’altare. In effetti, tiene a precisare, “pur essendo cattolica, l’idea di sposarmi non rientrava nei miei interessi. Ma le sue attenzioni e le sue qualità mi hanno fatto cambiare idea. E oggi, dopo tanti anni, posso assicurare che averlo sposato è stata una delle cose migliori che abbia fatto nella mia vita”.


Detto questo ripercorriamo il percorso personale e professionale di questa artista, nata e cresciuta a Mlawa, una cittadina fra Varsavia e Olsztyn, il 6 aprile 1971. Con un rammarico al seguito. “I miei inizi non sono stati semplici. Ero una bambina malaticcia, ecco perché sarei entrata in un’aula scolastica con un anno di ritardo. E per quanto riguarda il mio approccio con il disegno? La prima volta successe per caso, a 5-6 anni, quando mio nonno paterno Zygmunt - per me un secondo padre, anche perché quello vero era molto impegnato nel lavoro e mia mamma se n’era andata da questo mondo troppo presto - un giorno portò a casa un giornale che proponeva al lettori una vignetta. Ne rimasi colpita e gli chiesi di acquistarmi una biro con la quale iniziai a copiarla. Ma si trattò soltanto di una incompiuta in quanto, pur dimostrando una spiccata propensione per il disegno e con ottimi voti al seguito, non sarei andata oltre. Tanto più che, una volta conclusi gli otto anni delle elementari (visto che da noi non esistono le medie), venni iscritta a un liceo tecnico benché uno psicologo scolastico si fosse reso conto che ero molto portata per l’artistico. Ma il relativo istituto era troppo lontano da casa. E, non bastasse, a mettersi di traverso fu mio nonno, pronto a sostenere - idee personali e di altri tempi - che quella scuola si proponeva come una specie di covo di pervertiti”. 
Ma il tarlo della pittura non la mollò. In effetti “a sedici anni mi misi a frequentare dei corsi extrascolastici e, una volta superata la maturità, anche l’Istituto di divulgazione culturale. E mentre iniziavo a dedicarmi a quadri e disegni, approfittando del lavoro di papà vicino a Cracovia, feci domanda per poter frequentare la locale Accademia di belle arti. Mi accettarono e successe il finimondo, con il nonno a litigare con mio padre. Così dovetti rinunciare e, per un certo periodo, mi trovai costretta a dimenticarmi delle mie ispirazioni”. Magari consolandosi con corsi di danza classica, seguiti da altri di danza moderna e ferma restando una robusta passione per qualsiasi tipo di musica, “a patto che fosse bella”. 
Poi, a poco più di vent’anni, le sue frequentazioni con alcuni coetanei (che a loro volta si vedevano con giovani italiani, fra i quali il citato Maurizio, il quale in auto raggiungeva la Polonia accompagnato da amici) la portarono, spinta dalla curiosità e dal suo carattere ribelle (ma sempre all’insegna del rispetto per gli altri, “a patto che sia reciproco”), a partire per l’Italia, visto che da poco si poteva beneficiare della possibilità di lasciare il Blocco sovietico. Così eccola approdare in Toscana e quindi in Emilia Romagna. E, siccome da cosa nasce cosa, a ventidue anni “mi sarei accasata con Maurizio a Modena, in quanto la campagna in quel periodo non faceva al caso mio”. Ma con una precisazione al seguito. “Certamente sono negata per il giardinaggio (a questo ci pensa mio marito), ma adoro la natura, con gli alberi in cima alla lista delle preferenze, in quanto li percepisco a livello viscerale e li ritengo degli esseri viventi”. 
E a Modena, per Ewa, sarebbe iniziato il turnover del lavoro: addetta a un centro di dimagrimento, attiva nella vendita di cosmetici e di auto, collaboratrice di una piccola televisione locale, al servizio di una clinica privata. “In realtà non riuscivo a trovare il posto giusto. Così, demoralizzata, mi rimisi a dipingere”, oltre che a frequentare, diplomandomi stilista, la scuola Burgo di Milano, strizzando l’occhio a questa attività. “In effetti volevo lavorare per Mariella Burani, e la possibilità era concreta. Ma la cessata attività mandò a monte i miei piani. In ogni caso la collezione che avevo preparato la proposi nell’ambito dell’unica fiera di moda che si tiene in Polonia, ottenendone un gratificante riconoscimento”. 
E per quanto riguarda la pittura? Gli inizi li dedicai ai ritratti (che ancora oggi porto avanti a tecnica mista, usando carboncino, creta e sanguigno) nonché ad altre cosette, per poi arrivare a tele ad olio più impegnative che mi avrebbero consentito di togliermi non poche soddisfazioni. Ad esempio arrivando, nel 2009, ad esporre - attraverso una mostra itinerante - in sei musei della Polonia e della Lituania una serie di tele dedicate al settantesimo anniversario dell’inizio della Seconda guerra mondiale. Con un significativo riconoscimento al seguito: il diploma “Croce della libertà della Patria” conferitole dalla più importante associazione patriottica polacca. 
A questo punto, così come abbiamo iniziato, torniamo alla mostra “Sotto il cielo d’Europa”, attingendo dalle note firmate da Michele Fuoco, il quale non manca di sottolineare: “È la figura umana a dominare la pittura della Konopka. Le sue creature si presentano pensierose e solitarie, in meditazione appartata. Nell’apparente serenità dell’immagine si avvera una tensione iconografica radicata nel mondo dei miti, del misticismo cristiano, nella religiosità delle cose, in vicende magari inquietanti dell’esistenza umana”. Che in alcuni casi si rapportano con il passato della Polonia, segnato dal terrore del nazismo prima e del comunismo poi. “Drammatiche testimonianze di violenza che l’artista conosce bene e pare trasmettere alle sue figure enigmatiche”. 
Traducendo. Si tratta di tele realistiche e fantasiose che catturano e intrigano per la loro intensità, oltre che per i significati che si portano al seguito: meditati, angosciosi, appassionati, dolorosi e per certi versi anche sofferti. Tele che, proprio per questo, meritano di essere viste e assaporate dal vivo.

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